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I promessi sposi. Opere di Alessando Manzoni, vol. 1
Language: it1,386 downloads on Project Gutenberg
Subjects
In: IT Romanzi storici·Historical Novels
Public-domain ebook sourced from Project Gutenberg #45334.

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Il volume raccoglie le prime pagine di “I Promessi sposi”, opera di Alessandro Manzoni, inserita nella categoria della narrativa storica con accenni alla peste e al contesto milanese del XVIII secolo. L’apertura si concentra sulla nascita del giovane Alessandro a Milano, il paesaggio del Naviglio di San Damiano e le prime impressioni del bambino sul lago di Como, le montagne e l’Adda. Manzoni descrive con ricchezza di dettagli la natura lombarda, i collegi somaschi di Morate e Lugano, e le prime esperienze di ribellione contro un’educazione fraterna che definisce “insipida”. Il narratore intreccia ricordi familiari, citazioni a Parini e alle influenze illuministe, tracciando le radici di un futuro scrittore immerso in una Lombardia che oscilla tra idillio rurale e turbolenza urbana.
Lo stile è tipicamente manzoniano: una prosa densa, ornamentale e ricca di riferimenti classici, che alterna descrizioni poetiche a digressioni autobiografiche. Il linguaggio rispecchia la lingua italiana del primo Ottocento, con una sintassi elaborata e un ritmo che richiama la tradizione neoclassica. Chi apprezza la letteratura storica, le biografie di autori celebri e le atmosfere di Milano preunitario troverà gratificante questo primo sguardo sulla formazione di Manzoni, così come i lettori affascinati da descrizioni paesaggistiche e da un’analisi critica della formazione culturale dell’autore.
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Nato a Milano, sul Naviglio di San Damiano--dalle parti dell'antico corso di Porta Orientale--, il 7 marzo 1785, da Pietro Manzoni, di nobile famiglia originaria di Barzio nella Valsassina in territorio di Lecco, e da Giulia, la giovane figliuola primogenita di Cesare Beccaria, il bambino Alessandro era stato mandato a respirare le prime aure vitali in un casolare a poca distanza dalla villa paterna del Caleotto, a Castello sopra Lecco. Il magnifico, vario, tenero paesaggio della mirabile costiera orientale di quell'ultima parte del «ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno»; lo spettacolo superbo di quei «monti sorgenti dall'acque ed elevati al cielo», di quelle «cime inuguali», di quelle «ville sparse e biancheggianti sul pendio, come branchi di pecore pascenti»; l'armonia soave dell'Adda e dei torrenti scroscianti: riempirono l'occhio e l'orecchio di quel bambino, che lì appunto, in quell'angolo remoto e quasi segregato dal resto del mondo, avrebbe, nella balda virilità, immaginata la scena del Romanzo immortale. Anche lui, brianzuolo d'adozione, avrà allora imparato, in quei vergini anni, a distinguere di quei torrenti «lo scroscio, come il suono delle voci domestiche»; e le cime di quei monti si saranno allora impresse pur nella sua mente, «non meno che l'aspetto dei suoi più familiari».
Come non ripensare al Parini, e ai «colli beati e placidi» che cingono il vago Eupili, un po' più là, verso occidente, dietro i Corni di Canzo,
Alta di monti schiena, Cui sormontar non vale Borea con rigid'ale,
quando, nel Romanzo, ascoltiamo l'inno di nostalgia traboccante dall'anima dello scrittore; che sente battere all'unisono il suo col cuore della cara contadina d'Acquate, fiorente di «quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo»; che divide con Renzo la tenera commozione del riudire di tra il fogliame delle alte macchie di pruni, di quercioli, di marruche, la materna voce dell'Adda? «Oh beato terreno», «colli ameni», «clima innocente», aura
Rotta e purgata sempre Da venti fuggitivi E da limpidi rivi!
Oh l'inebriante profumo del timo, del croco, della menta selvaggia! Il solenne spettacolo del lago, giacente, nella notte senza vento, liscio e piano, così che parrebbe immobile «se non fosse il tremolare e l'ondeggiar leggiero della luna, che vi si specchia di mezzo al cielo»; e il sordo rumore del «fiotto morto e lento» che si frange sulle ghiaie del lido, e «il gorgoglío più lontano dell'acqua rotta tra le pile del ponte!».... E lo spettacolo, egualmente solenne, dei monti e del «paese rischiarato dalla luna, e variato qua e là di grandi ombre», dove l'occhio esercitato sa distinguere i villaggi, le case, le capanne!... «Quanto è tristo il passo di chi», cresciuto fra tali incanti di natura, in tanta pace d'idillio, «se ne allontana!... Quanto più s'avanza nel piano, il suo occhio si ritira, disgustato e stanco, da quell'ampiezza uniforme; l'aria gli par gravosa e morta; s'inoltra mesto e disattento nelle città tumultuose; le case aggiunte a case, le strade che sboccano nelle strade, pare che gli levino il respiro».
II.
Di sei anni, Alessandro fu affidato ai padri Somaschi del collegio di Morate: un ridente paese anche questo, in collina, a poca distanza dall'Adda; ma vi manca il lago, e i monti son lontani. Nell'aprile del 1796 mutò collegio, e fu rinchiuso in quel di Lugano; dove insegnava il padre Soave, un instancabile imbastitore di libri scolastici d'ogni genere e novellatore a tempo perso. Il Manzoni non lo ebbe effettivamente a maestro che un giorno solo, in luogo del professore di matematica, infermo; pure, da vecchio narrava: «Io volevo bene al padre Soave, e mi pareva di vedergli intorno al capo un'aureola di gloria[1]». Agli altri padri però non gli riusciva davvero di voler bene: eran tutti un po' maneschi, screanzati, ignoranti, venali. Che noia e che stizza vedersi costretto a quella educazione collegialesca e fratesca; a quegli studi tutto meccanici, arretrati, insipidi! Ed egli s'atteggiava a ribelle.
...............Nodrito In sozzo ovil di mercenario armento, Gli aridi bronchi fastidendo, e il pasto De l'insipida stoppia, il viso torsi Da la fetente mangiatoia; e franco M'addussi al sorso de l'Ascrea fontana.
Si sente aria di temporale; e si capisce che anche nel collegio di Merate e in quel di Lugano era penetrato di contrabbando qualche volumetto del Rousseau o qualche volume dell'Alfieri. A buon conto, quel giovanotto era nipote di Cesare Beccaria, e pel grande nonno aveva imparato dalla madre ad avere una venerazione oltre che filiale. Non lo aveva visto che una volta sola: la signora Giulia lo aveva condotto nella casa di via Brera, prima di metterlo in collegio. E il marchese, che non avrà certo indovinato in quel bambino il più insigne scrittore del secolo prossimo a cominciare, s'era accostato a un armadio, per prendere dei cioccolatini e donarglieli. Non ricordava se non questo solo aneddoto, il Manzoni, ma si sentiva fiero del cognome materno. Da giovanotto, nelle lettere agli amici o già compagni di collegio, si compiaceva di aggiungerlo al paterno.
[1] CRISTOFORO FABRIS, Memorie Manzoniane; Milano, Cogliati, 1901; p. 95.
Anzichè, dunque, mortificar il suo spirito in quegli esercizi facchineschi di memoria, il giovanetto si chiudeva, quando nessuno avrebbe potuto impedirglielo, in una stanza remota, e lì leggeva i suoi poeti o invocava per suo conto la Musa. Per buona fortuna, un di quei Padri, più umano cultore delle lettere umane, «invece di darmi le busse come i Prefetti»--narrava il Manzoni,--«vedendo questa mia facilità a compor versi, mi dava le chicche». Un giorno, soggiungeva, «sento bussare all'uscio dai miei compagni, che mi dicono: Apri, camerata; vieni fuori, che abbiamo stabilito di tagliarci le code. Io dapprima risposi: Lasciatemi star quieto. Ma poi ho ceduto, ho aperto, e mi sono lasciato tagliare il codino. È stato un gran delitto, perchè era segno d'idee liberali; e molti anni dopo, morto mio padre, tra le sue lettere ne ho trovata una del Padre rettore del mio Collegio, la quale diceva: «Questa volta la camerata dei mezzanelli me ne ha fatta una di grossa: si son tagliate le code! E quello che più mi dispiace si è di doverle dire, signor Manzoni, che suo figlio è stato uno dei caporioni[2]».--Un altro giorno, dell'agosto (1799), mentre usciva dal solitario ripostiglio, dove era stato a quattr'occhi con la Musa e le aveva recitata a voce alta La caduta pariniana, s'incontrò in un compagno che gli diede la notizia, giunta fresca fresca da Milano, che il Parini era morto. Ne ebbi, ricordava da vecchio il poeta, «una delle più forti e dolorose impressioni della mia vita[3]».
[2] FABRIS, op. cit., 94-5.
[3] FABRIS, op. cit., 85-86.
Il Parini, l'abate, il professor Parini: oh questi sì ch'era «scola e palestra di virtù»! Peccato non averlo potuto neanche una volta veder di persona, l'austero vate della cara Brianza, degno, per le sue virtù cittadine e l'alto ideale dell'arte, di stare accanto al fiero Allobrogo,
......che ne le reggie primo L'orma stampò de l'italo coturno; E l'aureo manto lacerato ai grandi, Mostrò lor piaghe, e vendicò gli umili!
E invece, uscito dalle mani di quei Somaschi luganesi, il piccolo ribelle era cascato, alla fine dello stesso anno, in quelle, che non pare sapessero star meglio a posto, dei Barnabiti, che allora tenevano, qui in Milano, il collegio dei Nobili, poi detto Longone, sul Naviglio di Porta Nuova (a pochi passi da quella piazza di San Marco e da quel ponte Marcellino, che aveva traversato, in mezzo alla desolazione della peste, il povero Renzo). Vedendosi «discepolo di tale» cui gli sarebbe parso vergogna esser maestro, egli si volse «ai prischi sommi»;
........o ne fui preso Di tanto amor, che mi parea vederli Veracemente, e ragionar con loro.
E, insieme coi prischi, i sommi moderni, che ad essi s'erano ispirati, e ne continuavano l'opera magnanima col «chiaro esemplo» e con le «veraci carte». Quale e quanto «sdegno», invece, per quei «mille» che usurpavano «il nome che più dura e più onora», portando «in Pindo l'immondizia del trivio, e l'arroganza, e i vizii lor!»
III.
Il Parini era morto, e l'Alfieri «errava muto ov'Arno è più deserto», avendo «sul volto il pallor della morte e la speranza». Rimaneva il Monti; la cui Basvilliana era stata, per mano del boia e per la boriosa insania dei demagoghi, bruciata nella piazza del Duomo. Il giovanotto Manzoni, come farà qualche anno dopo il giovanetto Leopardi, prese a venerarlo.
Il Monti frequentava, con Pietro Verri ed altri egregi, la casa di don Pietro Manzoni; e dicono che un giorno il poeta già celebre andasse a visitare, nel collegio milanese, il novizio che moveva i primi passi. Ad ogni modo, la benevolenza dimostratagli in quei primi passi, rese poi sempre assai indulgente il caposcuola dei romantici italiani verso l'ultimo paladino del classicismo. Riconosceva, sì, con l'usato acume, come al poeta ferrarese mancasse l'arte di sottintendere incitando così la fantasia dei lettori: «aveva bisogno di dir tutto», osservava. Ne ricordava la senile vanità d'infliggere ai visitatori della sua casa la recitazione dei «versi che aveva composti nel giorno», aspettando che glieli lodassero. Ma, povero vecchio, gli voleva bene! Una volta gli manifestò l'intenzione di voler dedicare alla Giulia--la primogenita del Manzoni: «une Juliette», scriveva questi al Fauriel nell'estate del 1819, «dont vous verrez que tout le sérieux se trouve dans le portrait»--la Feroniade. «Oh povera Giulia!», esclamò il Manzoni; «lasciala nella sua oscurità!»--E a proposito della volubilità del pensiero politico dell'autore dei poemetti rivoluzionarii, di quelli napoleonici, e del Ritorno d'Astrea, il Manzoni narrava ai suoi intimi quest'aneddoto. Il Monti «aveva fatto un'istanza all'imperatore Francesco, perchè gli continuasse la pensione che gli aveva assegnata Napoleone; ma di lì a qualche mese se la vide tornar indietro, ed a tergo era scritto, di proprio carattere dell'imperatore: Si rimanda inesaudita la presente istanza, perchè, dalle informazioni prese, questo individuo disse sempre bene di tutti i governi che vi furono nel suo paese». Il povero Monti ingoiò amaro. «E quando, sul finire della sua vita, io andai a trovarlo a Monza, dove allora soggiornava infermiccio, egli mi parlò della sua speranza nella misericordia di Dio; e io gli dissi: Senti, Monti; quello che a te deve aprire le porte del Cielo, è lo smettere quell'odio che porti all'imperatore Francesco[4]».
[4] FABRIS, op. cit., 83-84.
[Illustrazione: Alessandro Manzoni a 17 anni.--Disegno del pittore Bordiga.]
Ma a quindici anni, quando non si è ancora abbastanza esperti «del mondo e degli vizii umani e del valore» e si pretende invece d'insegnare agli altri, non si peritava, nelle note al poemetto in terzine Il trionfo della Libertà, di chiamarlo «il più gran poeta dei nostri tempi». È vero che più tardi s'affrettò a correggere: «un gran poeta dei nostri tempi»; ma non corresse, in quelle note medesime, l'altra espressione: «il grande emulatore» di Dante. E non lo avrebbe, anche volendo, potuto; giacchè nel testo del poemetto stesso aveva affermato che non solo l'emulo raggiungeva l'atleta, ma talora l'avanzava! Si capisce che fin d'allora la mente del Manzoni--che, in fatto di giudizi letterarii, ebbe sempre i suoi capricci--veniva cedendo alle seduzioni di quel bizzarro ravvicinamento del poeta cuor di leone col rimatore cuor di coniglio, che lo trascinò poi a quell'infelice e ingiustificabile epigramma che tutti ricordano, di parecchi anni dopo[5].
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