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«il fiumicel che nasce in Falterona»

scorre dolcemente fra i greppi fioriti del parco meraviglioso delle Cascine e gli argini che difendono i piani feraci di Legnaja, e con capricciosi ed ampi serpeggiamenti si dirige verso la stretta gola della Golfolina, dove il Valdarno Fiorentino cede il posto e il nome al Valdarno Inferiore. E di qui, proseguendo il suo lento corso, erra in mezzo alle ampie pianure, carezza le pendici estreme de' poggi che ne fiancheggiano e ne chiudono l'ampia valle, per scender nel Tirreno, poco lungi da Pisa, fra la quiete de' boschi e delle praterie del Gombo e la gajezza della spiaggia arenosa, sulla quale una nuova stazione balneare distende oggi il suo vasto ed elegante caseggiato.

Lungo questo percorso dell'Arno attraverso il cuore della Toscana, è una successione continua di paesaggi, ora resi solenni dalla solitudine, ora animati e lieti dalla dovizia infinita dei fabbricati. Ville suntuose che ricordano la magnificenza ed il fasto della opulenta corte Medicea e delle potenti famiglie che ebbero parte nelle vicende della nostra storia, vecchi castelli che evocano la memoria delle aspre fazioni e delle contese del medioevo, piccole città, terre popolose, lunghe borgate che, in piccole proporzioni, riassumono e riproducono gli avvenimenti storici e gli splendori artistici di Firenze e degli altri centri maggiori della Toscana, villaggi e casali che accolgono una popolazione vivace ed operosa, rispecchiano le loro masse pittoresche, la gajezza del loro colorito nelle acque limpide e calme dell'Arno, il fiume al quale poeti e letterati dedicarono versi e laudi riboccanti di gentili entusiasmi.

In tempi remoti, quando le selve rivestivano i monti della sua valle superiore, l'Arno fu quasi l'unica via aperta alle comunicazioni ed ai commerci fra la spiaggia marina d'Alfea e la potente città di Fiesole, ai piedi della quale si costituiva rapidamente la colonia Romana che di Firenze ebbe nome. E più tardi, quando le solinghe e silvestri campagne vennero attraversate da strade, quando a piè dei forti e paurosi manieri de' potenti signori si formarono mercatali, borghi, villaggi, le rive del fiume e la sua valle divennero teatro di guerresche vicende, di fiere lotte delle fazioni, di scorrerie di milizie e d'innumerevoli avvenimenti che precedettero la costituzione dei due potenti stati di Firenze e di Pisa.

[Illustrazione: PERETOLA--CHIESA DI S. MARIA--CIBORIO DI LUCA DELLA ROBBIA. (Fot. Alinari).]

Firenze e Pisa, vinti e soggiogati i signorotti che tiranneggiavano sui poveri abitanti della campagna, che taglieggiavano i viandanti, affermata la rispettiva loro potenza colla costruzione di gagliarde rocche, si contesero a palmo a palmo l'ampio e fecondo territorio che si distendeva sulle due rive dell'Arno fra l'una e l'altra città. Nè furono soltanto le schiere delle milizie delle due repubbliche perpetuamente rivali che nei piani e sui colli del Valdarno sfogavano in sanguinose battaglie e in audaci scorrerie le ire loro; militi di altre repubbliche toscane, Lucca, Siena, S. Miniato, e gente mercenaria al soldo d'Imperatori, di Papi, di Signori di stati italiani e stranieri vennero pure a portar la strage e la desolazione in questi luoghi che la natura aveva deliziati col più lieto de' suoi sorrisi.

Firenze e Pisa munirono il loro territorio di forti castelli, circondarono di mura i borghi aperti, sicchè la via che collegava le due città, non fu che un seguito di luoghi fortificati. Così pure Lucca e Pistoja proclamarono la loro preponderanza sui castelli posti sulla riva destra del fiume, mentre gl'Imperatori di Germania, dall'alto della rocca di S. Miniato, affermavano il loro dominio, confidato alle cure de' Vicarî.

Trascorsero que' secoli paurosi, lasciando dovunque le tracce delle aspre lotte; cessarono, col sorgere della signoria Medicea che i gagliardi sentimenti di libertà seppe sopire col fasto e colla mollezza, le ragioni che i popoli tenevano gli uni contro gli altri armati, e il Valdarno vide cadere in rovina le inutili fortezze, rifiorire e fecondare i paesi tenuti già in ansie continue dalle ostilità incessanti, e la pace serena fece apparire ancor più mirabili le bellezze naturali di questa valle stupenda.

Da Firenze a Pisa, la differenza di livello del letto dell'Arno non è che di 42 metri sopra un percorso di circa 94 chilometri; quindi il fiume ha debole la corrente, ma ha rapidi e bruschi dislivelli e in tempi normali forma in varie località della pianura degli specchi d'acqua, ampi, profondi, calmi, che acquistano l'aspetto e la vaghezza di altrettanti laghetti.

La navigazione fluviale, possibile in certi periodi dell'anno, ebbe un giorno notevolissima importanza e per alcuni paesi posti sulla riva dell'Arno fu vera e propria fonte di prosperità. Dall'alta valle Casentinese scendevano di continuo delle specie di zattere che si dicevano foderi formate di travi e di antenne ingegnosamente collegate insieme. Parte facevano sosta a Firenze ed i legnami venivano ammassati su quella piazza che per questa ragione appunto si diceva Piazza delle Travi; parte si spingevano fino a Pisa e per il breve tratto di mare o pei canali navigabili andavano a Livorno per servire alle costruzioni navali.

[Illustrazione: PERETOLA--IL CHIOSTRO DELLA CHIESA DI S. MARIA (SEC. XV). (Fot. Alinari).]

[Illustrazione: PIEVE DI S. MARTINO A BROZZI--FONTE BATTESIMALE. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]

Da Livorno, da Pisa e da altri centri più importanti del Valdarno Inferiore risalivano il corso del fiume grosse barche colla carena piana a guisa di chiatte, trasportando terraglie, cristallami, materiali da costruzione ed ogni genere di mercanzie che scaricavano a Firenze e negli altri porticciuoli fluviali, senza contare che spesso accoglievano anche passeggieri, rassegnati ad affrontare la nojosa lunghezza di questa navigazione di carattere primitivo. Allora i mezzi di comunicazione non erano nè frequenti, nè facili, nè a buon mercato e chi aveva tempo da perdere e pochi denari da spendere, trovava che anche questo mezzo di trasporto offerto dai becolini, che costituivano una specie di flotta fluviale, non era del tutto disprezzabile. Anzi, a proposito di questo modo di viaggiare, tornano in mente i versi originali di un poeta bizzarro:

Gran bella cosa è i viaggiar p'i mondo! Diceva un fiorentino tondo tondo Andato in navicello fino a Signa.

L'Arno continuò a servire da comodo veicolo commerciale anche quando sulla strada postale Firenze-Pisa-Livorno passavano frequentemente corriere, diligenze e carri da trasporto, perchè colla barca si spendeva meno; ma la ferrovia, che una delle prime in Italia fu costruita lungo l'ampia vallata, segnò la fine di questa modesta navigazione, della quale non restano oggi che pochi ricordi nei navicelli che di tanto in tanto trasportano dei materiali da un villaggio all'altro, senza spingersi quasi mai fino a Firenze.

Un'illustrazione, anche breve, di tutti i luoghi importanti che popolano la valle dell'Arno fra Firenze e il mare, un accenno anche fugace dei ricordi storici onde sono ricchi i paesi e i villaggi disseminati nei vasti piani e sulle pendici dei colli, un'indicazione pur sommaria delle suntuose ville della nobiltà toscana, delle opulente abbazie, delle vecchie chiese, quasi tutte doviziosamente ricche d'artistiche bellezze, varrebbe a fornire il materiale per diversi volumi riboccanti di notizie, densi di documenti e di descrizioni. Poche altre contrade potrebbero difatti al pari del Valdarno Inferiore accumulare tante memorie di avvenimenti svoltisi nel corso di secoli e al tempo stesso esser tanto ricche di stupendi e preziosi edifizi che il sentimento artistico in altri tempi, comune ad ogni casta sociale, abbellì ed allietò con profusione meravigliosa di opere d'arte.

Dovremo perciò limitarci ad una rapida escursione nei luoghi attraversati dall'Arno, spingendoci brevemente anche nelle vallate minori, dove passano fiumi e torrenti che recano al maggior fiume toscano il tributo delle loro acque, soffermandoci specialmente dove più notevoli sono i ricordi storici da evocare, le tradizioni e le curiosità caratteristiche da raccogliere, dove maggiori sono le attrattive della natura e dell'arte, che il lettore potrà meglio apprezzare nell'ampio corredo di riproduzioni accurate e nitide che dànno una chiara ed efficace idea delle bellezze molteplici e varie del Valdarno Inferiore.

[Illustrazione: CHIESA DI S. ANDREA A BROZZI--TRITTICO DELLA FINE DEL XIV SECOLO.]

[Illustrazione: CHIESA DI S. ANDREA A BROZZI--QUADRO IN TAVOLA DI FRANCESCO DI GIOVANNI BOTTICINI. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]

I.

DA FIRENZE A SIGNA.

Un'ampia pianura, in epoca remota squallida e palustre, oggi fertilissima, popolata d'innumerevoli paesi, sparsa di leggiadre case di villeggiatura, intersecata in ogni senso da una fitta rete di comode strade, si distende a ponente di Firenze, e in mezzo ad essa mollemente serpeggia l'Arno, mentre tutt'all'intorno le colline ubertose formano una gentile corona che ha per gemme i suntuosi palazzi campestri e le chiese dalle linee pure e gentili.

Sulla destra riva del fiume, lungo i due grandi stradali che in senso differente percorrono i piani per ricollegarsi poi a Pistoja, corrono come due borghi interminabili di caseggiati che assumono i nomi diversi dalle antiche località e dalle vecchie chiese attorno alle quali si costituirono i primi centri.

[Illustrazione: AFFRESCHI NELLA CHIESA DI S. ANDREA A BROZZI. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).]

Lungo la via Pistojese, dopo Rifredi, divenuto ormai un sobborgo di Firenze e si potrebbe dir quasi il quartiere industriale fiorentino, vengono Castello, presso al quale primeggiano, fra una miriade di ville, le due splendide dimore Medicee ora patrimonio della Corona: Castello e Petraja, poi Sesto, ampio ed industrioso paese, reso celebre dalla vicina manifattura di porcellane di Doccia, fondata nel {016} 1740 dai Ginori, continuatori delle operose tradizioni della vecchia nobiltà fiorentina, e finalmente Calenzano, il pittoresco castello che guarda Prato e la fresca valle del torrente Marina.

[Illustrazione: CHIESA DI S. ANDREA A BROZZI--PESELLO: CRISTO IN CROCE. (Fot. Alinari)]

Dietro ai colli verdeggianti, a piè dei quali passa questa grande arteria, inalza la sua massa imponente Monte Morello, il più elevato fra i poggi che attorniano Firenze. Monte Morello, coperto un giorno di fitte selve, in mezzo alle quali si nascondevano romite chiesette, oggi distrutte o abbandonate, presenta la sua vetta arida e brulla come quella d'un vulcano, verso la quale i vecchi fiorentini rivolgono quotidianamente lo sguardo, quasi a trarne l'oroscopo del tempo. D'estate i riflessi rossastri delle balze riarse sono un indizio di gran caldo; d'inverno, invece, le nevi biancheggianti sull'alta cima denotano stagione rigida e ventosa, e quando le nubi si addensano avvolgendo e nascondendo il cocuzzolo della montagna, il buon fiorentino {018} aspetta rassegnato la pioggia, mormorando fra sè i versi strampalati d'un vecchio dettato:

Quando Monte Morello mette il cappello Piglia l'ombrello!

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