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Virgilio nel Medio Evo, vol. II
Language: it332 downloads on Project Gutenberg
Subjects
In: IT Letteratura·Mythology, Legends & Folklore·History - Medieval/Middle Ages
Public-domain ebook sourced from Project Gutenberg #59943.

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Maint autres grant clerc ont esté Au monde de grant poesté Qui aprisrent tote lor vie Des sept ars et d'astronomie; Dont aucuns i ot qui a leur tens Firent merveille por lor sens; Mais cil qui plus s'en entremist Fu Virgiles qui mainte en fist, Por ce si vos en conterons Aucune dont oi avons. L'Image du Monde.
CAPITOLO I.
All'uomo odierno la poesia volgare del medio evo e la poesia classica appariscono come due cose tanto diverse per qualità di forme, per sentimenti e tendenze, che la prima pare debba essere figlia di una rivoluzione, prodotta e governata da una ragione antagonistica rimpetto all'altra. Ma quella lotta fra classicismo e romanticismo che si è potuta verificare nei tempi moderni, e sulla quale questa idea si basa, non ebbe luogo realmente nel medio evo. Le lettere volgari non nacquero da una ribellione o reazione vera e propria contro le antiche, più di quello nascessero da una rivoluzione antimonarchica le repubbliche del medio evo. Perchè la cosa avesse luogo, conveniva ci fosse un giusto e vivo sentimento della classicità antica, quale noi abbiamo veduto, nella prima parte del nostro lavoro, non esservi stato. Il concetto dell'arte antica non era molto più profondo e più vero nel chierico di quello fosse nel laico. Il latino, che allora aveva un uso assai simile a quello di una lingua vivente, serviva di veicolo fra la tradizione antica e la produzione nuova, che aveva una ragione indipendente da quella. Mentre esso serbava nel pensiero comune elementi antichi, era anche organo di sentimenti vivi, e per piegarsi a questi aveva anche assunto forme speciali nella poesia, e in generale aveva subito quel cambiamento che, rispetto all'ideale classico, chiamasi corruzione. È difficile trovare una narrazione tanto esclusivamente medievale quanto quella che serve di tema al Waltharius; pure questa vien trattata in latino, neppure in forma ritmica, ma in esametri, e con sì frequente ricorrenza di reminiscenze virgiliane, che si vede chiaro chi la scrisse essere stato un uomo di scuola e, come ogni altro chierico, lettore assiduo di quel poeta[1]. E questo può dirsi di una quantità di scritti latini del medio evo, in versi o in prosa, che hanno tema desunto dalla poesia volgare. La poesia volgare poi non disprezza l'antichità e la poesia antica, ma ne parla sempre come di grande cosa, e in certo modo si subordina ad essa, invocandone l'esempio e l'autorità, talvolta mostrando anche di rammentarne la parola[2]. Frequentissimo e quasi di moda è fra i narratori romantici indicare come fonte della loro narrazione qualche libro latino reale o imaginario[3].
Ben v'ha un più antico periodo della poesia volgare, presso taluni popoli d'Europa, in cui questa è esclusivamente nazionale e non si mescola ancora con elementi estranei alla nazione di cui è propria. È questo il periodo in cui i popoli scandinavi, germanici e celtici, nei canti epici dei padri loro, serbano ancora la memoria del loro passato anteriore alla civilizzazione romana e alla loro cristianizzazione. Ma, in quella parte che è rappresentata nei monumenti scritti oggi superstiti, questo periodo è d'assai breve durata. Già lo stesso porre in iscritto quei canti è un fatto che rivela l'influenza di una cultura non nazionale, tanto per sè stesso quanto per la forma in cui si compie, essendo latina la lettera di quelle scritture. Ben più numerosa è la classe di quelle poesie volgari medievali nella quale a quelle caratteristiche che ne fanno riconoscere la speciale origine nazionale si uniscono caratteristiche di natura più universale, quelle cioè che son dovute agli elementi che cementavano in un consorzio comune, civile, intellettuale e religioso più nazioni diverse. E per ultimo più ricca di ogni altra è quella in cui gli elementi specialistici nazionali si perdono di vista, e rimangono soltanto visibili, come moventi poetici, gli elementi comuni del sentimento, della civiltà e della religione. Questa categoria, meno propriamente epica delle altre, si risolve in una moltitudine di narrazioni fantastiche in verso e in prosa, e nella lirica romantica, organo di una subbiettività che non è esclusivamente locale in alcun paese. Nella poesia di queste due ultime categorie, singolarmente nella prima delle due, la grande fucina in cui è avvenuta la fusione, la permutazione e la trasformazione dei vari elementi nazionali fra loro e con le idee universali, quelle sopratutto dovute alla religione e alla cultura, ed in cui ebbe luogo il trapasso dei testi volgari al latino e nuovamente poi dei latinizzati al volgare, fu la società monastica, portatrice e dominatrice dell'idea civile e religiosa, ossia degli elementi assimilatori.
In tutta quest'opera di fusione e, dicasi pure, di confusione, la fantasia ebbe una parte enorme, godendo di una libertà smodata che risultava da una condizione eccezionale dello spirito. Ben si vede che le menti del medio evo hanno abitudini e procedimenti diversi da quelle di epoche più normali, e la prevalenza in quell'età dell'allegoria nelle più serie e profonde funzioni intellettuali già mostra chiaro come il ravvicinamento di idee disparate dovesse divenir familiare, come si stesse lontani dall'investigar per diritta via la reale natura delle cose e dal rappresentarsele giustamente, e come quindi la fantasia, sempre prona a sconfinare, non potesse trovare nell'azione del pensiero quelle remore e quei correttivi che trova in epoche avvezze universalmente alla critica. Fatto è che se per alcune fasi della produzione fantastica medievale trovasi un movente razionale che le spiega e le nobilita, ve n'ha una più estrema nella quale essa apparisce come cosa di ragion patologica e che mal si spiegherebbe se non si conoscessero le leggi di certi naturali tralignamenti. Chi ben consideri le diverse nature della poesia antica e della medievale, troverà facilmente che il fantasticare vuoto e il sentimentalismo convenzionale con cui finisce questa ha, in ultima analisi, la stessa ragione che ha la retorica e la declamazione in cui si spegne l'altra.
Con questo prevalere della fantasia identificavasi uno straordinario amore del maraviglioso, e quell'intenso universale desiderio di narrazioni d'avventure che conduceva alla personificazione di monna Avventura[4]. E poichè tutti amavano abbeverarsi a quella fonte, l'impegno di alimentarla era grande, nè v'era angolo da cui non si andasse ad attingere per soddisfare l'avido desiderio di nuovi racconti. L'antichità forniva anch'essa il suo contingente, e la narrazione antica come ogni altra si romantizzava travestendosi secondo gl'ideali del tempo. Questo fatto, strano per noi, accadeva allora senza sforzo, e quindi senza effetto ridicolo, poichè quel che noi chiamiamo travestimento non appariva allora quale a noi pare e non era in fatti che una formulazione un poco più recisa della maniera ingenua in cui quei fatti concepivansi assai generalmente; come si vede pure nell'opere di pittura che rappresentano gli uomini della società antica ebrea, cristiana, pagana con vesti, armi, suppellettili, abitazioni, edifizi del tempo del pittore. Tutti i vari temi, qualunque fosse la loro origine, venivano ad acquistare un colorito comune, e poichè minima era la forza che lo spirito adoperava per fare astrazione dai concetti della vita presente, sui quali ergevasi l'opera fantastica, tutto si riduceva a tipi, a ideali determinati e sempre identici, comunque cambiassero i nomi, i luoghi, le cose narrate. La narrazione chiesastica, la classica, la orientale, la mitologia e la storia, la leggenda celtica, scandinava o germanica, tutto è capace di servire alla narrazione romanzesca. La società antica viene imaginata simile alla società feodale, l'antico eroe è un cavaliere, l'eroina antica una dama, gli dei del paganesimo sono specie di maghi che hanno ciascuno una sua specialità; i pagani antichi non si distinguono gran fatto dagli altri non cristiani, Nerone passa per un adoratore di Maometto, come i Saracini hanno per dio Apollino; l'amore di cui parla la favola e la storia antica è l'amore romantico del sentimento contemporaneo; il poeta, lo scrittore antico diviene un filosofo, un savio, un chierico, di proporzioni e qualità medievali, colle esagerazioni e i travisamenti che già trovansi nella tradizione scolastica e dotta d'allora e che crescono naturalmente in questo libero regno della fantasia.
Uno dei nomi dell'antichità che più rimangono in evidenza in questa peripezia è il nome di Virgilio, il quale nella regione romantica serba in mezzo ai nomi degli altri antichi scrittori quello stesso posto più elevato, e quella più larga ed intensa celebrità che serbò nella regione dotta e scolastica. Qui però non soltanto il nome del poeta era esposto a nuovi casi, ma anche la stessa sua opera, come narrazione, doveva subirne; due fatti questi che hanno luogo affatto separatamente, ma che pure non sono senza rapporto e senza proporzione fra loro. Ciò che la poesia, la favola e la storia antica offrivano di più attraente pei compositori di romanzi era l'impresa eroica o guerresca, l'avventura maravigliosa, gli avvenimenti d'amore. Quanto la letteratura antica e la letteratura latina medievale basata su quella, offrivano per questi lati, fu adoperato in quelle composizioni, sia come tema sia come suppellettile. La storia Troiana desunta da Virgilio, dalla pseudo-Darete e da altri testi latini, la Tebana da Stazio, le favole maravigliose su Alessandro, desunte da testi latini provenienti da greci, la storia di Cesare e dei grandi conflitti romani tolta da Lucano, tutti i vari avvenimenti mitologici di cui il gran deposito allora usitatissimo erano le Metamorfosi d'Ovidio[5], tutto ciò diviene cosa domestica in quella letteratura, e serve anche di tema a lavori che sono traduzioni libere o rifacimenti nei quali al concetto antico si sostituisce l'idea e il sentire romantico. Centro e focolare di questa maniera di composizioni è la Francia dalla seconda metà del XII secolo in poi; di là esse si diffondono in traduzioni, imitazioni, rimpasti in tutta Europa; singolarmente allato alla Francia in ciò distinguesi la Germania. Benoit di Sainte-More, Lambert li Cors, Enrico di Veldeke, Alberto di Halberstadt, Herborto da Fritzlar ed altri produssero opere in tal genere che godettero di molto favore e notorietà[6].
Già il compiacersi della favola e del racconto antico ed anche il fantasticare su quelli, era cosa anteriore al romantismo propriamente detto; prima che le lettere volgari si producessero, prima che si combinassero cogli elementi della cultura e della tradizione, un lavoro simile erasi fatto nella letteratura dotta del medio evo fra i chierici, benchè taluni sentimenti ancora non vi avessero luogo e prevalesse in quello l'idea scolastica dell'antico e la tendenza chiesastica alla moralizzazione. Fra le altre favole antiche la più notoria e più spesso narrata in varie forme era la favola troiana[7]. Virgilio, che era la prima autorità per quella tradizione mitica che congiungeva le origini di Roma con Troia, e che, come vedemmo, avea reso di moda fra i popoli vari e le famiglie principesche del medio evo questa maniera di origini come principal titolo di nobiltà, aveva singolarmente influito a dare gran voga alla favola della guerra troiana e a tutto quanto con questa si connetteva, e singolarmente a determinare le simpatie piuttosto pei Troiani che pe' Greci. Questo vedesi già nel fatto notevole che il testo attribuito a Darete, supposto quindi scritto da un troiano contemporaneo degli avvenimenti e scritto realmente in senso troiano, avea più favore e più uso che quel di Ditti scritto in senso greco, e faceva anche dar del mentitore ad Omero là dove si sapeva che questi avea narrato taluni fatti diversamente[8].
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