Storieta
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Nella sua raccolta di romanzi contemporanei italiani, l'editore Brockhaus accoglie, per la seconda volta, l'opera d'un pistoiese. La scelta non e fatta a caso. Come la Montagna Pistoiese e forse, con la Montagna sanese, il luogo d'Italia ove si parla piu schietta, piu viva, piu poetica la nostra favella, cosi e lecito supporre che i piu efficaci scrittori di questa favella abbiano a ritrovarsi fra pistoiesi e sanesi. Giuseppe Tigri e nato in Pistoia nel 1806; ne solo nacque in Pistoia, ma vi si educo giovinetto, v'insegno lettere, finch'ei venne dal governo italiano nominato ispettore delle scuole elementari per la sua provincia nativa. E alla sua citta e provincia egli dedico pure le migliori opere del proprio ingegno gentile, quali sono le Selve, elegante poemetto didascalico fornito di molte note, per le quali conseguiva lode di molta diligenza presso i due immortali fratelli Jacob e Wilhelm Grimm, quand'essi, venuti insieme a visitar la Toscana, ricercarono a Pistoia del Tigri; la pregevole e ricca raccolta dei Canti popolari toscani, della quale l'editore G. Barbera in Firenze intraprese gia tre fortunate edizioni; una erudita Memoria storica Intorno al palazzo pretorio o del potesta di Pistoia (Pistoia 1848); un buon libro su Pistoia e il suo Territorio (Pistoia 1854); una piccola ed eccellente Guida della Montagna Pistoiese, che fu ristampata in quest'anno, con una carta, sotto gli auspicii del Club Alpino italiano; e, infine, questo medesimo romanzo, ove si intrecciano ingegnosamente gli amori del celebre poeta Cino da Pistoia, amico di Dante, con la Selvaggia, col racconto dell'Assedio che i fiorentini ed i lucchesi posero alla citta di Pistoia sul principio del secolo decimoquarto.

E non e a credere che, per aver dimostrato tanta costanza e vivezza d'affetti alla sua terra natale, Giuseppe Tigri siasi poi raccolto in queste sole tenerezze cittadine. Nessun pistoiese ha, senza dubbio, reso con le lettere omaggio piu continuo alla propria citta; nessun pistoiese si mostro guida piu dotta e cortese del Tigri al forestiero che visitava la sua terra cosi piena di memorie; ma il Tigri, in tempi ne' quali pareva delitto anche il solo voto per la liberazione della gran patria italiana, esprimeva nelle sue scritture nobili sensi patriottici; e, quantunque ascritto agli ordini ecclesiastici, imparava per tempo a distinguere il rispetto che si deve alla religione da quello che non sempre si sono meritati i papi; e con Dante e con Cino da Pistoia si augurava egli pure che la potesta imperiale regia fosse bene distinta dalla potesta pontificia. Di questi sentimenti del Tigri parecchi indizii trovera in questo stesso romanzo il lettore tedesco, onde potra argomentare quali pensieri si volgano nella mente di una parte eletta del clero liberale italiano.

Quanto al valore intrinseco della Selvaggia, come opera d'arte, io non ho diritto di formare alcun giudizio. Ogni lettore che abbia senso di gentilezza, pregiera da se stesso i sentimenti delicati che vi si muovono; e, sebbene vi si scorga piu tosto una lingua letteraria che quella viva del popolo, molte grazie naturali la fanno ancora seducente; alcune delle descrizioni sono vivaci e pittoresche: la poesia della vita italiana fra le lotte del secolo decimoquarto, in parecchie pagine, lampeggia. Io credo passato il tempo de' romanzi storici, anzi, per dire il vero, credo che essi siano sempre stati un genere assai falso di letteratura. Vi e piu vera poesia nella storia semplice che non vi possa essere in un ricamo romantico sopra la storia. I Promessi Sposi rimangono ancora opera unica nella nostra letteratura; e stolida ogni presunzione d'emularla e di superarla; e chi volesse fare un cattivo complimento al Tigri dovrebbe canzonarlo cosi: "sapete quel ch'io penso del libro vostro? esso lascia dietro di se i Promessi Sposi". Fra i duecento romanzi storici che conta la nostra letteratura, la Selvaggia merita, senza dubbio, un posto d'onore; ma non dopo i Promessi Sposi, si bene dopo i romanzi storici dell'Azeglio e del Grossi, che sono gia essi stessi a una distanza notevole dal capolavoro manzoniano: il Cecco d'Ascoli del Fanfani, la Selvaggia del Tigri, i romanzi storici di Luigi Capranica e di Carlo Belgioioso sono, fra le opere de' romanzieri italiani viventi, degni di ricordo, a condizione, tuttavia, che non ne venga esagerata la importanza. La Selvaggia del Tigri, oltre il vantaggio d'essere scritta in buona lingua, offre poi ancora quello d'educare nell'animo del lettore sentimenti di squisita gentilezza. Non e questo lo scopo suo preciso, ma poiche lo scrittore ha l'animo ornato di ogni cortesia, egli doveva pure necessariamente improntarne l'opera del suo ingegno eletto.

Io sono pertanto lietissimo di vedere accolta nella Biblioteca italiana del tanto benemerito signor Brockhaus questo leggiadro ed onesto racconto di uno de' nostri piu gentili scrittori viventi; e, per rallegrarmene, fui contento di potergli mandare innanzi queste mie poche e disadorne, ma, spero, veridiche parole.

Firenze, 31 Marzo 1876.

ANGELO DE GUBERNATIS.

"E rimembrando delle nuove talle Ch'ivi son delle piante di Vergiole, Piu meco l'alma dimorar non vuole, Se la speranza del tornar gli falle."

---- Messer Cino da Pistoia, Sonetto.

Erano gli anni 1305 allorche un cavaliere cinto di tutt'arme, e portante sull'elmo un bruno pennoncello, al cadere dell'ultimo giorno d'aprile uscivasi di Pistoia per la porta di Ripalta, volgendo a maestro il suo focoso destriero. Le messi verdeggianti per ogn'intorno, l'aere tepido anche oltre l'usato, e una pienezza di vita che alla nuova stagione par che in ogni essere si trasfonda, sembrava rallegrassero il cavallo e il cavaliere. Non appena ebbe corso un breve tratto di strada, ch'egli accennando ad un paesetto sul primo colle a maestro, e dimandato a certuni che tenevano la stessa via, se fosse quello Vergiole;

--Messer si--rispondevagli un montanaro--lassu entro alla valle e il castello del capitano.

E il cavaliere inchinata la testa verso di lui come a modo di gratitudine, pago di non essersi ingannato, si rimetteva a galoppo sul suo cammino. Finche sopra un ponte assai stretto varcato l'Ombrone, cresciuto allora per lo sciogliersi delle nevi appennine, e che, senza sponde, per largo tratto si dilagava; poco stante si faceva a salire piu lentamente per un viottolo tortuoso e assiepato tanto di stipe del vicin bosco, e d'altri arbusti, che ad ogni svolta gli paresse impedito il sentiero. Pero quelle stipe rosso e bianco fiorite, miste ai bianchi-spini stellati, e agli abbraccia-bosco a fior giallo mandavano gia intorno un grato odore aromatico; e stavano a compensare dell'orrido delle piante piu alte, come di querci e castagni, che bruche bruche vi sorgevan per mezzo, non avendo che allora incominciato a spuntare le prime foglie. Se non che a misura ch'ei s'elevava, spingendo la vista piu sopra fra i novelli divelti, e certe regolari piaggette, scorgeva agevolmente la via che restavagli a fare, divisa dai campicelli, per basse siepi di pruneti e virgulti: mentre la per quei campi si vedea qualche vigna; qualche frutto primaticcio gia in fiore, come il mandorlo, il pesco e il susino; e frammisti a filari i pallidi olivi: che agitati in quell'ora da un venticello piu mosso, con quelle piccole e spesse foglie bianche e verdastre, ne mostravano l'ampia chioma vagamente variabile di colore.

Quivi sorpreso al grandioso spettacolo del sole al tramonto, arrestava per poco il cavallo: e rivoltosi indietro, rimirava nel piano la citta di Pistoia allor piccoletta, ma ben murata e turrita, cui le fertili e pittoriche valli dell'Ombrone e di Brana fanno magnifico anfiteatro. Poi si faceva a percorrere ansiosamente col guardo le sue pomifere coste allora fiorenti, e le vaghe circostanti colline, che, a colui che si avanzi per le nordiche terre appaiono presso che dell'ultime a offrire il prodotto delle vigne e degli oliveti: e dove nondimeno lussureggiano di tal guisa, che sembra faccian qui ogni sfoggio di lor piena vegetazione. Ammirava infine con compiacenza quell'orizzonte si lucido, che le segna d'intorno la bella cinta de' monti a settentrione, tutti coperti di castagneti e di querci, e nell'alture appennine, di faggi e d'abeti. I quali monti da un lato, movendo dal Sasso di Cireglio, si distendono in ampia cerchia a declive verso ponente sino al Castello di Serravalle: da dove poi prolungandosi a mezzodi da Montalbano a Pietramarina, lasciano pero tanto spazio da far si che si scorga in fondo in fondo come in panorama, e spesso quasi in un gran velo diafano tutt'avvolta Firenze. Sul lato opposto dal punto piu culminante dei monti del Teso, altri monti, altri poggi che volgono in semicerchio. E dove gli altri, intorno al bacino che la pianura pistoiese racchiude, nelle medie stagioni, investiti dai raggi del sole al tramonto, si colorano in cupo azzurro; quelli invece a greco-levante prendono una tinta si vivace e rossastra, che quasi li diresti di granito orientale. Tutti poi per altri gioghi ricongiuntisi ai colli di Fiesole e fino a quelli dell'Apparita, stanno ora come fiorente e trionfale corona di tre citta.

E un altro vago fenomeno, rimirando giu in basso, l'aveva sorpreso. In ogni pianura che la ricingano i monti, il cadere del sole offre sempre un aspetto di meraviglia: ma qui e in questa stagione, direi soprammodo incantevole per certa speciale configurazione dei luoghi. Infatti la catena dei poggi che si dilunga da settentrione a mezzodi, divide a ponente questa valle d'Ombrone da quella di Nievole: ed il sole col calarvisi dietro, manda refratti i suoi raggi quasi che paralleli attraverso alle depressioni della giogaia, e all'alte torri del castello di Serravalle; e stampa per cotal guisa sulla verde pianura, in direzione di levante, brillantissime strisce dorate, che tratto tratto mutando di luogo, producono effetti sempre nuovi e bellissimi. Per lo che ei vedeva per esse Pistoia investita come da un torrente di luce, e tinte in bel porporino le sue mura e le torri; mentre, altri lucidi solchi si distendevano su i circostanti terreni, in quel tempo la piu parte palustri: e tanto splendore seguitando con l'occhio, quelle vivide strisce le scorgea prolungate sino a Firenze. E se elevandosi un poco per le dette colline, cotal fenomeno era bello in quel tempo, non e a dire quanto apparisca piu incantevole adesso; potendovisi scorgere a occhio nudo, quando l'aria sia pura, irragiata la gran torre del palazzo della Signoria, e la cupola di S. Maria del Fiore: monumenti secolari i piu maestosi e per arte stupendi. S'aggiungano a questi cento e cento altri de' piu moderni che stan cogli antichi in cosi vaga armonia; e Firenze dovremo pur convenire che l'e unica forse delle citta italiane che, senza tener conto dei pregi piu eletti di civilta, anche dal lato solo materiale ed artistico alletti cotanto per essere degnamente ammirata.

A tal vista non e a dire qual commozione si suscitasse nell'animo del cavaliere! Quando omai vedutasi venir meno la luce diurna, immerso in quella mestizia che anco al cuor d'un guerriero suole infonder quell'ora, non penso piu che a riprender via per quella piaggia, e arrivare alla meta proposta.

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