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About this book

Le “Novelle lombarde” di Avancinio Avancini sono una raccolta di racconti brevi che dipingono la vita rurale della Lombardia del XIX secolo con un occhio attento alla realtà quotidiana. L’autore, cresciuto tra le Alpi e la campagna milanese, dichiara fin dall’inizio di aver osservato pazientemente le consuetudini dei luoghi per rendere le sue storie più fedeli alla verità che frutto della fantasia. Il volume si apre con una prefazione in cui Avancini confronta il suo approccio con quello di Zola e Verga, sostenendo che i contadini lombardi conservano passioni semplici e naturali, lontane dalle “fosche e tetre” rappresentazioni di altri autori. Da qui partono le prime novelle, tra cui “Una vittima” e “Il ratto di Sabina”, che mostrano scene di vita contadina, dialoghi ricchi di espressioni dialettali e situazioni di amore, povertà e speranza.

Lo stile è sobrio e diretto, con frasi che rispecchiano il linguaggio parlato del Nord Italia, senza pretese di originalità stilistica ma con una genuina ricerca di verosimiglianza. La narrazione è scandita da descrizioni di paesaggi alpini, suoni di campane e attività quotidiane, offrendo al lettore un’immersione autentica nell’atmosfera del periodo. Chi è affascinato dalla letteratura verista, dalla storia sociale della Lombardia o dal fascino dei racconti di vita contadina troverà in queste novelle un prezioso spaccato di un’epoca in cui le piccole vicende personali si intrecciano con le tradizioni locali.

The opening · free to read

Prefazione

Non deve parer soverchia presunzione in me il titolo che pongo al mio libro.

Ho vissuto lungamente, da fanciullo, su le Alpi e, più tardi, nella campagna milanese. Il continuo contatto e la paziente benchè spesso incosciente osservazione mi agevolarono il mezzo per istudiare a fondo le costumanze di questi luoghi, onde le mie novelle sono ispirate alla verità più che tessute dalla fantasia. Certamente chi ad esse voglia chiedere emozioni violente si troverà ingannato. Benchè lo Zola in Francia ed un poco il Verga in Italia abbiano dipinto la classe dei contadini a foschi e tetri colori, io invece, umilissimo, non ho saputo ritrovarvi che le passioni più semplici e naturali, non ispoglie talora di una graziosa attrattativa e destinate ad accaparrarsi, anzichè ad alienarsi, la simpatia delle persone le quali passano per côlte ed intelligenti. Non presumo, con questo, lanciare una vana frecciata alla scuola dell'uno o dell'altro dei celebri autori ch'io prima nominai. No, no. Mi basta conchiudere che, fortunatamente, i nostri contadini lombardi non sono ancora corrotti come i francesi, o i siciliani, o i napoletani, secondo le notizie che ne danno quegli scrittori; e, finchè no'l sono, giudico ridicolaggine immaginarli diversi.

Se l'interesse di un'opera d'arte è in relazione col grado di verosimiglianza che l'artista ha saputo donarle, non debbono mancar d'interesse le mie modeste novelle, specchio fedele della realtà. Ed io anzi mi sono meravigliato spesso che altri, prima e più valente di me, non pensasse a descrivere i miei paesi ove pur durano tante consuetudini ignorate alla maggior parte degli italiani, le quali hanno un profumo di verginità caro all'anima, ispiratore di sentimenti affettuosi.

Due avvertimenti mi restano a fare. Uno riguarda in particolar modo la novella che intitolo: Una vittima. Quando essa comparve la prima volta, stampata sopra un giornale, furono persone che mi rimproverarono per avervi trattato un argomento così delicato ed intimo. Quelle persone dimostrarono di non aver inteso niente; cosa facile d'altronde, alla nostra epoca, per chi legge! Non pensai io di pubblicare una solleticante pornografia, ma bensì di commuovere le oneste anime al racconto di quella tragedia campagnuola in cui, fatte le debite restrizioni, fu vittima una donna infelice da me conosciuta. La novella è quasi storica: più storica che, per esempio, la morte di Lucrezia di cui si fa pure esatta spiegazione, secondo i nuovi regolamenti, ai fanciulli delle classi elementari. A chi abbia, in mezzo a tanto sfacelo degli affetti domestici, conservato sentimenti umani, troppo sacra dev'essere questa sublime prova della maternità, perchè egli possa farne cinico stromento alla sua fama letteraria.

La seconda delle osservazioni concerne il mio stile. Ne ho adottato uno (se pur si voglia riconoscermelo!) semplice come il tessuto delle stesse novelle, corrispondente dunque alla indole loro. Nel dialogo riprodussi, talvolta, alcune forme espressive e caratteristiche dei nostri dialetti settentrionali o, meglio, lombardi, specialmente in ciò che riguarda la costruzione del periodo: ma fu solo per dare colorito efficace alla narrazione e non, proprio, per ismania di novità. Le novità, in questo, come in ogni altro genere, di buon grado io le abbandono a coloro che sperano di rendersi notevoli con una originalità conseguita ad ogni prezzo; gloria facile a chi abbia talento, ma breve assai più che la sua vita.

AVANCINIO AVANCINI.

I.

Il ratto di Sabina.

Ai Frani si conosceva già da tutti che Giovan Bello era venuto da Zeno dei Martinetti a domandargli la figlia in isposa. Però non avevano visto niente, perchè Giovan Bello capitò di sera: in montagna gli affari si combinano sempre dopo calato il sole, per risparmio di tempo. Fu Zeno stesso che, alla mattina, entrato da Bortolo, raccontò come era andata la faccenda. Giovan Bello, buon giovane per il resto, si trovava tuttavia in condizioni cattivissime; era stato carbonaio cinque anni e poi, in causa d'una disgrazia (non si sa come: gli rubarono i suoi risparmi!) indispettendosi e abbandonando il mestiere, aveva cominciato a scender fino a Bergamo, lungo le valli, in qualità di spaccalegna. Se i tempi fossero stati migliori, avrebbe potuto guadagnar molto: ma per intanto bisognava contentarsi di affrontar sacrifici immensi con pochissimo frutto, oltre di che nell'inverno gli toccava rimanere a braccia conserte, mangiandosi fin l'ultimo quattrino su l'osteria, o al più lavorando qualche piccolo oggetto in legno, industria che esige un certo talento non comune a chiunque. In conclusione: il partito per Sabina era tutt'altro che splendido, almen per allora; forse col tempo si combinerebbe qualcosa, quando i negozî di Giovan Bello andassero meglio; ma non conveniva però che Sabina si legasse a lui, nel rischio di restar zitella per tutta la vita. È una realtà; la gente di campagna ama poco il celibato: per far camminare la baracca, è necessario alle famiglie sbarazzarsi de' figliuoli ed i figliuoli bisogna che si facciano presto un'altra famiglia: una ruota così, colpa d'essere poveri.

Ma con istupore di molti Sabina in Lizzola non apparve punto commossa e turbata; col bene che voleva a Giovan Bello e che era a cognizione di tutti, ella avrebbe dovuto mostrarsi meno indifferente alla sua sventura, quantunque già apparecchiata ad essa: non ci si capiva niente e si conveniva, in genere, che la fanciulla non era tale da crucciarsene ed ammalarsene, che le donne sono fatte a questo modo e che bisogna prenderle a questo modo. A merenda Sabina uscì del cortile con le sue capre e, attraversato il paese, venne ai prati come se nulla fosse; aveva però un fazzoletto nuovo, colore azzurro scuro, in testa; e, quando Marchetto Bolco la fermò per discorrere, gli disse qualche parola in furia poi se la svignò ghignando e battendo col bastone il dorso alle sue bestie. Arrivata al pendìo, si sdraiò tranquillamente su l'erba e, presa una calza, lavorò a fronte bassa, gettando nella vallata le note limpide di una graziosa canzonetta. Il sole di settembre, senza calore, piuttosto rosso, moriva alla sua sinistra dietro i picchi: dirimpetto le montagne erano già completamente nell'ombra e il Serio, illuminato proprio per il lungo da quei pallidi raggi, scintillava come argento percotendo i macigni delle rive.

Apparve Giovan Bello col suo cagnaccio peloso e gli stivaloni da viaggio; era in maniche di camicia e, per buona precauzione, portava la scure in ispalla.

--Sicchè dunque?--domandò a Sabina inoltrandosi.

--Sicchè dunque?--disse anch'ella per unica risposta, accompagnando la parola con un moto assai espressivo del capo.

--Cosa faremo noi?--proseguì Giovan Bello.

--Ciò che vi piace. Non tocca a me decidere. Guardate a quello che fanno gli altri, diamine!

---Sei risoluta?

--Vorrei vedere io!

--Non hai paura?

--Che paura d'Egitto quando non si opera male! Sapete bene che non c'è d'aver paura. Scommetto che il vecchio ha subodorato ogni cosa e s'imagina ciò che stiamo per tentare. Ma vi accerto io che non si intrometterà! gli convien troppo tacere e fingere di non accorgersi. Anche mio zio Zancastro ha agito così con mia cugina Petronilla; è un male di famiglia l'avarizia: per non dar fuori la dote, inventano mille scuse e se la prendono con chi non ha colpa. Ma io me ne infischio di ciò; sfido anche il diavolo: anderò via, porterò via tutto quello che potrò: ne sono in diritto. Nel mio caso farebbero così anche le altre, se non peggio, e poi....

Da questo momento si avvicinarono e parlarono sotto voce. Il sole tramontava ed essi erano ancora nella medesima posizione; a Lizzola suonò l'avemaria: si divisero e Giovan Bello, portandosi alla Roncaglia, camminò verso Bondione mentre Sabina ritornava a casa.

La sera Zeno, ch'era solito andare da Bortolo, stette in casa anch'egli. Si ritirarono nella stalla e chiacchierarono tutti insieme dopo aver recitato il rosario. Erano molto seri; pareva che ci fosse burrasca per aria: se ne aspettava da un momento all'altro lo scoppio. Ma invece Zeno fu buonissimo: carezzò alquanto sua figlia e la guardò con insistenza, ostentando un poco di emozione. Le donne filavano silenziose e, in certi momenti, non si udiva che il soffio delle capre o il rumor secco dei fusi. Per giunta il cielo di fuori si rannuvolò e caddero alcune goccie di pioggia.

A mezzanotte circa si decisero finalmente a coricarsi. Zeno per il primo salì di sopra, salutando Sabina come non faceva mai: quindi lo seguirono anche le donne, con un grande fracasso di zoccoli, dopo aver disposto le rocche fra un travicello e l'altro del soffitto. Stavano così bene là entro, che si sarebbero fermate sino all'alba: ma poichè il capoccia non voleva, bisognò obbedirlo. Sabina restò l'ultima, dovendo come al solito chiudere gli usci e preparare il mastello per mungere: nel compiere questa operazione pianse, chi sa per quali pensieri, e poi levatasi gli zoccoli passò in mezzo al cortile. Era buio pesto; soffiava un vento freddissimo: dalla finestrola al primo piano scendeva il raggio d'un lumicino e le donne, camminando sul pavimento di assi, lo facevano scricchiolare.

Sabina entrò nel pollaio e vi prese due grossi involti depostivi dopo cena: ripassò per il cortile mentre nella casa vicina sbattevansi alcuni usci e rimbombavano alcune voci, poscia si rinchiuse nella stalla. Suonò mezzanotte a Bondione: il vento portava in su quei rintocchi ad uno ad uno, quali vibràti, quali appena sensibili, come se venissero da campanili a diverse distanze.

Ben tosto giunse Giovan Bello con Marchetto Bolco ed il somaro di lui. Il somaro aveva i piedi coperti di paglia perchè non facesse rumore contro il selciato; sul dorso portava un sacco e, poichè gli ebbero attaccato gli involti di Sabina, ella vi salì adagiandosi come sur una seggiola. Tutti e tre s'incamminarono senza parlare; Marchetto levò di tasca una piccola lanterna cieca e l'accese, quindi svoltarono a manca, dirigendosi verso Valle di Flesio: l'asino era guidato da Giovan Bello che gli aveva afferrato il morso e se lo conduceva di fianco.

Fuori del paese la fanciulla, strettasi bene in un panno, diede nuovamente in escandescenze contro suo padre. Il vecchio doveva essere senza cuore per cimentarla ad un simile passo; certamente lo aizzavano le cognate: i tempi, sì, erano cattivi, ma però tutti dicevano a Lizzola ch'egli nascondeva la borsa di sotto al pagliericcio e, d'altronde, con una figlia che vuol prendere marito bisogna sacrificar qualche cosa. Si è per questo al mondo; ella al posto di lui sarebbe stata diversa: e se un giorno le nascessero figlioli...

Intanto la pioggia cadeva a catinelle: il somaro sdrucciolava lungo i sentieruzzi umidi ed i due uomini si avvilupparono entro il mantello. Viaggiavano da più ore così e Sabina si faceva a poco a poco malinconica. Era stabilito che ella si ricovrerebbe in una vecchia capanna di carbonaio da Giovan Bello preparata appositamente, entro i boschi di Passevra; ed appena il curato di Passevra avesse terminato le pubblicazioni (cioè tra nove giorni, perchè batteva la Madonna di Settembre in quella settimana), si sposerebbero con l'aiuto di Dio. Giovan Bello aveva a Passevra una camera ed un letto matrimoniale: con un poco di pazienza, lavorando entrambi, si arriverebbe a riempire i vuoti della cassa e, se ella era povera, tanto meglio: non potrebbe mai rinfacciargli nulla. Pervennero alla capanna: era molto umida e vi si respirava un acre odore di abbruciaticcio o di cenere spenta; distesero il sacco per terra, sopra un mucchio di foglie acquistate in antecedenza: accesero il fuoco per asciugarsi, legarono l'asinello ad un palo della soglia e, datogli un pugno d'avena, fecero l'inventario della roba portata. C'erano quattro camicie per donna, una camicia da uomo ricamata, sette paia di calze greggie, un abito quasi nuovo di percallo, tre lenzuola, tre fazzoletti, grembiali, sottane, corsetti di maglia ed altri cenci insignificanti. Dopo di che contarono i denari: Giovan Bello dichiarò che possedeva due marenghi e sei franchi, Sabina disse che aveva mezzo marengo in carta e prese infatti il borsellino per mostrarlo al fidanzato.

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