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Le Aquile della Steppa: Romanzo
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Un uomo, che era saltato poco prima giù da un terrazzo d'una di quelle casupole, fuggiva dinanzi a loro, facendo sforzi prodigiosi per mantenere la distanza.
Quantunque non fosse più giovane, balzava coll'agilità di un'antilope, descrivendo di quando in quando brusche curve, onde non lo si potesse prendere di mira e agitando disperatamente le braccia come per darsi maggior slancio.
Era un uomo di forme grossolane, con un collo da toro, il viso angoloso e di tinta quasi terrea, con una lunga barba nera e gli occhi piccoli, leggermente obliqui, simili a quelli che hanno i ghirghisi, quegli irrequieti ed indomabili predoni della steppa della fame, che dove pongono il piede non lasciano più nemmeno crescere un filo d'erba.
In una mano teneva un jatagan dalla lama larga e leggermente ricurva, e nell'altra una specie di chitarra col manico lunghissimo e le corde di seta, uno di quegli istrumenti che i turchestani chiamano la guzla.
L'inseguimento diventava accanitissimo. I Sarti, che all'allarme dato si erano precipitati nelle vie, erano una cinquantina, quasi tutti giovani e lesti di gambe, e gareggiavano fra di loro per guadagnarsi i cento tomani promessi dal vecchio: una somma grande per quegli uomini della steppa, che non posseggono quasi mai denaro.
— Fermati, canaglia! — gridavano tutti in coro, roteando minacciosamente i kangiarri a rischio di ferirsi fra di loro. — Fermati, cane d'un _mestrire_[2]! La tua guzla non ti salverà! —
Il suonatore raddoppiava i suoi sforzi e precipitava la corsa, mugolando ed ansando come una bestia feroce.
Aveva il volto congestionato, gli occhi fuori dalle orbite, le sue tempie battevano febbrilmente, e dal suo largo petto uscivano veri sibili, tanta era affannosa la respirazione.
Uscito dalle strette viuzze del villaggio, si dirigeva verso l'immensa steppa, coperta di erbe altissime, forse colla speranza di trovarvi nel mezzo un nascondiglio.
Ad un tratto un urlo di gioia sfuggì agli inseguitori.
Un uomo di statura gigantesca, che montava un magnifico cavallo persiano dal pelo lucentissimo, era uscito da una via laterale ed era passato come un uragano a fianco dei corridori.
Il fuggiasco, udendo il galoppo del cavallo, mandò una bestemmia e si fermò alzando l'_jatagan_.
— Non mi avrete vivo! — urlò; — prima ucciderò un buon numero di voi. —
Il cavaliere gli correva addosso con velocità fulminea.
Il mestvire fece un salto di fianco, per evitare l'urto, ma il cavaliere con una strappata a destra e con una stretta delle ginocchia, fece fare al suo destriero un volteggio fulmineo, che nessun altro sarebbe stato capace di fare e lo urtò così violentemente da gettarlo a terra.
— Sei preso, mio caro! — disse il gigante.
Balzò da sella e si precipitò sul fuggiasco ancora stordito da quell'urto violentissimo, gli strappò di mano l'_jatagan_, poi lo alzò in aria come fosse stato un fanciullo, gridando:
— Eccolo, Giah Agha beg! È tuo, padrone! —
Il mestvire si dimenava disperatamente, digrignando i denti e tentando di colpire, coi suoi pesanti stivali ferrati, l'ercole, senza però riuscirvi.
Gl'inseguitori in un momento circondarono i due uomini, urlando a squarciagola:
— È preso! È preso! Strozzalo, Tabriz! Dàgli una buona stretta di mano! Vendica Talmà! —
Il vecchio che giungeva ultimo, con un gesto imperioso, arrestò il gigante, il quale aveva già cominciato a stringere il collo del prigioniero colle sue formidabili mani.
— No, Tabriz, — disse. — Deve parlare prima e dirci dove hanno portata Talmà. Egli è un complice, fors'anche uno dei capi di quelle maledette Aquile della steppa.
— Non è vero, beg! — gridò il mestvire, con voce strangolata. — Io non sono che un povero suonatore di guzla e non ho aiutato quei miserabili a rapire la sposa di Hossein! Lo giuro! Lo giuro!
— Taci, cornacchia! — rispose il gigante, scuotendolo ruvidamente. — Taci, o ti rompo le costole con una buona stretta, di quelle che so dare io solo.
— Siete miserabili! assassini! Volete la mia morte per divertirvi!
— Portalo al villaggio, Tabriz, — disse il vecchio beg, saettando con uno sguardo feroce il prigioniero.
Poi, volgendosi verso gli altri, chiese:
— Avete del gesso nelle vostre capanne? —
Udendo quelle parole il mestvire diventò spaventosamente pallido, poi un urlo d'angoscia gli sfuggì:
— Ah! No! No! Grazia!
— Gettalo sul cavallo, Tabriz, — disse il vecchio, senza nemmeno rispondere al prigioniero, nè impietosirsi del terrore immenso che traspariva dai suoi occhi dilatati e dai suoi lineamenti sconvolti. E voi andate a raccogliere tutto il gesso e portatelo sulla piazza del villaggio.
— Un momento, padrone, — disse il gigante. — Bisogna assicurarlo bene; questi rettili mordono. —
Gettò a terra il disgraziato suonatore, gli posò un ginocchio sul dorso per tenerlo fermo, poi levatasi la fascia di grosso feltro che gli stringeva la lunga zimarra, gli legò strettamente le mani dietro la schiena.
Lo sollevò e lo mise sul suo cavallo, prendendo in mano le briglie.
— Siamo pronti, padrone, — disse poi al beg.
La truppa si mise in marcia ritornando verso il villaggio, ove si erano radunati i vecchi, le donne ed i fanciulli.
Il mestvire non aperse più bocca, nè fece alcuno sforzo per liberarsi dai legami. Il suo pallore non era ancora scomparso dal suo viso e di quando in quando un forte tremito lo faceva sobbalzare, specialmente quando i suoi sguardi s'incontravano con quelli del vecchio beg.
Giunti dinanzi ad una casupola, che aveva un aspetto migliore delle altre, Tabriz arrestò il cavallo e levò dall'arcione il prigioniero, mentre il beg diceva agli uomini che lo accompagnavano:
— Dieci di voi si mettano dinanzi alla porta colle armi cariche e gli altri vadano a cercare il gesso.
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