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Il romanzo della guerra nell'anno 1914
Language: it312 downloads on Project Gutenberg
Subjects
In: IT Narrativa varia·History - European·History - Modern (1750+)
Public-domain ebook sourced from Project Gutenberg #49231.

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The opening · free to read
— Be' — dissi infine —, vada per la sua gioia! Un gran nemico — nemico aperto, conviene dirlo — d'Italia è scomparso; ma lei che cosa spera che venga fuori da tutta questa faccenda?
— Una guerra immensa...
— Eh?
— Per forza! L'Austria-Ungheria, con gli Slavi che, ora, le scappano da tutte le parti, è messa in una condizione disperata. Cercherà di venirne fuori con una guerra....
— Vada, vada — esclamai, — scelga un posto e faccia un poco di compito. — E non volli sentire altro. — Assolutamente non voglio sentire altro!
Una guerra? La guerra? Un'immensa guerra? Ma si potevano dire più bestialità in poche parole? E da un giovane che fa studi positivi!
Mi ricordo che proprio lì, al Politecnico, uno dei più autorevoli professori — oggi deputato — mi diceva un giorno: «Ma sa lei che bisogna essere ben letterati, ben poeti, per credere alla possibilità di una guerra europea? La rete degli interessi è tale da impedire automaticamente qualunque guerra. Gli armamenti? un premio di assicurazione contro la guerra, dovuti anche ad un fattore economico di recente creazione: l'industria degli armamenti».
Osservava un altro professore come i progressi della chimica nella fabbricazione degli esplosivi fosse a tale punto che la guerra doveva per forza essere uccisa dalla guerra.
«Piccole guerre coloniali avverranno ancora — diceva un altro signore —, ma guerre europee sono un non senso, un anacronismo, specialmente per il fatto tangibile, acquisito, pacifico — come dicono i legali — del maggior rispetto per la vita umana! Ma c'è dell'altro: i governi a tipo ancora feudale, bisognerà che ci pensino due volte! L'_Internazionale_ oggi è una potenza, specie in Germania. Del resto il Kaiser, con tutti i suoi travestimenti un po' medievali, è un garbato signore, un onesto, pacifico viaggiatore di commercio per gli articoli, made in Germany.
Per mio conto devo pur dire come in me — per quanto tutti i gigli e le rose della fede nel buon divenire umano sieno divenuti fieno e stabbio, era come una inconsapevole sensazione che i geni dei vari popoli d'Europa fossero a tale grado di maturanza da potersi oramai equilibrare e compenetrare fra loro senza più ricorrere al giudizio di Dio o, meglio, del Diavolo, a quella assisi orribile che è la guerra. Perciò era naturale che togliessi la parola al mio bellicoso scolaro, come a dirgli: «Non faccia il letterato anche lei. Qui, al Politecnico, di letterati ce n'è uno, ed è di troppo!» Avevo lì i giornali del mattino, fra cui l'_Avanti!_, figlio cadetto del Vorwaerts. Glielo buttai sul banco dicendo piano: Ecco, caso mai, i nuovi carabinieri e pompieri pel suo incendio.
La macchina del pensiero però in quella mattina era stata messa in moto e non era in mia facoltà l'arrestarla. I tumulti e le sommosse in Italia erano in quel giorno, 30 giugno, ancora in prima linea.
I giornali dell'ordine un po' deridevano le così battezzate repubbliche di Pinocchio, un po' denunciavano le violenze, gli incendi, i saccheggi, i mezzi teppistici usati. Se ne raccoglieva un senso — diciamolo pure — di pavore e di incertezza da parte delle classi dirigenti. E su quel pavore tonava da Milano la voce del prof. Benito Mussolini, direttore dell'_Avanti!_, per nulla intimidito, per nulla pentito: «Ma questa era la guerra di classe! la guerra non si fa coi guanti; la teppa rappresenta gli eroici sanculotti della nuova rivoluzione. Vi si preparassero i signori borghesi!»
Allora è sempre la guerra — pensavo —, cioè, se non è zuppa, è pan bagnato.
Di queste cose m'intrattenevo nel mese di luglio — quando il sipario dell'orrenda tragedia europea non era ancora levato — con l'amico Renato Serra, qui in Bellaria, lungo la riva del mare.
Renato Serra — non se ne dolga l'amico, restìo ad ogni lode — è una delle più luminose intelligenze che io abbia avuto la ventura di conoscere in questi ultimi tempi; e se le cose non andassero così come vanno, il suo posto dovrebbe essere ben altro che in una deserta biblioteca di Romagna! Egli si trova oggi in tutta piena giovinezza: alto, quasi atletico, quasi imberbe, coi nervi molto a posto (non come i miei): porge tuttavia, a prima vista, l'impressione di un ragazzone riguardoso e quasi timido. Ma quando guizza la spada del suo pensiero, timido e riguardoso nei giudizi diventa invece chi l'ascolta. Non che egli sia o folgorante parlatore o dialettico. È persuasivo perchè è profondo, arrendevole, umano. Parla pianamente con spiccata cadenza romagnola, chiudendo un po' le palpebre quasi a meglio concentrare la sua imagine di pensiero: spesso un impercettibile sorriso! Dà piacere accostarsi a lui. Nella sua città di Romagna lo chiamano semplicemente, Renato. Ama di vivere col popolo, ma non beve il gran vino del popolo, perchè egli è bevitore d'acqua. Adora nostalgicamente la Romagna e il suo popolo, benchè il popolo non sospetti affatto chi sia Renato.
Veniva spesso a sorprendermi, sfolgorando nella bicicletta lucida, con quel suo sano affettuoso sorriso, sotto il gran sole. Eravamo così lontani dalla guerra che si faceva la psicologia dei fatti del giugno, specialmente in Romagna. Era stata allora chiamata sotto le armi una classe, e pareva imminente un nuovo sciopero dei ferrovieri.
Le nostre osservazioni non erano troppo liete. — Mussolini — diceva Serra — è un romagnolo di schietto temperamento rivoluzionario, un sincero. Potrà spiacere, in segreto, anche a qualcuno dei suoi, ma ha il merito di avere dissipato un equivoco in cui ci cullavamo: esiste realmente in Italia uno stato rivoluzionario. E mi narrava anche come molti in Romagna, socialisti en amateurs, rimasero un po' atterriti vedendo il volto della rivoluzione! «Libertà, libertà!» Cosa? Così, libertà! Come tante volte, in Romagna, nei tempi dei governi passati: «Libertà, Libertà!» Gente armata sbucava da non so dove domandando, libertà!
In tale caso — dicevo io — la pace goduta fino ad ora è stata comperata dall'on. Giolitti....
Alcune constatazioni erano anche più tristi. Lo Stato? Ecco il nemico! Si ubbidisce, in Italia, allo Stato per necessità, per paura, come al tempo dei cessati governi: ma il padrone morale è un altro.
Si discuteva, sottilizzando un po', sopra i due termini, rivoluzione o guerra civile? Un contrasto di idealità può portare alla rivoluzione, che può essere anche un bene. Ma oggi si tratta piuttosto di un contrasto economico. Borghesia e proletariato, si trovano, per chi bene osservi, sul medesimo piano morale.
A me pareva molto opportuno rilevare questa distinzione, non ben veduta, forse, dalla sincerità del prof. Mussolini. Ma Renato Serra trovava che era del tutto inutile proclamare una verità a cui nessuno avrebbe prestato fede.
Così si parlava, tanto si era lontani dalla idea della guerra. Era così sereno il mare in quei giorni! Tanta vita allegra e spensierata fioriva lunghesso il mare!
Sul mondo, d'improvviso, è apparso lo spettro immane della Guerra. Oh, non mai più terribile cometa vide il mondo! Il Vescovo ordinò ai devoti le orazioni pro tempore belli: in tutta l'Italia si tennero comizi popolari contro la guerra. Ma le preghiere pro tempore belli non valsero più degli ordini del giorno nei comizi. Si sono udite voci strane, incredibili! «Siccome il capitalismo è internazionale ed è danneggiato dalla guerra, così fu proposta una momentanea alleanza fra capitalismo e proletariato che pure è internazionale ed è danneggiato dalla guerra». Si sono adombrati i fatti alla maniera così derisa dei vecchi tempi, quando non esisteva ancora il materialismo storico e la critica positiva: cioè si diede tutta la colpa al Kaiser, alla bellicosità del figlio del Kaiser: Tisza, Francesco Giuseppe, la casa Krupp, il Papa, i fornitori di muletti e di buoi... Come la guerra di Ilion, cagionata dalla vendetta di Menelao e dall'isterismo di Elena.
Milano, 2 agosto: Io sono passato, come un'oca, per tante fasi politiche! ma mi conforta che molte saranno state le oche come me. Il 2 agosto, ero per breve tempo di ritorno a Milano: una domenica asfissiante, deserta. Il sole aveva riflessi quasi cinerei.
Mi imbatto nel sig. H*** un vecchio barbuto germanico. Egli mi assicura che la Germania non vuole il Cosacco a Berlino. Egli ne è fieramente impressionato. — La cosa è terribile! Noi non vogliamo il Cosacco a Berlino!
«Voi, tedeschi, andate per tutto il mondo! così se anche i Russi vanno a Berlino....» Ma non dissi codesto. Dissi invece: — Ne è proprio certo lei che il Cosacco andrà a Berlino?
— Da qui a tre anni, certissimo! La Francia come una meretrice, seduta sulle ginocchia del Cosacco, lo accarezza, lo ubbriaca, gli dice: Dà per me una pugnalata alla Germania. Aspetta tre anni! dice il Cosacco. Ma noi siamo pronti oggi!
Il paragone non manca di qualche verità. Il signor H*** batte poi queste parole, in buon italiano, sulla incudine metallica dell'accento teutonico in modo impressionante.
Mi dispiega poi un articolo del Corriere della Sera. Mi fissa, quasi minaccioso, col bianco de' suoi occhi azzurri. Il Governo italiano ha proclamato la neutralità! Anche il Corriere, il giornale dei benpensanti, il sostenitore, fino a ieri, della Triplice, approva la neutralità!
(Avevo veduto il Secolo e l'_Avanti!_ che sostenevano la neutralità).
Dissi: — Anche il Corriere della Sera? Impossibile.
Mi squinternò il foglio: — Legga quest'articolo dell'on. Torre...! Aveva due occhiacci il signor H***!
— Non c'è niente da dire — risposi un po' impacciato. — Così che Avanti! Secolo, Corriere, si trovano per la prima volta in congiunzione. È ben strano!
— Niente strano! Prevedibile pur troppo! Ma è il più pericoloso giro di walzer che abbia fatto l'Italia! Dunque, l'Italia neutrale, Inghilterra contro....
— Ah, questo è impossibile! — risposi subito con premura, anche per non raccogliere quell'affare del giro di walzer. — L'Inghilterra, gente pratica, fare la guerra? Impossibile! «e poi — pensavo — cane non mangia cane».
— Possibilissimo! La Germania perderà forse per mare: ma si batterà, oh, in maniera formidabile.
Mi pare di vedere una lagrima diffondersi su quelle pupille d'acciaio del signor H***.
— Senta, signor H***, dissi — mi pare che in questo momento, dipenda dal loro Kaiser volere la pace o la guerra. La Serbia si è umiliata....
Il nostro Kaiser è cavalleresco e fedele.... — dice il signor H*** con intenzione non dubbia.
Ho capito: torniamo ai giri di walzer: e mi sento quasi sollevato quando il signor H*** mi saluta.
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