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About this book

Il romanzo di Giulio Carcano è una narrazione di finzione che si dipana tra le strade di Milano del primo Ottocento, nella zona di Quadronno, e le ombre di una famiglia legata a un veterano dell’esercito di Napoleone. Il prologo, datato dicembre 1850, introduce il lettore a una storia di povertà e oppressione, raccontata dal punto di vista di un narratore che rilegge i propri appunti dimenticati. L’apertura descrive la processione notturna che attraversa la via, il lento avvicinarsi di un sacerdote al letto di un vecchio soldato, e l’intenso dialogo tra il morente e il figlio Damiano, che incarna la speranza di una generazione più giovane. Il tono è già carico di riflessioni sulla religione, sul destino dei contadini e sul peso della memoria storica, senza svelare ulteriori svolte della trama.

Lo stile di Carcano è tipicamente ottocentesco, con frasi lunghe, un lessico ricco di termini arcaici e una descrizione minuziosa dell’ambiente milanese. La voce narrante è profonda e meditativa, mescolando osservazioni sociali a un lirismo quasi sacro. Chi apprezza la letteratura storica che unisce realismo sociale a una poetica della fede troverà soddisfacente questo libro; è ideale per lettori interessati al periodo post-napoleonico, alle vicende delle classi popolari e a una prosa densa di atmosfera e di introspezione.

Characters in Damiano

  • DamianoThin early‑twentieth‑century Milanese youth, dark hair, modest shirt, solemn expression

The opening · free to read

Di là dal ponte di San Celso, in quelle parti che conservano ancora la buona popolar fisonomia della nostra vecchia Milano, una strada solitaria, a traverso di campi e d'ortaglie, conduce da quello all'altro sobborgo della porta Vigentina, poco stante dalle mura della città. È quella che chiamano strada di Quadronno; ma, quantunque io soglia con amore frugar nelle cronache e nelle descrizioni di Milano, non andrò in cerca dell'origine di codesto nome, con buona pace de' dottori ed antiquarii che ne storpiarono, nei loro polverosi e tarlati volumi, non so che strane e stiracchiate spiegazioni, le quali troppo danno a pensare. Ma, per chi nol sapesse, dirò che il giovine innamorato, l'amico della solitudine e il dabben cittadino che brami un po' di cielo aperto, un po' di verde, o di silenzio campestre nel cerchio delle mura, si piacciono non di rado di andar seguitando per quella deserta e tortuosa via i sogni de' lor pensieri, le imagini dorate dell'avvenire.

Era il 4 di maggio del 1831.

E nella vigilia di quel giorno che, dieci anni innanzi, aveva veduto in mezzo all'Oceano, là sopra il deserto scoglio di Sant'Elena, l'ultima

«Ora dell'Uom fatale»

nella vigilia di quel giorno, uno degli oscuri eroi del popolo, un velite di Napoleone, avanzo di cento battaglie, moriva povero e abbandonato, in una casipola della disabitata strada di Quadronno.

Il sole, tramontato appena dietro le maestose e lontane cime del monte Rosa, rifletteva una luce fuggevole sulle candide e leggiere guglie del Duomo; ma vestiva d'un raggio più sfavillante e quasi di fuoco l'aurea statua della Madonna che dalla guglia più sublime pare invocar la protezione del Cielo sull'ampia sottoposta città. E la città, prima di riposare nel silenzio della notte, brulicava di mille romori; mentre, a poco a poco, andava ravviluppandosi in un interminato velo di nebbia trasparente e sottile, fra il quale scintillavano le prime stelle.

In quell'ora, una piccola processione di buona e povera gente, gli ultimi che s'erano indugiati nella chiesa dopo la benedizione della sera, era uscita divotamente, ma con passo affrettato, dal portico del tempio di san Celso, accompagnando il prete che portava Cristo in sacramento. Andavano alla dimora di un loro fratello; e salmeggiando camminavano lungo il marciapiede, per evitare il rincontro d'alcune signorili carrozze, che dal consueto giro del dopo pranzo sulle mura, passando via rapidamente per quel poco frequentato sobborgo, riconducevano le annojate signore al palchetto del teatro o all'elegante ritrovo de' circoli serali.

Al rintocco del campanello del sagrestano, alcuni onesti vecchi, alcune donnicciuole soffermavansi lungo la via, e, mettendosi dietro al sacro baldacchino, accrescevano il numero di quell'umile corteggio del Signore. Gli uomini si scoprivano il capo, le donne e i fanciulli inginocchiavansi, al passare del Sacramento, sulla porta delle case, sull'entrata delle botteghe; e a mano a mano che la pia turba veniva innanzi, vedevansi sui terrazzini, sui davanzali delle finestre d'ogni casa, a ogni piano, comparir lumi in segno d'onore e di divozione; nè finiva di passare che s'udivano le buone vicine domandar l'una all'altra dove ed a chi mai portassero in quell'ora il Signore.

La piccola processione svoltava nella strada di Quadronno. Quella via fiancheggiata da poche e malandate case qua e là sparse a gruppi, e per buon tratto listata da un fossatello d'acqua verdognola e lenta, andava grado grado rischiarandosi per la malinconica luce de' ceri e delle lanterne che circondavano il sacerdote, e che mettevano un fuggitivo bagliore sulle muraglie della via, o brillavano in mezzo all'opaco verde delle siepi, e riflettevansi via via entro al morto rigagnolo. Il prete aveva intuonate le litanie de' Santi; e ad ogni santo ch'egli invocava, la turba rispondeva con monotona e mesta voce: Prega per lui.

Nelle grandi città, sotto il maligno influsso dell'abitudine che genera tirannia di costume, indifferenza e noja, si guasta per lo più il senso dilicato del cuore; cosicchè, alla presenza delle mistiche e commoventi funzioni della Chiesa, invece di sollevarsi all'infinito, l'animo si rannicchia nella picciolezza dell'egoismo; nè comprende quanta verità e quanta bellezza vi sieno nelle più semplici e comuni solennità di una religione che benedice la culla e la fossa, e così santifica del paro la vita e la morte. Pure, quando appena si senta il mistero delle cose, non si può non esser compresi di una viva commozione a queste umili e sublimi scene che ci passano quasi ogni dì sotto gli occhi. È l'ultima visita d'un Dio al letto dell'uomo che muore. In quel punto che il passato non è se non la memoria d'un sogno, e il presente un gemito prolungato dell'umano dolore che vede la sua fine e la teme; in quel punto in cui gli uomini ci abbandonano, è il Signore che viene a visitarci; e nell'ultimo giorno di questo cammino mortale ci dona il pane della vera libertà. E l'uom del Signore s'accosta colle medesime consolazioni e promesse così al padiglione del letto reale, come al giaciglio del mendicante; con le medesime parole d'amore e di pace pone l'ostia della riconciliazione e del riscatto sulle labbra del giusto che passa nel domestico letto, e su quelle dell'assassino che sta per salire la scala del patibolo. Così la Religione dice la prima e l'ultima parola al figliuolo del dolore.

Ma già, per quella tortuosa strada, era venuto il fedele corteggio alle poche abitazioni aggruppate a mezzo del quartiere, e passando dinanzi un umile antico oratorio e l'attigua piazzetta, si fermava al limitare d'una casa più meschina, più bassa dell'altre, dalla larga tettoja che piovendo all'infuora nascondeva quasi le poche e ineguali finestre. Da' piccoli vetri cadenti d'una di quelle finestre, traspariva un lume fioco e tremolante.

Coloro che accompagnavano il Sacramento, si posero ginocchioni in fila, sotto al portone di quella cadente casa, da' due lati d'un andito oscuro; e il prete s'avanzò nel cortile, preceduto dal sagrestano e da un cherico, seguito da quattro o cinque vecchi che portavano i ceri benedetti. Salirono per una stretta ed erta scala di legno alla stanza dell'infermo.

L'uscio, che rispondeva sulla loggia, era aperto; e dalla soglia due giovinetti venivano a rincontro del ministro del Signore. Uno di que' giovinetti, il minore, piangeva forte; l'altro era smorto e ma non dava segno alcuno di dolore.

Attraversata la prima camera, il prete entrava in quella dell'infermo. Un vecchio tutto calvo, con lunga barba e mustacchi bianchi, con gli occhi fissi, incavati, con la morte già dipinta sulla faccia, levandosi da sè medesimo a sedere sul basso e scomposto lettuccio, alla vista del Sacramento, alzò la testa e le mani verso il cielo; e quasi risentendo vigorìa di giovinezza, si sostenne ritto sulla persona al cospetto del sacerdote, aperse a stento le pupille fiammeggianti ancora d'un lampo di vita, e cominciò con voce tremola ma chiara: --Sono dieci anni quest'oggi che anche lui è morto così!--Indi, fattosi lentamente il segno della croce, lasciò cader le braccia sulle coltri e la testa sul petto, chiuse gli occhi e stette immobile, senza respiro; pareva cadavere.

Il vecchio soldato di Napoleone aveva voluto vestire per l'ultima volta la sua antica assisa di velite, quell'abito di bianco panno dalle risvolte e da' paramani verdi, sotto al quale batteva lento e tranquillo ancora il suo cuore, come nei giorni della battaglia; all'occhiello dell'assisa pendeva un nastro di color verde e rancio, l'unico, il più prezioso giojello ch'egli avesse posseduto al mondo, l'insegna cavalleresca della corona di ferro. Sulla coltre, da una parte posava il crocifisso; dall'altra la spada, che da anni ed anni lasciava appesa nella corrosa e ammuffita guaina a lato del capezzale, e che venuto alla sua estrema giornata volle tenersi più vicina, come l'ultima memoria della passata vita.

Stavano alla destra del letto, inginocchiate sul nudo terreno, alcune donne. Fra loro, la moglie e la giovinetta figliuola dell'infermo; quella, abbandonata sulle ginocchia, accosciata per la stanchezza del dolore, e col volto bagnato delle lagrime scorrenti; questa, umilmente composta in atto di preghiera, accanto alla candela benedetta che ardeva da un lato, e tutta rassomigliante ad uno di que' serafini che vediamo effigiati ne' quadri dei nostri antichi pittori; bella quantunque pallidissima, spirante in ogni atto una calma rassegnata, un non so che di paradiso. E dietro alla madre e alla figlia, si tenevano rincantucciate due o tre buone femmine del vicinato, accorse per ajutarle in quel giorno della disgrazia. Dall'altra parte del letto, inginocchiavansi i due figliuoli, que' giovani che poco prima eran venuti ad incontrare il santo viatico: il minore non piangeva più, ma seguiva cogli occhi ogni moto del sacerdote; il maggiore invece non li distaccava mai dalla paterna faccia.

Il sacerdote, entrando, aveva pronunziato il saluto che il rito della Chiesa prescrive: Pace a questa casa!--Al che il sagrestano coi fedeli: E tutti coloro che vi abitano.--Poi, mentre il cherico, spiegato il candido corporale su d'una piccola tavola, accendeva due sacri ceri, il sacerdote vi posò la piscide; e facendo coll'aspersorio dell'acqua lustrale un segno di croce sul letto e sugli astanti, li benedisse colle parole del profeta:--Aspergimi coll'isopo, e sarò mondo; lavami e più che neve sarò dealbato.

Il vecchio riaperse gli occhi, ma trasognato, e come ignaro della mistica cerimonia che s'apprestava; colle dita convulse stringeva ora la spada, ora il crocifisso. Orava il sacerdote, e benedicendo un'altra volta il malato, tolse dalla piscide e sollevò in faccia a lui l'ostia divina.

Il velite si riscosse, guardò i suoi figliuoli ad uno ad uno, congiunse le mani, e mormorò quasi parlasse con sè medesimo: Era meglio vent'anni fa! Ma quando il prete, chinandosi sul letto e pronunziando le parole del mistero, gli ebbe pôrta la particola, rispose con voce forte e sicura: Così sia!--

Orò di nuovo il sacerdote; e detto agli astanti: Andiamo in pace, nel nome del Signore--ripigliò il sacro vase d'argento, poi, benedetto il morente fratello, si partì coi pochi fedeli.

E nella stanza, appena che si rimisero in via e che, nel seno della notte, allontanandosi a poco a poco, svanirono le voci della turba salmeggiante, fu una pace, un silenzio non interrotto; come se in quel letto più non giacesse un uomo all'ultima sua notte. La madre e i tre figli stavano tuttavia inginocchiati al luogo stesso; gli occhi del vecchio s'eran richiusi; ne più s'udiva che il greve e affannato suo respiro.

Passata che fu mezz'ora, l'infermo tornò a sollevarsi da sè; e facendo un piccolo cenno della destra, disse:--Damiano!

Era il nome del suo figlio maggiore. Il quale chinandosi sopra di lui, e stretta con immenso affetto la sua mano, v'impresse caldi baci, e se la mise sul cuore per riscaldarla; poichè quella mano era fredda.

--Mio Damiano, mio figlio! così il vecchio soldato, con voce piana e grave: Ho veduta mille volte la morte in faccia, ma non ho sentito mai quello che sento in quest'ora. Io non son più Vittore, non son più nulla per voi....

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