Public-domain ebook
Nel paese dei dollari Tre anni a New-York
by Adolfo Rossi
Language: it370 downloads on Project Gutenberg
Subjects
In: IT Viaggi·Novels·American Literature
Public-domain ebook sourced from Project Gutenberg #17836.
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The opening · free to read
Angelo Cornetta era un povero e ignorante suonatore d'organetto, nativo di Serre di Persano, in provincia di Salerno, il quale in età di ventiquattro o venticinque anni era emigrato in America, come fanno tanti. Sei o sette anni dopo egli conviveva a New-York con una irlandese che un giorno si ammalò e che prima di morire all'ospedale lo accusò di averla orribilmente maltrattata.
Non essendo risultato bene dal processo se quella donna era morta di _whiskey_--il cognac nord-americano--o di bastonate, Cornetta fu condannato a due anni di reclusione nel penitenziario di Sing-Sing. Stava scontando la pena quando una mattina attaccò lite con un altro prigioniero e lo uccise.
Durante il secondo processo io, che dirigevo l'unico giornale italiano quotidiano esistente allora nell'America del Nord, andai a trovare Cornetta nel carcere di White Plains, a trenta miglia da New-York, bello e tranquillo paese circondato da ridenti colline e formato di casette bianche e di gaie palazzine sepolte nella verdura.
È una strada pittoresca, che si percorre in un'ora coi treni della New-York and Harlem R. R., in prossimità del fiume Hudson, il Reno d'America; s'incontrano allegri villaggi, s'attraversano boschetti di pini appiedi dei colli, si respira un'aria purissima.
Introdotto subito nel carcere con quella premura cortese con cui negli Stati Uniti si ricevono i reporters, cominciai col domandare al detenuto la causa della sua condanna nel penitenziario di Sing-Sing.
--Vi dirò la verità--mi rispose.--Io vivevo da qualche tempo con una irlandese, la quale formava la mia disperazione. Giravo tutto il santo giorno a suonare e alla sera tornando a casa, trovavo quella donna ubbriaca. Ella spendeva in liquori i denari che io guadagnavo. Una notte aveva bevuto tanto che, quando rincasai, al primo rimprovero che le feci diventò furiosa e si mise a gridare come un'ossessa. Il vicinato, tutto sottosopra, chiamò un policeman, il quale la fece portare all'ospedale, dove essa morì quella notte stessa. Allora mi arrestarono e accusarono me di averne causata la morte.
--Ma voi non la maltrattavate quando si ubbriacava?
--Ecco: io ebbi molti diverbi con quella donna. L'ho sempre rimproverata di consumare in liquori tutti i miei risparmi, ma non sono io che l'ha fatta morire: furono le bevande che la uccisero.
--Mancavano due mesi soli per finire la condanna, quando per la mia buona condotta fui mandato dai guardiani nella cucina dello stabilimento a sbucciar patate insieme con un prigioniero americano, di origine irlandese: il Cash. Costui mi odiava e specialmente dopo che un mio connazionale, certo Mangano, aveva ucciso nella stessa prigione un negro, mi colmava di ingiurie e chiamava noi altri italiani porci e sudici. Quella mattina io non mi sentivo bene e gli dissi: «Cash, sono mezzo ammalato, e non posso lavorare: vorrei tornare nella mia cella e buttarmi sul letto.» Egli mi rispose: «Lavora, lavora, italiano, se non vuoi che ti getti in faccia queste patate.» Gli replicai: «Guardatene!» Egli, allora, si avvicinò, e, dandomi uno schiaffo, disse: «Credi forse di farmi paura perchè sei italiano?» Acciecato dalla rabbia, esasperato dagli insulti e dallo schiaffo, io gli scagliai una tazza sulla testa. L'irlandese mi si gettò addosso e col coltello mi menò un colpo che parai, riportando una leggera ferita alla mano destra. Guardate. (E mostrò la mano che conservava la cicatrice.) Appena vidi il sangue, brandii io pure il coltello e glielo ficcai nel cuore. Dico la verità, io: perchè negare?
--Erano lunghi quei coltelli?
--No, erano i coltellucci con cui si mondavano le patate. Anzi non avrei mai creduto di poter con uno di quelli causare una ferita mortale.
La County Jail, cioè la prigione della contea in cui Cornetta stava rinchiuso a White Plains, era un edifizio quadrato di tre piani, in pietra grigia. Le quattro muraglie esterne, che invece di finestre avevano alcune strette feritoie, formavano una specie di cinta coperta della vera prigione di due piani, che sorgeva di dentro, come un edifizio affatto separato dal tetto e dai muri che lo circondavano.
Cornetta si trovava al secondo piano, in una cella di quattro metri su tre, nella quale non penetrava che una luce scialba, e che conteneva un materasso appeso a due catene, un piccolo water closet in un angolo, un secchio d'acqua, un bicchiere di latta e una tavoletta infissa nel muro, ad uso di scaffale, su cui giaceva un polveroso volume del Nuovo Testamento: sulla parete di fronte alla porta erano incollati i ritratti di Lincoln e di Arthur.
Cornetta aveva un viso solcato da brutte rughe, la carnagione giallastra e gli occhi chiari, senza espressione: era di statura ordinaria e mentre prima si sbarbava e teneva i capelli tagliati corti, durante il secondo processo se li era lasciati crescere alla nazarena.
Prima della sentenza si mostrava fermamente convinto che non sarebbe stato condannato a morte.
--A morte, io?--diceva sbarrando gli occhi. Ma giammai! Non sapete che --ho tirato a colui per difendermi? Non capite che stavo per uscir di --prigione quando avvenne la lite? No, no: chiunque nei miei panni --avrebbe fatto altrettanto. Dovevo farmi ammazzare come una pecora? --Potevo subire in pace tutti gli insulti di cui quell'uomo mi --colmava?
Quando sentì che era stato condannato a morte, montò su tutte le furie: tentò da principio di suicidarsi tagliandosi la gola con un pezzo di ferro acuminato che aveva strappato dalla porta della cella; ma, sorpreso nell'atto, non si produsse che una leggera ferita. Allora egli annunziò la sua determinazione di voler sfuggire alla forca lasciandosi morir di fame. E per cinque giorni non si cibò e invano i custodi lo tentarono presentandogli dei piatti appetitosi. Lo si dovette nutrir per forza.
Man mano che si avvicinava il giorno fatale, la ragione di Cornetta vacillava. Il condannato ora piangeva e implorava le guardie di salvarlo, ora rideva e diceva che dovevano metterlo in libertà.
Quando mancavano sei giorni soli a quello fissato per l'esecuzione, io andai a rivederlo, insieme con un suo conoscente e benefattore, il negoziante Aliano di New-York.
Cornetta appariva tutto cambiato e non ci riconobbe. Mentre la prima volta s'era confessato reo, quel dì negava tutto.
--Vi apparecchiate dunque al gran passo?--disse Aliano.
--Che passo?--fece Cornetta stralunando gli occhi.
--Eh! l'avvocato vostro tenta gli ultimi sforzi per salvarvi; ma c'è ben poca speranza: è meglio che vi rassegniate e che vi prepariate.
--Ma che prepararmi!--gridò drizzandosi e torcendosi le mani.--Io non devo morire: sono innocente!
--Eppure fareste molto meglio se vi preparaste da uomo e da cristiano.
--Mio caro Antonio--piagnucolò Cornetta, asciugandosi col fazzoletto le lagrime che non uscivano--io ti giuro che sono innocente; io non aggio ucciso alcuno.
--Mi dispiace di sentirvi parlare così: vi credevo più franco e più forte.
--Come?--disse il condannato, cambiando improvvisamente tuono e maniere.--Voi venite dunque a trovarmi per insultarmi? Invece di difendermi, voi prendete la parte dei miei assassini? Se continuate a dire che sono reo, vi faccio arrestare!
E mostrò i pugni al buon Aliano, con uno sguardo feroce.
Aliano, persuaso che il disgraziato aveva l'intelletto turbato, gli offrì una manata di sigari. Cornetta li rifiutò con piglio sdegnoso e villano. Stavamo per uscire, quando il direttore del carcere, Duffy, sottosceriffo ci disse:
--Domandatategli un po', if you please, che cos'è quella lettera che ha ricevuto giorni fa.
--Quella lettera?-esclamò Cornetta.--Non voglio mostrarla. Nessuno deve sapere ciò che contiene.
--Come?--disse il Duffy.--Io non voglio misteri. Ho in consegna quest'uomo, ne sono responsabile e devo vedere quella lettera appunto perchè la cela.
Invitato reiteratamente a porgerla, Cornetta rifiutò. Allora il Duffy, pezzo d'uomo grande e robusto, chiamò due suoi dipendenti, aprì la porta ed entrò nella cella.
--Volete dare quella lettera, sì o no?--chiese per l'ultima volta.
--No--fece Cornetta risolutamente.
Duffy afferrò il condannato e lo gettò sul letto. Gli altri due uomini lo presero per le gambe e lo tennero fermo. Cornetta si dibatteva urlando. Duffy lo frugò, trovò la lettera e ce la porse.
Era una lettera ancora chiusa, proveniente da New-York. L'aprimmo. Un amico scriveva a Cornetta che aveva saputo la sua condanna e che gli dispiaceva di non poterlo andar a salutare per la difficoltà di ottenere il permesso. Nient'altro.
Tutto era già pronto, per l'esecuzione e stava per rizzarsi la forca, quando, qualche giorno dopo la nostra visita, il Comitato giudiziario del Senato avvertì che la Legislatura aveva approvato un bill, il quale stabiliva che se un condannato, come aveva fatto Cornetta, si appellava al General Term, si doveva sospendere l'esecuzione fino a che la Corte del suddetto General Term non avesse esaminato il caso e preso una decisione in proposito.
L'esecuzione, quindi, era stata sospesa: ma ben presto si venne a sapere che la legge citata, la quale emendava alcuni articoli del codice criminale dello Stato di New-York, non era valida nel caso di Cornetta, perchè votata ed approvata dopo il processo e la condanna del Cornetta stesso. L'esecuzione, perciò, non poteva essere rimandata. Ma, viceversa, fu accordata una dilazione, essendo sorta una questione sull'effetto retroattivo della nuova legge.
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