Storieta
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About this book

Il volume è un trattato tecnico‑economico del primo Seicento, scritto da Geminiano Montanari, Gasparo Scaruffi e Antonio Serra, tutti attivi nel 1613. Si apre con una lunga esposizione sullo stato fisico dell’oro e dell’argento, distinguendo il metallo puro da quello miscelato con rame, stagno o piombo, e illustrando i metodi di prova (ceneraccio, coppella, cimento). Da qui si passa a definire le denominazioni “di denari vintiquattro” per l’oro puro e “di dodici leghe” per l’argento fino, per poi stabilire una proporzione fissa di valore: una parte di oro puro a peso equivale a dodici di argento, con prezzi fissati a 72 lire per oncia d’oro e 6 lire per oncia d’argento. Il testo prosegue con regole precise per la pesatura, la divisione in libbre e once, e la marcatura delle monete, al fine di garantire un sistema monetario stabile e universalmente riconoscibile.

Lo stile è tipicamente accademico e didattico, ricco di termini arcaici, formule numeriche e riferimenti a autorità classiche come Platone e Cassiodoro. La lingua è un italiano del XVII secolo, con frasi lunghe e una struttura logica rigorosa. Chi è interessato alla storia della moneta, alla metallurgia pre‑moderna o alla filosofia economica dell’età barocca troverà questo scritto una fonte preziosa di ragionamenti teorici e pratici, capace di illuminare le prime concezioni di valore e di standardizzazione monetaria.

The opening · free to read

Per cognizione delle cose in questo Discorso contenute, dico che, trovandosi molto men oro che argento, da altro non procede se non perché piú raro il numero delle cose piú preciose che delle meno sempre si trova. Quindi nasce che, considerata la real proporzione che tra essi si trova, qual è ch'una parte d'oro puro a peso vaglia per dodici di fino argento appunto (per ordine, come credo, cosí dato da Dio ed osservato dalla natura, e come cosí anco è stato dichiarato dal divin Platone nel suo dialogo intitolato Ipparco, overo «del desiderio del guadagno», overo «dello studio di guadagnare», come nel fine dí esso), fa di bisogno e si è sforzato con viva ragione e con real fondamento apprezzare o valutare essi oro ed argento con prezzi certi, a similitudine delli pesi, di uno per dodici e dodici per uno, per poter fare le leghe corrispondenti in proporzione, per far monete di varie sorti che restino per sempre nelli loro reali dati valori. E' quali prezzi, ancorché non siano mai stati in uso a detti preciosi metalli con ordine fermo, né in particolare né in universale, né meno apertamente descritti e dimostrati da esso Platone né da' suoi commentatori, è necessario però che si mettino in osservanza per sempre, tanto per li non coniati quanto anco per quelli che saranno posti in zeca, accioché da tutti li zechieri siano per l'avenire compartiti in far monete che siano di giusti e proporzionati dati valori, e di reale corrispondenza nel conteggiarle in ogni sorte di pagamenti, e che non si possano mai piú fondere o guastare per rifarne altre.

E perché si sa che 12 volte 6 fanno la somma di numero 72, ed il numero 6 nel 72 vi entra 12 volte, però i prezzi o valori di essi saranno questi: cioè che il prezzo dell'oro puro sia di lire 72 per oncia, e quello dell'argento fino sia di lire 6 d'imperiali l'oncia, giusti e fermi; i quali prezzi sono (forse cosí per voler di Dio) quasi conformi e i piú accosti o vicini alli valori e prezzi dati ed usati ad essi oro ed argento in questi nostri tempi. E, quando anco non vi fossero stati, facea di bisogno ridurli in effetto sotto i detti certi e terminati valori, ancorché tutto ciò fosse paruto cosa di gran maraviglia alle genti per molte cagioni, e massimamente perché, quando si fossero tassate le monete, le quali fossero giá state fatte e compartite sotto maggiori o minori valori delli suddetti, cioè dell'oncia dell'oro e dell'argento, esse sarebbono poi riuscite di molti alterati o diminuiti valori, per conto del puro e del fino loro, ed a similitudine di tutto quello che si tratta nel capitolo VIII, sopra il peso di una libra piú greve o piú leggiera di quella di Bologna. E' quai valori cosí proposti non dovranno mai piú, per cagione alcuna, esser mossi ed alterati da questa terminata forma e regola, per le ragioni annotate in molti luoghi del Discorso, ed in particolare nel capitolo XXIX, se si vorrá ch'essi preciosi metalli possano, com'ho detto, esser giustamente compartiti da tutti li zechieri e contisti di zeche ed altri con i debiti mezi, cioè saggi, bilance e conti loro, nel far monete di varie sorti; essendo detti numeri e valori con ogni perfezione a ciò veramente proporzionati, come si mostra nel capitolo XXXIII; col mezo de' quali da essi contisti non si faranno mai intervenire rotti alcuni nelle leghe di esse monete, e nel tassare anco tutte le monete finora fatte dovranno servare l'ordine istesso, come nel capitolo XIV. Onde ne succederá che tutti li conti, che poi si faranno tra essi oro ed argento, tanto i giá coniati quanto quelli che per l'avenire saranno in monete ridotti, si troveranno per sempre confronti e giusti, per causa del puro e del fino che si troverá essere proporzionato, cosí in qualunque sorte di monete come anco in ciascuna di esse monete. Oltre che, ciascuno in tutti li pagamenti averá il fatto suo con oro ed argento realmente, e non con i valori che alle volte sono dati con i sopranomi alle monete, e sí come chiaramente tutto ciò si vederá nelli seguenti capitoli e tariffe, che si descriveranno.

Avendo detto che una parte di oro a peso vaglia per dodici di argento, si viene per un modo reale a far manifesta e chiara la forma e l'ordine che si debba tenere in compartirli nel far monete. Ora resta a sapere che «peso» altro non è se non una determinata quantitá, come a dire una libra, un'oncia o simile; e per il «numero» s'intende tanto il numero della quantitá di ciascuna sorte di monete che n'anderá alla libra quanto il valore di ciascuna moneta.

Capitolo Vii

Il modo col quale si dee osservare la forma ed il numero nell'oro e nell'argento che si ridurranno in monete, accioché ogni persona abbia il suo.

Essendosi di sopra narrato che cosa sia forma, peso e numero, rimane a sapere il modo col quale ciascun di loro osservar si debba; e ciò sará cosa facile da fare, osservando questi ordini: cioè, se escludendo tanti rotti che si usano nel fare le monete, cosí nelli pesi come nelle finezze e loro valori, tutte si facciano di oro e di argento puri, over accompagnati secondo le determinazioni nelle seguenti tariffe descritte; e che su le monete siano segnati con numeri aritmetici i loro valori, le finezze o leghe, e quante ne vadino alla libra di ciascuna sorte, come nel capitolo XXII.

Sará ben necessario che per ciò siano fatti nuovi campioni, che stiano presso il publico ed anco presso i privati, accioché ciascuno possa minutamente vedere il fatto suo; come si dice nel capitolo XLVI, nella terza parte ch'appartiene al publico.

Non resterò anco di avvertire che sarebbe bene porre ordine nell'arte degli orefici; cioè che sopra i loro lavori, come vasi, bacini, piatti ed altre simili opere di oro o d'argento, nelle quali però non obsti la picciolezza, fossero segnate le loro finezze, nette da saldature, col nome o marchio del maestro ch'avesse fatto tali opere e col nome o segno della cittá ove fossero state lavorate, accioché si potesse per sempre conoscere il giusto fino che in esse fosse e non si avesse poi causa di farne altri saggi per chi non le volesse guastare per allora, ed anco accioché ciascuno le potesse poi sicuramente contrattare.

E perché ritrovo che il peso della libra, usato e osservato nella zeca di Bologna è conforme alli giusti partimenti ch'io descrivo, per esserne stata fatta piú volte prova da me nel conteggiare sopra il fatto delle monete, e per essere il piú accosto alli prezzi e valori dati ed usati all'oro ed all'argento in questi tempi, e conseguentemente alli valori nel capitolo V giá detti; e perché, nel fare l'universal tassa delle monete giá fatte in molte cittá e provincie da un certo tempo in qua, la maggior parte di quelle (detratte e levate però le fatture delli zechieri) si troveranno restare nelli loro reali dati valori, per causa del fino che in esse si trova essere, diminuita solamente la rata dell'accresciuto valore nelle monete per cavare le mercedi delle loro fatture; come per essempio presuppongo che il quarto, figurato capitolo XXXIV, nel levarlo dalla zeca sia stato valutato sotto a il detto peso soldi 34 d'imperiali, compresa però la fattura ch'importava denari dieci o circa, come in detto capitolo si vede; qual quarto, tassandolo nel valor del fino che vi è dentro, resterá in real valore di soldi 33 denari 2 o circa; e molte resteranno poco diminuite del valor dato loro, oltre le detratte fatture, imperoché s'avrá riguardo solo al fino ch'in esse si trova; oltreché col mezo della real tassa veniranno anco regolate per sempre tutte le monete sinora fatte in ogni parte del mondo, come si mostra nella tavola fatta in essempio a capitolo XLI:--però dico e concludo esser necessario servirsi in universale del detto peso per la suddetta conformitá, dalla quale ne nascono i detti reali partimenti, e conseguentemente i giusti valori alle monete dati. E per dar conto della prova dell'oro, dico che, volendo fare di una libra d'oro accompagnato, qual però sia a finezza di denari 22, scudi numero 113-1/7, alli quali sono quasi simili i correnti in Italia ed in altri paesi, sotto però il nome o titolo del peso della balla (ancorché se ne potranno fare d'altre sorti, come nelle tariffe), in essi vi saranno once undeci d'oro puro; che, apprezzando ciascuno scudo lire sette imperiali, il tutto ascenderá alla somma di lire 792, e cosí, apprezzando le dette once undeci d'oro a lire 72 per oncia, fanno la suddetta somma. E similmente, volendo far corrispondere l'argento a dette once undeci d'oro, se ne piglieranno once 132 d'argento, quali, apprezzando a lire 6 d'imperiali l'oncia, ascenderanno alla somma delle dette lire 792.

Ora, se mi fosse domandato s'io avessi eletto overo compostomi per questo fatto una libra, qual non fosse pesata se non la metá di quella di Bologna overo il doppio, e quali libre fossero poi state partite in dodici parti, sí come è partita la detta di Bologna, cioè in once dodici; se sotto una di tali libre avrei potuto fare i partimenti ad uno per dodici e dodici per uno, tanto per rispetto del peso quanto anco nell'apprezzare l'oro a lire 72 e l'argento a lire 6 imperiali l'oncia, dipendente da una di dette libre cosí fatte; e se io avrei potuto fare i partimenti confronti nel fare le monete: dico ch'io l'avrei potuto fare, e tali partimenti sarebbono riusciti, quanto alli pesi e quanto alli valori, in tal loro essere. Ma qui si dee considerare ch'avendo riguardo alli prezzi e valori dell'oro e dell'argento usati in questi tempi, ne nascerebbe grandissima disproporzione tanto nel fare le monete sotto tali ordini quanto anco in voler tassare le giá fatte; percioché, quando queste giá fatte fossero tassate dalli contisti sotto il peso greve, riuscirebbe il loro valore nella metá o circa di quello che vagliono di presente (levando però le fatture); come, per essempio, il detto quarto, che vale soldi 33 denari 2 o circa, secondo la real forma, come mostrerò al luogo suo, venirebbe valutato e tassato solamente soldi 16 denari 7. E parimente, quando fossero tassate e valutate sotto il detto peso leggiero, riuscirebbono in valore del doppio; come, per essempio, il detto quarto valerebbe soldi 66 denari 4, ed il simile sarebbe nelle monete che si facessero di nuovo sotto tali ordini; conciosiaché duplicherebbe il loro valore quando fossero fatte e compartite sotto il detto peso leggiero, e cosí si sminuirebbe anco nella metá quando fossero fatte sotto il peso greve, avendo però riguardo alli valori dell'oro e dell'argento usati nei presenti tempi. E similmente ancora nascerebbono disordini nelli valori delle monete, in assai o in poca quantitade, tanto nelle giá fatte che si tassassero quanto in quelle che si facessero, se io avessi eletto e voluto usare una libra piú greve o piú leggiera, o in poco o in assai, di quello che sia la detta di Bologna; avendo (come ho detto) riguardo alli valori dati all'oro ed all'argento in questi tempi, a' quai valori è la piú accosta la detta libra di Bologna; dalla quale ne nasce la real tassa da me proposta per la sua conformitá, com'è detto.

Ed avvertire si dee che la libra di once dodici è il debito peso col quale si hanno a pesare l'argento e l'oro, e ciò per cagione della real divisione duodenaria, che è numero perfetto; onde si vede che di tal libra Aurelio Cassiodoro il magno ne ha fatto dottamente menzione nella sua opera inscritta Variarum, nel primo libro, a carte 11, nella lettera mandata dal re Teoderico a Boezio, che cosí incomencia: «_Licet universis populis generalis sit impendenda iustitia_», ecc.; ed anco ne viene da lui accennato nel libro settimo, a carte 173, nel capitolo che incomencia: «_Omnis quidem utilitas publica fideli debet actione compleri_», ecc., sotto la rubrica: «_Formula, qua moneta committitur_».

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