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Dante e gli Ebrei: Studio
Language: it347 downloads on Project Gutenberg
Subjects
In: IT Letteratura·Poetry·History - Medieval/Middle Ages
Public-domain ebook sourced from Project Gutenberg #43244.

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The opening · free to read
Un sonettuccio, un'epigrafe, due versi qualunque, in occasione di nozze, son cose omai di niun pregio che si leggon per divertimento tra un bicchiere e l'altro e che lascian quasi sempre il tempo che trovano.
Io ho voluto — o almeno creduto — fare qualche cosa di più duraturo nella gioia di due famiglie che sono tra le più illustri di questa Comunità israelitica, ripubblicando con molte aggiunte e correzioni alcune idee che videro la luce in un periodico letterario di Roma [1] e un'appendice sopra una mia conghiettura che prova, seppur ce ne fosse bisogno, come l'Immanuele frequentasse la casa di Dante... per qualche cosa di meglio che non fosse l'Inferno, e riportando i due famosi sonetti scritti per la morte del divino poeta, il primo da Bosone da Gubbio e l'altro colle stesse rime di risposta che fece il nostro Immanuele.
I letterati giudicheranno del mio lavoruccio che ha, se non altro, il pregio dell'attualità, perchè l'amicizia sincera di un ingegno sovrano come Dante con un ebreo nel medio evo — amicizia su cui non cade più il minimo dubbio — è prova del cuor nobile di lui e della malvagità di quanti odiano o disprezzano gl'israeliti senza una ragione al mondo.
Ma l'Italia fu sempre la terra de' forti propositi e delle magnanime imprese e l'Italia che venera l'Alighieri come il sommo tra i suoi poeti, ha imparato da lui ad inspirarsi ai dettami della fratellanza e dell'amore. E gliene va data somma lode.
Ad ogni modo il nostro studio non tornerà discaro a quanti vogliono l'affetto tra i professanti le varie religioni, nè spiacerà ai cultori delle belle lettere che in ogni accenno al poema dantesco trovan materia gradita di studii severi e di serie riflessioni.
Casale, 17 Agosto 1893.
[1] L'_Istruzione_ — anno III, num. 10, 11, 12, e IV, num. 4.
È più di un quarto di secolo — e non canzono — che scrissi in varii periodici sull'amicizia di Dante col poeta ebreo Immanuele Romano, e quelle note e quelle, dirò così, rivelazioni hanno avuto non è guari una debole eco nelle parole che il Del Balzo ha pubblicato a pag. 309, 315, 316 [2] del suo bel lavoro sul sommo poeta di cui gli amanti della letteratura italiana, specie i puri dantofili, debbono serbargli gratitudine.
Quelle note che in un libro di tant'importanza accennano ai miei lavori di circa sei lustri fa, — chi lo direbbe? — hanno risvegliato in me, non più giovine, e assorto in mille e diverse occupazioni che dalla italiana letteratura mi distolgono con grande mio rincrescimento, hanno risvegliato in me (i toscani a queste ripetizioni ci son avvezzi) il prurito di trattare diffusamente di questa benedetta amicizia tra due grandi poeti, di religione diversa, che vivevano sei secoli fa e che possono dare una bella e meritata lezione a quegli antisemiti da strapazzo che crescono come i funghi, lontani per fortuna dalla nostra cara Italia.
Dell'amicizia di Dante coll'Immanuele, di quanto il divino Poeta attinse dalla Bibbia, della stima ch'avea degli ebrei e dei punti di contatto che hanno i due poemi (l'_Inferno_ e il Paradiso dell'Immanuele e la Divina Commedia di Dante) eccomi pertanto in questa pubblicazione a favellare il più brevemente che possibile mi sia. Per fare lavoro completo ci vorrebbe un grosso volume. Ma oggi si vuol tutto in fretta e furia. E le cose lunghe diventan serpi. Sbrighiamoci dunque, . . . e voi lettori carissimi abbiate un po' di pazienza, che vedremo di non annoiarvi di soverchio.
II.
Chi era Immanuele Romano? E quando nacque?
Ecco due domande a cui la risposta pare facilissima — dopo tutto quanto se n'è scritto — e che è, per chi va coi piedi di piombo (ed ogni buona critica dovrebbe andarci), tutt'altro che facile.
Immanuele Romano, figlio di Salomone, della famiglia Sironea o Sifronite (piccola differenza di filologia genealogica) che poi è lo stesso, sortì da natura ingegno svegliato, bizzarro, fantastico come tutti i poeti. Nelle sue composizioni poetiche intitolate Mechabbèrod non volle freno. Scrisse collo stile satirico, fu erotico al massimo grado, adoperò la sferza con sarcasmi e frivolezze, fu lirico, epico, drammatico senza esser volgare.
Per dipingerlo in una pennellata ci vorrebbe un Raffaello, e noi perciò non ci pensiamo nemmeno; lo vedremo un po' per volta e ne faremo la conoscenza secondo il caso si presenterà.
Ei nacque in Roma secondo i più nel 1265, proprio l'anno in cui nacque Dante. Altri, non sappiamo con quale fondamento, lo voglion nato chi nel 1262, chi nel 1272 [3].
Questo però a noi poco importa, e si bisticcino a loro piacere i critici; per avere una certezza non ci son che i registri della Com. isr. di Roma; seppure di quei tempi, tanto bersagliati, si son conservati registri [4].
Quello che ci preme rilevare è l'amicizia vera, indiscutibile, ammessa omai da tutti gli scrittori — da Cino da Pistoia al Carducci nostro — che legava i due poeti, amicizia che ebbe luogo, secondo la pensiamo noi, in questo modo.
III.
Dante, chi dice verso il 300, e chi nel 302, fu mandato dalla Signoria di Firenze ambasciatore in Roma per indurre il Pontefice Bonifacio VIII alla concordia. Ma non fu compreso, e non trovando che trame insidiose e dai dolori dei partiti politici accasciato, il suo miglior tempo passava coi letterati e fra questi il nostro Immanuel che per le sue bizzarrie non meno che per l'ingegno svegliato aveva in Roma la nomea di poeta originale.
Conosciutisi, strinsero amicizia e ne' colloqui frequenti il poeta ebreo andava frammischiando voci ebraiche e delle bibliche idee lo innamorava.
Poeti ambedue, ambedue desiderosi di flagellare i vizii del secolo, i turbolenti moti politici, le gare di partito, che travagliavano allora — più che oggi assai — l'Italia nostra, andavano l'un l'altro consigliandosi come innalzare l'animo dei contemporanei alla ricerca del vero e del bello, come indirizzare le menti ad uscire da « quella selva selvaggia ed aspra e forte ».
E vennero ambedue a questa determinazione: flagellare il vizio, esaltare la virtù, col descrivere le pene dell'inferno, i premii e le gioie del paradiso, ed ecco Dante immaginare [5] la Divina Commedia, e Immanuele le Mecaberod, raccolta di poesie ebraiche che hanno come Appendice una lunga e stupenda descrizione dell'Inferno e del Paradiso.
IV.
Chi abbia suggerito la prima idea dell'opera immortale in tanta lontananza e oscurità di tempi non è molto agevole rintracciare.
Il D.r Paur scrittore critico tedesco [6] si diffonde lungamente sulla questione e conclude che senza essere plagiario Immanuel nella descrizione dell'Inferno ha imitato Dante.
Ma questo non appare affatto alla lettura dell'opera del poeta ebreo [7]. E noi fermamente crediamo che all'Alighieri il concetto di una gita ai regni bui e le fiere che rappresentano popoli e nazioni e cento altre immagini disseminate nella Divina Commedia siano state ispirate, consigliate, diremmo quasi dettate dall'amico suo Immanuel prima nelle intime e fraterne conversazioni, poscia per corrispondenza epistolare.
V.
Se dovessimo dire tutto quanto nella Divina Commedia è attinto dalla Bibbia non la finiremmo così presto.
Il primo verso allude al concetto de' Salmi, che l'umana vita è in media di anni 70 (Salmi XC, v. 10) e già nel suo Convito, come osserva giustamente il Camerini « Dante stabilisce che il mezzo della vita degli uomini perfettamente maturati è nel trentacinquesimo anno. Di tale mezza età dee qui intendersi ed egli deve averla scelta per questo viaggio, allusivamente alle parole del Re Ezechia » (Isaia 38 v. 10).
L'immagine delle tre fiere, anima e vita del primo Canto dell'_Inferno_, è completamente biblica.
Stando al De Benedetti [8], l'Alighieri avrebbe attinto da Geremia. « Dante, egli scrive a pag. 22, è arrestato in suo cammino da tre fiere, una lonza, un leone ed una lupa nelle quali gl'interpreti videro nel senso morale, lussuria (altri invidia), superbia e avarizia, impedimenti a virtù, e nel politico Fiorenza guelfa, Francia, la Curia romana. Or quelle fiere sono indicate da Geremia (cap. V, v. 6) quali strumenti del gastigo divino, contro i grandi che avevano rotto il giogo ».
Più fedele dipintura trovasi, secondo noi, in Daniele, cap. 7, in Daniele che come Dante, raffigurò in tre fiere tre nazioni diverse. Perfino nei particolari l'orsa e la lupa di Dante è copiata dal profeta ebreo il quale la dipinge con tre costole in bocca fra i denti e che le venisse gridato (v. 5): « Sorgi e mangia molta carne ». E Dante: « Che mai non empie la bramosa voglia E dopo il pasto ha più fame che pria ».
Le tre fiere rappresentanti tre nazioni trovano dunque perfetto riscontro nelle sacre carte e da esse — non altrove — attinse Dante il suo concetto allegorico. Il poeta finse una visione veramente profetica, sovrannaturale, una visione al tutto biblica: « Tanto era pien di sonno in su quel punto » egli scrive in sul principio, proprio come i profeti della Bibbia che al momento del vaticinio erano presi da sonno profondo, poi le tre fiere di cui dicemmo, poi l'apparizione di Virgilio come a Daniele stesso e ad altri profeti si presentò ora un uomo d'altissimo ingegno, ora un essere immortale a squarciare i veli del futuro.
In tutte parti impera e quivi regge, Quivi è la sua cittade e l'alto seggio o felice colui cui ivi elegge!
sono frasi de' Salmi (103 v. 19; 65 v. 5).
Come persona che per forza è desta è in Zaccaria cap. 4, v. 1; il colà dove si puote ciò che si vuole è pure nei Salmi (115 v. 4); il sette volte cerchiato d'alte mura è imitazione delle mura di Gerico e via dicendo.
E come mai non ravvisare la conoscenza di qualche frase ebraica nel famoso verso composto tutto di parole ebraiche:
Pape Satan, pape Satan aleppe? פה פה שטן פה פה שטן אלוף
Il Paggi lo traduce e con ragione così: « Qui qui Satan, qui qui Satan è principe » nè altra cosa voglion significar quelle parole leggendole con qualche lieve alterazione. Pluto con tale esclamazione volea vietare ai poeti il passar oltre senza il permesso superiore di messer Satanasso.
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