Storieta
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Ecco che, per virtù d’un prodigio operato sopra una tavola con pennelli e colori pochi, tu hai conosciuto il famoso Erasmo non soltanto in carne ma in anima, non soltanto in vista ma in essenza; cosicché ti sembra che non gli olii abbiano stemprata la materia di quella pittura sì bene i più sottili spiriti dell’umano intelletto.

Ora, se un artefice ti dipinge non un uomo illustre ma un oscuro e te lo rappresenta in tutta la sua singolarità vivo con l’energia rivelatrice del disegno, la tua commozione nel mirarlo non è minore dell’altra. Iacopo dei Barbari, su poco più d’una spanna, ti condensa una somma di vita incalcolabile entro una forma precisa che comprende a un tempo tutto il particolare e tutto l’infinito, tutto il reale e tutto l’ideale, quel che è e quel che può essere. Guarda il giovinetto simile allo sparviere: naso forte e adunco, bocca arcuata a scagliare la sfida e l’oltraggio, occhi resi più torvi dalla piega della palpebra che li restringe, capelli di rossor leonino. È nero vestito sul fondo di una dolce cortina bianca orlata di verde come la tunica della Primavera: là nell’angolo la lucernetta di ferro nutre una fiammella funeraria, e la cortina copre chi sa quale profondità perigliosa.

Questi maestri giova che invochi colui il quale si sforzi di ritrovare l’arte latina della biografia; che non è se non l’arte di scegliere e d’incidere tra i lineamenti innumerevoli delle nature umane quelli che esprimono il carattere, che indicano la più rilevata o profonda parte dei sentimenti e degli atti e degli abiti, quelli che appariscono i soli necessarii a stampare una effigie che non somigli ad alcun’altra. Per ciò tra lo storico e il biografo è grande il divario, come tra il frescante e il ritrattista, il primo non considerando gli uomini se non nel più vasto movimento dei fatti complessi e nelle più efficaci attinenze con la vita publica, il secondo non rappresentandoli se non nei più saglienti rilievi della sua persona singolare.

Osservato fu già come Plutarco, quando ci dice che Giulio Cesare era magro, di carnagione bianca e molle, soggetto al dolor di testa e al mal caduco, ci tocchi ben più a dentro che con gli ingegni de’ suoi paragoni. Quando Diogene Laerzio ci racconta che il divino Aristotile usava portar su la bocca dello stomaco un sacchetto di cuoio pien d’olio cotto e che, lui morto, fu ritrovata ne’ ripostigli della sua casa gran moltitudine dì coppi come in una bottega di Samo, egli incita la nostra imaginativa ben più che con l’esporci non senza grossezza le dottrine del Peripato. Nelle biografie come nei ritratti noi dunque cerchiamo con avidità e gustiamo con gioia tra i segni della vita particolare quelli che più appaiono dissimiglianti dai comuni, quelli che non concernono se non la singola persona, quelli che di un capitano di un poeta di un mercatante fanno sotto il sole un uomo unico nel genere suo. Per ciò consento al giudizio di colui che stima esser fiacco artefice il descrittor di vite il quale rifugga dall’incidere le minuzie e le bizzarrie per ismania di sollevarsi alla solennità della storia cui non è lecito considerare il naso di Cleopatra e la fistola del Re Sole se non nel riferirli all’evento universale.

Per ventura non son rare nei nostri biografi, specie ne’ più ingenui, le pennellate di subitaneo risalto, che ci rendono vivo e respirante l’uomo. Guarda questa attitudine e questo movimento còlti all’improvviso da Filippo Villani nella vita di Dino del Garbo: “Era spesse volte usato sedere in sull’uscio della casa sua, e l’uno ginocchio sopra l’altro ponendo, quasi un giuoco di fanciulli velocissimamente girare una stella di sprone intantoché si stimava che con l’animo fosse altrove„. Eccoti Giovanni Boccaccio mentre racconta la novella di Tofano e di Monna Ghita: “Di statura alquanto grassa, ma grande: faccia tonda, ma col naso sopra le nari un poco depresso: labbri alquanto grossi, nientedimeno belli e ben lineati: mento forato, che nel suo ridere mostrava bellezza: giocondo e allegro aspetto in tutto il suo sermone„. Eccoti il buon cancelliere della Città fiorentina Coluccio Salutati: “Di statura più che mezzana ma alquanto chinato, con ossa larghe, colore quasi bianco, faccia tonda, larghe e pandenti mascelle, e con labbro di sotto alquanto più eminente: pronunziazione modesta ma tarda„. Dipinture alquanto rozze queste, lontane dalla maniera di Antonello da Messina o di Alberto Duro, ma pur nella loro semplicità, evidenti. E certo il ritratto di Farinata dipinto da Messer Filippo giudice non vale quello che Andrea dal Castagno drizzò su la parete della sala in Legnaia, con gagliardìa dantesca, tra Pippo Spano e Niccolò Acciaiuoli.

Però, se ripenso la candid’arte di Vespasiano e se m’imagino di avere a dipingere in tavola a tempera la figura di quell’ottimo cartolaio nostro compare, io ben lo vedo nell’atto di soppesar con maraviglia e reverenza entro la sua palma rugosa la pietra che Maestro Tomaso avea tolta dall’arnione del cardinal di Santa Croce isparato. “Era di grandezza quanto un uovo d’oca, e di peso once diciotto.„ Ben per tal particolarità vorrei significarlo. Te ne ricordi? Il teologo di Serezana glie la dette in mano “a dimostrare la passione che aveva sopportata il cardinale„. E credo ch’eglino lacrimassero insieme, evocando sul calcolo sciagurato la fine eroica del monaco di Certosa; il quale “per non “voler rompere la sua regola„ non prese a rimedio il bicchiere di sangue di becco. “Papa Nicola non veniva mai a questo passo, di tanta costanza d’animo, quant’era nel cardinale, che non lacrimasse.„

Or tu comprendi perché in simili tratti io mi compiaccia, se dimenticato non hai la sera dilettosa che leggemmo insieme la Vita di Messer Branda e ce lo vedemmo vivo dinanzi, mentre ci pigliava la sua “scudella di pane molle nella peverada del pollo„ e si beveva i suoi “dua mezzi bicchieri di vino„. Ambo i nipoti anco eran là, che mangiavan ritti, con un tovagliolino in una spalla. E il famiglio nasuto portava panni di color moscavoliere e in capo una berretta da prete. E, dopo la cenuzza, il prelato se n’andava in camera sua, dov’era “uno semplice letto con un panno d’arazzo, il lettuccio sanza che vi fusse nulla se non il legname; e l’usciale del suo uscio era uno pezzo di panno azzurro, suvvi l’arme sua cucita„. E, prima di porsi a sedere su quel tettuccio per leggere il libro delle Sentenze al lume d’una candela di cera, il vecchione tastando cercava gli occhiali ch’ei soleva tenere in una buca.

Si direbbe questo un quadretto d’interno, qualcosa come il fondo d’una storietta di Pesello dipinta in un corpo di cassone o in una predellina o in un tondo “a uso di minio„.

_Per ammirare sub dio una grande figura piantata a cavallo con i due piedi ben saldi nelle staffe bisogna attendere che il Machiavelli si proponga di dipingere il Castracani emulando l’Orcagna che già avea posto il bel signore di Lucca nel Trionfo della Morte con un cappuccio azzurro avvolto intorno al capo e con uno sparviere in pugno. Ma il novo artista toglie lo sparviere a quel maraviglioso uccisore, lo arma di ferro battuto a freddo; anco gli toglie il cappuccio ché “sempre, e d’ogni tempo, come che piovessi o nevicasse, andava con il capo scoperto„. E lo alza in solidità monumentale, al culmine della sua virtù e della sua fortuna ma pur, come l’Orcagna, all’ombra della Morte; sicché i nostri occhi ora e sempre lo veggono là fermo a mezzodì sopra la porta di Fucecchio per aspettar le sue genti che tórnino dalla vittoria, esposto al vento pestifero che si leva di su l’Arno, il qual ci sembra veramente quel dantesco “impetuoso per gli avversi ardori„ preso a imagine del rombo levàtosi di su la schiuma antica dello Stige ove infuria la gente dispetta. Esemplare insigne quant’altri mai questo, mandato dall’incisore del Principe a Zanobi Buondelmonti a Luigi Alamanni e ai suoi discepoli avvenire. I lineamenti gli atteggiamenti i movimenti son quivi scelti e ricomposti con acutissima sagacia, non impedita dal vano scrupolo della realtà esatta che è straniera all’arte eroica. Il disegno vi è semplice e grandioso, qua e là non senza crudezza di contorni opportuna e fierezza di scorti veloce, rilevato da un colorito così sobrio che la figurazione della battaglia tra Castruccio e i Fiorentini al guado dell’Arno fa pensare al cartone della guerra di Pisa condotto di mano di Michelagnolo. Trattata da quest’arte la gran persona esce compiuta nell’interezza del suo vigor naturale e dell’acquistata esperienza, con la sua musculatura e con la sua magnanimità, con i suoi motivi e con i suoi atti, con le norme del suo diritto che sembrano estratte dalla sostanza stessa delle sue midolle e poi constrette in brevità imperiosa, con tutta insomma la sua vita corporale animata dalla passione e dall’eloquenza._

_Accingendosi allo sforzo insolito, l’autore di queste Vite di uomini illustri e di uomini oscuri non ha dunque nascosto a sé stesso le difficoltà disperate né ha voluto evitarle. Certo, la condizione più felice per l’opera del biografo è l’essere stato egli testimonio attento e assiduo della vita cui vuol descrivere. Osservando lo studio fedele che delle mani di Erasmo fece Hans Holbein prima di porsi a dipingerle in tavola, tu comprendi di qual nutrimento sia robusta quella immortalità. Ma per ristampar l’effigie dei grandi trapassati noi non possiamo ricercare le dubbie tracce delle lor virtù e dei loro vizii se non nelle croniche, nelle memorie, negli epistolarii, nelle lapidi, in simili materie inerti e consunte. Di tratto in tratto qualche lampo c’illumina e ci forvìa. Su la bocca di Cola di Rienzo “sempre riso appariva in qualche modo fantastico„ e in camera sua dopo morte fu trovato uno specchio etrusco in mezzo a talune tavolette cerate con antiche scritture. Gli occhi di Leon Battista Alberti si velavano subitamente di lacrime vedendo le prime fogliette della primavera. Giovanni de’ Medici, ancor che fosse di molto cuore, non ardiva dormir solo in una camera di notte. Ecco che il mistero caldo e mobile della vita ci attira, ci tocca, e ci sfugge._

_Per ciò io voglio ardirmi di accostare agli uomini illustri taluni uomini oscuri ch’io conobbi da presso e guardai intentissimo, specie quelli che più squallida passione sostennero per aver mancato alle lor alte sorti o per aver peccato contro sé mortalmente. O forse farò una invenzione d’una figura per raccontare coperto alcuna delle mie vite segrete. O forse abbandonerò del tutto questi disegni, per indulgere al mio capriccio e per secondare il tuo sorriso incredulo. Ma non mancherò di mandare a quello de’ miei figli che rinnova il mio nome e che mi parve ancor bello quando lo vidi l’ultima volta su la riva tirrena ignudo e adusto, non mancherò di mandargli una Vita che gli promisi, la Vita di Tomaso dei Cavalieri, per non potere scrivere quella di Michelagnolo. “Sarebbe lecito dare il nome delle cose che l’uomo dona a chi le riceve: ma....„_

_A te oggi mando la Vita di Cola, composta or è sett’anni: a te e ai quattro o cinque amici che sai, come “al saggio de li buon conoscidori„. Sarei contento se tu rispondessi in novembre al fuoruscito insabbiato come in settembre Zanobi Buondelmonti al deposto Cancelliere dei Dieci di Libertà messo in Lucca a curare i negozii dei mercatanti fiorentini in risico pel fallimento di Michele Guinigi. “Leggemola et consideramola un poco insieme: Luigi, il Guidotto, il Diaccetino, Antonfrancesco et io; et generalmente ci risolvemo fussi cosa buona et ben detta.„_

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