
Public-domain ebook
Storia di Milano, vol. 1
by Pietro Verri
Language: it379 downloads on Project Gutenberg
Subjects
In: IT Storia·History - European
Public-domain ebook sourced from Project Gutenberg #60497.

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by Pietro Verri
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Nell'accingermi a compilare le Notizie dell'ultimo de' magistrati filosofi che hanno illustrato in Lombardia il regno di Maria Teresa, a stento so contenermi nei limiti di una quasi cronologica brevità, cui mi astringe il piano che mi sono prescritto in questa Raccolta. Tale è la vastità e l'importanza dei servigi da esso prestati, che il parlare adequatamente di lui, comprende la storia di trent'anni dell'economia pubblica di quella ex-provincia. Se si eccettua l'opera immortale del censimento, già precedentemente compita, tutte le importanti riforme della pubblica amministrazione si eseguirono nel periodo della sua magistratura; egli a tutte ebbe parte, e delle più insigni e difficili fu pure principale promotore ed esecutore. Ma poichè è ancor recente e vivissima la memoria de' suoi servigi, ed essendo queste Notizie susseguite dalla collezione delle sue opere economiche, ora in parte per la prima volta pubblicate, si rende indifferente, anzi superfluo, il parlare estesamente dei di lui meriti, siccome sarebbe inutile il voler narrare ad altri la maestria de' sommi pittori, avendosi dinanzi le più illustri opere de' loro pennelli. Seguendo pertanto il mio metodo, mi accontenterò di delineare sommariamente le epoche memorabili della sua vita.
Nacque PIETRO VERRI in Milano al 12 di dicembre dell'anno 1728. Il di lui padre Gabriele dovette in gran parte ai personali suoi meriti l'essere stato successivamente promosso a diverse eminenti cariche; e fu per ultimo presidente del Senato. Egli si è pur distinto nelle lettere; e si hanno di lui un quadro storico delle leggi municipali, dei commenti al principal codice di esse, e una voluminosa compilazione della storia della Lombardia, che rimase manoscritta.
Chi bramasse di conoscere tutti i minuti tratti della fanciullezza e della prima gioventù del nostro autore, potrà riscontrarli nell'Elogio che recentemente ne ha pubblicato l'abate Isidoro Bianchi, già per altre opere benemerito de' buoni studii[1]. Egli ha seguito un'altra via da quella che io tengo, essendosi proposto di esporre esattamente tutte le notizie delle quali ha trovato traccia; invece fu mio scopo di limitarmi a riferir di Verri quel solo che può servire a far distinguere il suo carattere, o che gli ha meritato di tramandare la sua memoria alla posterità.
Frequenti furono i saggi dati nella sua giovanezza dell'attività e dell'acume della sua mente; ma non gli si era ancora offerta occasione di esercitarla in qualche rilevante travaglio, onde si avesse potuto apprezzarne la vastità e il vigore. Anzi poco mancò che egli non fosse distratto per sempre dalla carriera delle lettere, mentre per motivi di private circostanze si ascrisse nel 1758 al servizio militare col rango di capitano nel reggimento Clerici, e vi rimase fino al dicembre del 1760.
Restituito però appena alla tranquillità della vita domestica, riassunse con maggior calore gl'interrotti studii; e quelli dell'ecconomia pubblica, applicata specialmente alla situazione della sua patria, l'occuparono a preferenza. Ma per meglio conoscere l'importanza di quanto in séguito operò e scrisse, gioverà di veder riferito da lui medesimo qual era in allora lo stato della Lombardia[2].
«All'incominciare del regno di Maria Teresa ognuno sa e si ricorda quanti e quanto possenti ostacoli incontrasse da noi l'industria per esercitarsi in ogni parte. Arbitrario e sproporzionatamente ripartito, il tributo sulle terre ci offriva lo spettacolo di molti campi abbandonati dai proprietari alla comunità: la tassa personale esuberantemente aggravata, rendeva spopolati altri distretti e priva la terra di coltivatori: inciampi e vincoli interposti all'interna comunicazione pel trasporto delle derrate, sempre più allontanavano i reciprochi soccorsi: severissime leggi annonarie, minacciando la morte a chi cercava di trasportare agli esteri i frutti della coltura, invece d'invitare alla riproduzione, direttamente la offendevano: i tributi delle dogane, appaltati a diverse compagnie, interponevano un contratto fra i bisogni del popolo e la paterna clemenza del sovrano: le scienze, le nobili arti, quello spirito d'impegnata ricerca della verità, che sa tentar la natura dubitando delle opinioni e separare le cose certe dalle probabili, non erano certamente festeggiati: uno studio di parole, una servile venerazione o imitazione, erano lo scopo che si poneva davanti alla docile gioventù, e così gradatamente, un ostinato spirito, nemico d'ogni felice slancio verso del bene, teneva in ceppi le arti tutte subalterne e meccaniche; e, dimentichi di noi stessi, sembravamo piuttosto destinati a servire noi pure di mezzo e di continuo fra le generazioni passate e le a venire, anzi che una generazione avente diritto e ragione alla gloria di migliorare il deposito delle umane cognizioni».
Questa serie di antichi disordini, che mantenevano i popoli nell'abbiezione, senza che quasi in quelli ne ravvisassero te cause, perchè vi si erano abituati fin dalla nascita, fu lo scopo cui Verri diresse la maggior contenzione dei suoi studii. Non omise fatica onde, colla scorta della storia e spogliando i farraginosi documenti delle diverse amministrazioni, svolgere le vere cause che avevano potuto ridurre a tanto squallore un paese sì fertile, e altre volte sì ricco e potente. Frutto di queste faticose ricerche fu quella selva di squisita erudizione, la quale, dopo di averne egli usato in tante sue opere per più di trenta anni successivi, era ancor lungi dall'essere esausta.
Per comunicare l'espansione di questo suo zelo, trovò egli un compagno degno di lui e non men caldo di amor patrio, nella persona del marchese Cesare Beccaria. La costanza e la sincerità della loro amicizia fu ammirabile. Avidi entrambi di gloria senza rivalità, reciprocamente confidenti senza arroganza, appassionati per gli studii utili senza presunzione, percorsero la stessa carriera di studii e di cariche, e si mantennero amici fino alla morte. Nè solo sinceramente si compiacevano dei loro vicendevoli progressi; ma come il genio profondissimo di Beccaria, quasi compresso dallo stato d'indolenza cui era portato dalla sua fisica costituzione, avea bisogno per esercitarsi di chi, al pari di un ostetricante, ne sollecitasse lo sviluppo, Verri fu quello che si prestò a quest'ufficio; e già si è altrove notato[3] che alla sua benemerita importunità dee il pubblico l'immortale opera Dei delitti e delle pene, e l'autore di essa la giusta celebrità che gliene è risultata.
Un tanto zelo doveva essere illimitato nella sua espansione. Quindi Pietro Verri e Beccaria divennero il centro dì un'unione d'illustri giovani, egualmente studiosi ed animati da non minor fervore per la prosperità della lor patria. Essi radunavansi nelle stanze di Verri, e si resero in séguito famosi sotto il nome di Società del Caffè, dal titolo di un foglio periodico di letteratura e di scienze che pubblicarono per due anni sul modello dello Spettatore Inglese, cui però sorpassarono di molto nella varietà e scelta degli argomenti, nell'eleganza e nella profondità[4].
A quel tempo aveva già il nostro Verri pubblicati colle stampe diversi saggi de' suoi talenti e della sua coltura. Oltre alcuni opuscoli di circostanza, che potrebbero citarsi a sua lode quand'altro di meglio non avesse fatto, pubblicò egli, nel 1762, colle stampe di Lucca, un Dialogo su le monete; nel 1763, un Saggio sulla felicità, e quindi molti articoli nel Caffè, due fra i quali assai interessanti sul commercio e sul lusso. Diedero occasione al detto Dialogo i rumori che si erano mossi da alcuni autorevoli ignoranti contro la breve, ma pregevol opera data in luce in quell'anno da Beccaria sul disordine delle monete; e Verri spiegò in quello, con singolare brevità e chiarezza, la teoria sulla monetazione dello stato di Milano, cui si attenne dappoi costantemente, e nella quale insistette e nelle Meditazioni sull'Economia Politica e nella Consulta che sullo stesso argomento scrisse a richiesta della corte nel 1772. Essa ha dovuto bensì cedere ad una prevalente dottrina nell'esecuzione della riforma, ma non è ancor provato che quella in confronto non potesse esser migliore, e meno poi che fosse falsa. Verri avea in quel Dialogo così esposto il suo principio: «Lasciamo battere moneta alle nazioni che hanno miniere e grande commercio marittimo; noi, abitatori d'un piccolo Stato mediterraneo, senza miniere, pensiamo ad accomodare le nostre partite del commercio, a diminuire le importazioni, ad accrescere l'esportazione, ad animare l'industria; pensiamo ad avere moneta buona, a valutarla bene, e non ci prendiamo briga dell'impronto che questa moneta debba avere». Se la dimostrata sincera persuasione di un grand'uomo può far ascoltare con minor disprezzo, o esaminare con più seria attenzione le massime che si oppongono alle attuali costumanze, non sarà pure inutile di riferire che tra le carte di Verri esiste un esemplare dello stesso Dialogo coll'annotazione di sua mano, che egli lo rileggeva sempre con piacere, persuaso che non si potesse con minor noia e maggior chiarezza combattere i pregiudizii del volgo in questa materia.
L'epoca della rinnovazione dell'appalto delle finanze fu pur quella in cui Verri diede principio alla sua pubblica carriera. Scadeva, col 1765, il novennio della Ferma generale[5]. Perciò l'imperatrice, mentre volle che nel nuovo appalto il regio erario fosse interessato per un terzo, ordinò pure che si radunasse una Giunta di ministri coll'incarico di compilare i capitoli dell'appalto e la tariffa dei dazi. Col dispaccio 24 gennaio 1764, portante queste disposizioni, venne pur Verri nominato alla carica di consigliere presso la Giunta stessa, con voto deliberativo.
Concorse a determinar questa sua nomina, non tanto l'onorevole estimazione già acquistatasi coi propri scritti, quanto l'aver egli trasmesso nell'anno precedente al principe Kaunitz un volume di Considerazioni sul commercio dello stato di Milano, opera, per erudizione e dottrina, certamente superiore alla sua età e ai tempi in cui la scrisse. Trattava in essa, in tre distinte parti, della grandezza e decadenza del commercio di Milano dal 1400 sino al 1750, dell'attuale suo stato e dei mezzi di ristorarlo. Quest'opera rimase inedita; ma la prima parte, ampliata nel 1769 con nuove interessantissime notizie che gli comunicò il benemerito archivista del Senato, segretario Corti, e da lui disposta per la stampa col titolo di Memorie sull'economia pubblica dello stato di Milano allorchè fu sorpreso dalla morte, sarà ora per la prima volta pubblicata.
All'epoca della detta elezione era egli riuscito, mediante un indefesso travaglio, a compilare il primo Bilancio del commercio della Lombardia, con quella maggior precisione che era possibile ad uomo privato. Affine di ottenere l'esattezza nelle copie, difficilissima in simili lavori colla manuale scritturazione, ne fece stampare quel numero di esemplari che gli occorreva per distribuire a pochi amici, e spedire alla corte. La notabile passività che risultava da quel bilancio, diede luogo alla stampa di una Lettera critica, nella quale all'opposto intendevasi di provare che il commercio dello stato di Milano fosse attivo di molti milioni. Questa contestazione, e il falso supposto che il bilancio fosse stato divulgato, spiacquero al principe Kaunitz; ma da grande uomo, qual era, lungi dal sacrificare le viste di ben pubblico all'albagia ministeriale, ne trasse argomento per anticipare un'utilissima disposizione. Molto importante, anche per far conoscere il suo carattere, è la lettera che scrisse su tale argomento al ministro plenipotenziario conte di Firmian[6]; ed è la seguente:
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