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Ricordi di Londra
by De Amicis, Edmondo; Simonin, Louis
Language: it2,086 downloads on Project Gutenberg
Subjects
Public-domain ebook sourced from Project Gutenberg #27640.

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by De Amicis, Edmondo; Simonin, Louis
Language: it2,086 downloads on Project Gutenberg
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Il volume raccoglie due testimonianze di viaggio sulla Londra dell’epoca: quella dell’italiano Edmondo De Amicis, pubblicata originariamente sulla Nuova Illustrazione Universale, e quella del francese Louis Simonin, inserita a fianco per offrire “le due facce dell’intera umanità”. L’autore descrive il suo arrivo in città con una serie di impressioni sensoriali – dal mal di mare che lo rendeva “superiore a tutte le vanità umane” alle prime, caotiche ore nella stazione di London Bridge, passando per il brontolio dei tram, la nebbia che avvolgeva i ponti e il rumore incessante della metropoli. Il racconto si dipana tra osservazioni dettagliate dei luoghi (i dock, il mercato del pesce, la Torre) e riflessioni interiori sul sentirsi piccolo e meravigliato di fronte a una città “spropositata, un mare magno, una Babilonia”.
La prosa è caratterizzata da un tono vivace e talvolta ironico, tipico della narrativa di viaggio del tardo Ottocento, con una lingua ricca di aggettivi e metafore che rendono palpabile l’atmosfera londinese. Chi ama i resoconti di viaggio che mescolano osservazione sociale a introspezione personale – lettori interessati alla storia urbana, alla letteratura di viaggio e a un ritratto contrastante della povertà e della grandiosità – troverà in questo scritto una lettura stimolante e autentica.
The opening · free to read
MILANO FRATELLI TREVES, EDITORI 1874.
PROPRIETÀ LETTERARIA.
Tip. Fratelli Treves.
Questi Ricordi di Edmondo De Amicis furono pubblicati, nella Nuova =Illustrazione Universale=, che incominciò quest'anno a Milano le sue pubblicazioni. Piacquero tanto per l'esattezza e freschezza delle descrizioni, per le impressioni rese con quel calore e colore che l'autore della =Vita Militare= dà a tutti i suoi scritti, che da ogni parte ci veniva la domanda di farne un volume a parte. Questo desiderio era pure il nostro; ma ci fu da vincere la modestia dell'autore, il quale finì col cedere alle nostre istanze al patto espresso che si avvertisse il lettore come coteste pagine fossero destinate a giornale e scritte per giornale, e non vogliono perciò essere giudicate come libro. Ecco dato l'avviso: ma siamo certi che al lettore parrà che anche questa volta al De Amicis è venuto fatto senza volerlo un bellissimo libro. Non è dal numero delle pagine che si apprezza il valor letterario.
Per amor di contrasti ci è piaciuto accoppiare ai Ricordi del De Amicis quelli del Simonin. Lo scrittore italiano visitava per la prima volta la metropoli inglese: fu sbalordito da tutto ciò che ivi è grandioso, maestoso, ammirabile. Si sentì quasi rimpicciolito, e lo dice.
Ecco il rovescio della medaglia. Il viaggiatore francese è andato a vedere il brutto, la miseria, lo squallore. Accompagnato dalla polizia, ha visitato i quartieri poveri e li descrive in modo da mettere i brividi spesso, da impietosire sempre. È un terribile schizzo di costumi, preso sul vivo.
Così le due descrizioni si completano; e si direbbe che abbiamo le due faccie, non di una metropoli, ma dell'intera umanità.
GLI EDITORI.
I.
Pioveva, il mare era agitato, il bastimento ballava come una barchetta; a una mezz'ora appena da Dieppe provai, per la prima volta in vita mia, i sintomi del mal di mare. C'erano a bordo molte signore, la maggior parte inglesi, che sgranocchiavano allegramente cacio e prosciutto, senza neppur mostrare d'accorgersi di quel tremendo ballottìo che sconvolgeva le viscere a me e ad altri, qualcuno dei quali s'era già lasciato sfuggire dalla bocca più che dei lamenti. Ebbene, è proprio vero che il mal di mare rende l'uomo superiore a tutte le vanità umane. Se una mezz'ora prima m'avessero detto:--Guarda; qui c'è tanto denaro da stare a Londra un mese invece di quindici giorni, come ci starai tu; e poi da fare un giro in Scozia, e poi una scappata in Irlanda; questo denaro è tuo, se tu pigli davanti a questo signore un atteggiamento che ti renda ridicolo;--confesso la mia vanità, l'avrei rifiutato. Una mezz'ora dopo, invece, stavo con un infinito disprezzo di me medesimo, sopra due sacchi sucidi, un piede a oriente ed uno a occidente, il cappello cilindrico schiacciato sur un orecchio, un calzone tirato su che metteva in bella mostra un palmo di mutanda incatramata, e la testa dondolante con un abbandono così svenevole, che avrei potuto servir di modello per una brutta statua del Languore. Ah è un gran male malsano il mal di mare, bisogna dir col Fucini. Per maggior tormento avevo accanto un francese buffone, partito con me da Parigi, che mi dava la baia, ripetendo ad ogni mio gemito:--_Mais vous n'êtes pas malade, mon cher monsieur: vous languissez d'amour pour cette charmante demoiselle que voilà_,--e indicava una signora che io non avevo la forza di guardare; e la gente intorno rideva. Donne! Amore! Se la più bella creatura di questa terra m'avesse detto in quel momento come la duchessa Giosiana al saltimbanco Gymplaine:--T'amo, t'accetto, vieni,--non mi sarei voltato per veder com'era fatta. Quello stesso pensiero:--Questa sera vedrò Londra,--che la mattina mi eccitava tanto, allora mi dava un senso di noia insopportabile.--E dire che son venuto qui,--pensavo in quel vaneggiamento,--per mia elezione, per divertirmi! Ah insensato! E pensare che dovrò per forza ripassare il mare! Ah è impossibile, non me la sento più, ci lascerei la vita.... Resterò in Inghilterra.... cercherò un mezzo di vivere a Londra... farò il commesso di bottega.... il maestro d'italiano... purchè io non vegga più mare! Morire, quando giunga la mia ora, sta bene; ma mai più questo supplizio!
Poche ore dopo desinavo nella stazione della strada ferrata di Brighton, e avevo rinunziato al proposito di morire in Inghilterra.
Quando partii per Londra, cominciava a farsi notte, mi rincantucciai nel vagone e mi misi ad assaporare quel grande pensiero che di là a poche ore sarei stato a Londra.--Londra!--Mi ripetevo questo nome, me lo facevo sonare nella mente con compiacenza, come si fa sonare sul tavolo una moneta d'oro.--Londra!--Provavo non so che gusto a dire a me stesso, come se non l'avessi saputo prima, che era una città spropositata, un mare magno, una babilonia, un caos, una cosa favolosa.--È la più grande città della terra! pensavo,--e in questo v'è qualcosa di assoluto, che in nessun'altra città si ritrova, perchè, se ve n'ha delle altre più belle, di quale si può dire:--È la più bella?--È un piacere nuovo quello di veder qualche cosa che, in un certo senso, occupi incontrastabilmente il supremo grado nel mondo; qualche cosa di là da cui non si può spingere il pensiero senza entrar nel regno dei sogni; qualche cosa dinanzi a cui potete dire:--Nessun uomo ha visto mai nulla di più grande!--E poi mi rallegravo pensando che andavo a Londra solo, senza conoscerci nessuno, senza lettere di raccomandazione, come ci si deve andare per potersi sentir smarriti in quell'oceano, per provarci quel sentimento quasi di paura, che infondono i grandi spazi ignoti, per essere schiacciati, per ricevere, in una parola, l'impressione schietta ed intera che quella città immensa deve produrre nell'animo d'uno straniero. E quanto a questo, avevo anco il vantaggio di non sapere una saetta d'inglese, di esser corto a quattrini, di non avere che una valigetta che spirava miseria, e infine tutto quello che ci vuole per sentirsi piccino e meschino in una grande città sconosciuta. Pensando a tutto questo, mi davo una fregatina alle mani e dicevo:--Londra, son pronto!
Era notte fitta quando entrai nella città. V'entrai senza accorgermene, e mi meravigliai quando mi fu fatto cenno di scendere. Scendo, mi trovo sotto l'immensa tettoia della stazione di Londonbridge, in mezzo a un visibilio di carrozze e di lumi. Salgo nella carrozza più vicina e porgo al carrozziere un pezzetto di carta con su scritto il nome e la strada dell'albergo che m'avevan consigliato a Parigi. Il carrozziere legge, fa segno che ha capito e non si muove. Gli accenno che salga a cassetta e parta; ed egli duro. Mi metto a inveirgli contro in francese; non capisce una maledetta, e appoggiandosi pacatamente allo sportello comincia a filarmi una lunga chiaccherata in inglese.--Ora sto fresco!--dico io,--o come fare?--Incrocio le braccia e lo guardo; egli incrocia le braccia e mi guarda; e stiamo così guardandoci qualche momento. Infine perdo la pazienza, salto giù, gli urlo all'orecchio:--Mulo!--e me ne vado da me. Capii dopo che non m'aveva voluto condurre all'albergo perchè era troppo lontano. Me ne vado da me! ma come? ma dove? Confesso che in quel momento mi sentii scoraggiato. Quella immensità della stazione di cui non trovavo l'uscita, il non sapere dove sarei andato a battere del capo, quel primo incontro sfortunato che mi pareva un cattivo augurio, il peso della valigia che m'impediva il passo, l'umidità che mi sentivo addosso, la notte, la confusione, mi diedero un sentimento improvviso di tristezza e di sgomento. Dopo aver errato un po' a casaccio, infilai una porta e mi trovai fuori. Mi parve d'essere caduto nel caos. Uno strepito di carrozze che non vedevo, un fischiar di treni di strada ferrata che non capivo dove passassero, una confusione di lumi sopra e sotto, da tutte le parti e a tutte le altezze, una nebbia che non mi lasciava raccapezzare nè forme nè distanze, e un va e vieni di gente che pareva che fuggissero: tale fu il primo spettacolo che mi si offerse. Ciondolando, zoppicando, percorsi un tratto di strada, come uno stupido, colla testa non so dove; poi, non potendo più reggere la valigia, la posi in terra e mi fermai. Fortuna volle che, alzando gli occhi, vedessi un fanale colorito con su scritto: On parle français.--Era un albergo, tirai un gran respiro, ripresi il mio fardello ed entrai timidamente coll'aria del villan quando s'inurba. Una signora di cattivo umore, ch'era la padrona, udite le mie prime parole, chiamò il cameriere al quale domandai se c'era una camera. Il cameriere, facendo ad ogni parola francese una contrazione che pareva uno sforzo di vomito, e guardandomi da capo a piedi con quell'aria tra di protezione e di diffidenza che è propria della sua schiatta, mi rispose che la camera c'era; ma.... Ma--soggiunse--la facciamo pagare cinque shilling,--e mi guardò un'altra volta da capo a piedi con aria sospettosa. Veramente il mio vestiario era tale da scusare quella diffidenza. Nondimeno mi sentii invaso d'uno sdegno da milionario, gettai sulla tavola una lira sterlina, e facendo un gesto che in quel punto mi parve degno d'un verso di Dante, dissi:--Pagatevi e andiamo!--M'accompagnarono nella camera. Mi buttai subito in letto; ma per molto tempo non riuscii a chiuder occhio, tale era il rumore che mi giungeva all'orecchio. Era un rumore sordo e monotono come se flottasse il mare ai piedi della casa; e in mezzo a questo brontolìo uno scoppiar di clamori acuti che pareva giungessero da grandissime lontananze, e mi facevano pensare a mille cose strane, come se fossero suoni di parole sfuggite alla immensa città che s'addormentava, lamenti dei suoi sobborghi sterminati, imprecazioni di quella formidabile City affranta dalla fatica, accenti di accusa e di giustificazione, come si odono nel gran muggito del mare in tempesta. A poco a poco i rumori più alti cessarono, non udii più che il brontolìo monotono; poi, di tratto in tratto, riudii i rumori di prima,--una città come Londra stenta a prendere sonno;--poi cessarono daccapo; finalmente m'addormentai e feci i più stravaganti sogni del mondo.
[Illustrazione: Facciata del palazzo di Westminster, veduta dalla riva del Tamigi.]
La mattina, assai prima del levar del sole, uscii, e mi diressi verso il Tamigi. Ero a pochi passi dal ponte-di-Londra, nel cuore della City. Si vedeva pochissima gente, regnava un gran silenzio, il cielo era grigio, faceva freddo, una nebbia leggera velava tutte le cose senza nasconderle. Andai verso il ponte a passi rapidi, sapendo che di là si godeva il più gran colpo d'occhio di Londra.
Arrivato in mezzo al ponte, guardai intorno, provai un istantaneo senso di freddo dal capo alle piante e rimasi immobile.
Subito dopo mi balenò dinanzi l'immagine di Parigi vista dal Ponte Nuovo, e mi parve straordinariamente piccina.
Poi mi appoggiai alle spallette e dissi coll'accento di chi vuol mettere un po' d'ordine nella sua testa:--Vediamo.
Sotto, il Tamigi larghissimo; da un lato bastimenti a perdita d'occhio, dall'altro una successione di ponti giganteschi; lungo le due rive, vicino al ponte, case robuste e nere, come vecchie fortezze, affollate disordinatamente, e pendenti a filo sull'acqua. Un po' più oltre, grandi moli di edifizi d'aspetto sinistro, smisurate tettoie a vôlta di stazioni di strada ferrata, lunghe linee diritte come d'enormi bastioni; e di là da questi, una confusione di contorni spezzati e di forme vaghe via via digradanti in leggere sfumature cineree, fino a non presentar più che un grandioso disordine di profili nebbiosi di comignoli, di camini, di torri, di cupole, di campanili; e più oltre ancora, prospettive misteriose quasi di altre città lontane, che s'indovinano, più che non si vedano, da una linea dentellata leggerissima che si disegna sull'orizzonte grigio. Su tutti gli edifizi vicini, poi, sui ponti, sulle rive, un color cupo d'officina, un'aria di città logora, un aspetto di forza e di fatica, un non so che di viscoso e di lugubre, come d'una città desolata da un incendio;--uno spettacolo immenso e triste.
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