
Public-domain ebook
Degli ultimi casi di Romagna
Language: it425 downloads on Project Gutenberg
Subjects
In: History - European·History - Modern (1750+)·Politics
Public-domain ebook sourced from Project Gutenberg #75829.

Public-domain ebook
Language: it425 downloads on Project Gutenberg
Subjects
In: History - European·History - Modern (1750+)·Politics
Public-domain ebook sourced from Project Gutenberg #75829.
The opening · free to read
Ti dono questo mio scritto, non perchè intenda che l’autorità del tuo nome abbia a farsi scudo a tutte le opinioni ch’egli esprime ma perchè so esser tu ed io concordi sulla più importante, su quella della nostra indipendenza; perchè so esser tu convinto, come io lo sono, della necessità di soffocare in Italia ogni favilla di discordia con larghe e reciproche concessioni sulle opinioni di minor conto, purchè da tutti si dia mano alla grand’opera della nostra nazionale rigenerazione; della necessità di discutere liberamente e senza mistero le cose nostre, discussione alla quale hai degnamente aperto il campo pel primo, e te ne è dovuto il vanto; perchè finalmente mi legano a te stretti vincoli di sangue e di lunga ed immacolata amicizia, e vincoli ancor più stretti, anzi i maggiori che possano stringere due cuori, quelli d’un eguale ed ardente amore di patria, e del desiderio di porre le forze e la vita per la sua liberazione.
M. A.
Sui moti di Rimini del settembre scorso (1846) pochissimi, e forse que’ soli che si trovarono al fatto, hanno saputa la verità: ed in Italia, ove le corrispondenze particolari non osano, ed i pubblici fogli non vogliono dirla, non può essere altrimenti. Stando alle loro notizie, copiate dai fogli stranieri, e sparse così in tutta Europa, poche centinaia di disperati, guidati da un uomo condannato a dieci anni di galera, hanno turbata la pace pubblica, e rovesciata in Rimini l’autorità pontificia: poscia, spargendosi in piccole bande per l’Apennino, e fuggendo dinanzi alle baionette svizzere, in pochi giorni sono stati del tutto dissipati, e lasciando la città, hanno commesso disordini e ruberie, riportando taccia di perturbatori, ladri e codardi.
Io stimo intempestivo e dannoso il moto di Rimini, come stimerò sempre intempestivi e dannosi siffatti moti parziali, ed aggiungerò a fronte alta, che li stimo perciò biasimevoli, non avendo diritto una ristrettissima minorità di farsi giudice se sia o no opportuno spinger la propria nazione nella gran lotta dell’indipendenza, non avendo diritto di giocar su un tiro di dadi la sostanza, la quiete, la libertà, la vita di un numero incalcolabile de’ suoi concittadini, e, quel che più importa, l’onore e le sorti future della intera nazione. Io disapprovo dunque il moto di Rimini; e questo scritto cadrà probabilmente in mano di molti che di tal disapprovazione potrebbero rendermi larga testimonianza, essendosi per tutta Italia sparsa molti mesi innanzi la voce prepararsi un moto in Romagna, ed avendo io cento volte ripetuto tenerla per cosa inconsiderata e dannosa.
Ma se ho creduto e credo che i suoi autori non abbiano posto mente a quel che v’era d’impossibile, d’intempestivo, perciò d’ingiusto, nella loro impresa, ciò non vuol dire che s’abbiano a tenere per ladri e codardi, come hanno ripetuto i fogli italiani e stranieri; ed ora che sono vinti, ora che sono parte ricacciati in esilio, parte chiusi in carcere e sottoposti a giudici che non dirò prevaricatori, non avendo il diritto d’accusar chicchessia senza chiare prove, ma che dirò esposti a molte tentazioni di prevaricare, non piaccia a Dio che in tutta Italia non sia chi alzi la voce per la verità, per dirla imparzialmente ai vinti, come ai vincitori.
Il nasconderla o tacerla, sarebbe oggimai vano, puerile e forse peggio.
I casi di Romagna, per quanto di poco momento, sono pur sempre un episodio della questione dell’indipendenza italiana, questione che tanto più fervidamente viene agitata nel segreto de’ cuori e de’ colloqui, quanto più severamente le è vietato palesarsi in liberi discorsi ed in libere dimostrazioni: questione che ogni giorno più si estende, accendendosi anche in quella parte del popolo italiano, che, mal osservata, sembra inerte e senza pensier di sè stessa: questione che deve necessariamente agitare ogni nazione cui sia stata rapita la celeste eredità, lasciatale dal padre comune di tutti gli uomini, l’indipendenza: questione, finalmente, che può paragonarsi ad una gran mina scavata sotto l’intera Penisola, alla quale non s’ha diritto dar fuoco senza il consenso e l’approvazione dei più, tanto meno poi per desiderii o patimenti parziali; ma questione generale, necessaria, giusta, e che tutti giustamente e virtuosamente abbiam diritto di trattare.
Ora, nascondere la verità su questa questione sarebbe vano, come dicemmo, e puerile. Tutti i governi, tutte le polizie italiane sanno, quanto lo sappiam tutti, che essa si discute, si agita, è in tutti i cuori, su tutte le lingue, e nessuno certamente riuscirebbe a dar loro ad intendere che non ci si pensa. Lo stesso s’ha da dire della polizia dell’Austria e de’ suoi uomini di Stato, i quali debbono bensì pel loro ufficio adoprarsi a danno anche dell’Italia, onde mantener validi i legami che uniscono le varie parti dell’Impero tendenti a dissolversi, e sono perciò politicamente da tenersi come nemici; ma che comprendono essi stessi non esser possibile che la cosa stia altrimenti, ed hanno poi, ne siam certi, mente troppo elevata (co’ nemici s’ha a spinger la giustizia sino allo scrupolo) per osar condannare la tendenza dello spirito italiano, e non rendergli anzi quell’omaggio che vorrebbero fosse reso a loro, se si trovassero nelle nostre circostanze.
Se sarebbe puerile il creder di nascondere le nostre tendenze, le nostre speranze; il volerle poi tacere, il non osar parlarne moderatamente, e saviamente sì, ma liberamente ed a viso aperto, sarebbe peggio, sarebbe oramai viltà.
Ma i governi? le polizie? le Commissioni? mi si potrà rispondere.
Prima di tutto non vedo che a chi ha osato stampare liberamente le sue opinioni sulle sorti presenti e future d’Italia (e gl’invidierei questo vanto se gli fossi freddo amico), pubblicandole col suo nome in fronte, sia stato torto un capello. Cesare Balbo è testimonio vivente che io affermo la verità, e Niccolini ed altri vivono liberi e tranquilli.
L’epoca de’ tiranni è molto lontana da noi. Il duca Valentino, Bernabò Visconti, Pierluigi Farnese non sarebbero più possibili. Chi volesse rinnovarli cadrebbe percosso dalla possente mano di quella che è oramai la vera dominatrice del mondo, de’ principi come de’ popoli, l’opinione. Il dir tirannici i governi attuali d’Italia è fanciullaggine alfieriana, come è fanciullaggine di poeta cesareo chiamar ladro chiunque si muove per desiderio d’indipendenza.
I principi italiani, dovendo camminare tra due impossibili, o almeno tra due estremi difficilissimi, e guidati quasi esclusivamente dall’istinto della conservazione, non sono ne’ loro atti pubblici quali si potrebbero desiderare; ma nel loro privato sono generalmente uomini di temperato costume ed illuminati, ed al più potranno tagliar la via degl’impieghi a chi scrivesse anche con moderazione e verità cose che a loro non fosser grate, o non paressero opportune: ma certamente non lo faranno nè imprigionare, nè impiccare; ed i libri, comunque poi siano, non chiameranno sicuramente nelle parti d’Italia non soggette all’Austria, le baionette tedesche.
Poi se tutto ciò non bastasse o non fosse vero, concediamo pure vi sia pericolo a parlar liberamente, pubblicamente e moderatamente degli affari nostri in casa nostra. Dirò allora che questo pericolo si deve incontrare dall’uomo virtuoso e d’onore pel proprio paese, come incontrerebbe quello della mitraglia quando la necessità o l’utile della patria lo domandasse. Dirò che il pericolo che s’incontra per la giustizia non deve trattenere dall’adempierla. Dirò che il coraggio civile non è inferiore al valor militare, a quello delle congiure e delle sommosse, ed è talora più opportuno, più applicabile a tutte le circostanze, meno incolpabile dalla malevoglienza: che, quantunque tanto più utile quanto maggiore è il numero di coloro che lo mostrano, può tuttavia mostrarsi anche isolatamente ed individualmente, ed il difetto del numero è allora compensato dall’esempio: allora, se non altro, si giuoca la posta d’un solo, non quella di tutti o di molti, senza aver avuto missione o consenso per arrischiarla. Dirò, finalmente, che, se una nazione non si cura della sua indipendenza, non deve muover nè rivoluzioni nè lamenti: se se ne cura, la desidera e la cerca, deve saperla meritare: e si merita non con iscosse parziali, intempestive, inconsiderate, che possono assomigliarsi all’atto rabbioso d’una fiera che s’ostini a insanguinarsi il muso battendolo invano contro i ferri della sua gabbia, più che alla generosa temerità di esseri ragionevoli che si mettano ponderatamente ad impresa pericolosa sì, ma non senza speranza di buona riuscita.
Si merita col mostrare che quella prepotente forza che ha potuto materialmente sottomettere la nazione, non ne ha sottomesso la volontà, chè in ciò soltanto consisterebbe la vera degradazione.
Si merita col mostrar virilmente, utilmente e tenacemente questa volontà sempre ed in tutti i modi possibili.
Si merita col saper a tempo patire e sopportare con operosa rassegnazione, ed a tempo osare con opportunità e con giudizio.
Si merita col pertinace studio d’ogni individuo per dotar sè stesso della maggior forza morale possibile.
Si merita, finalmente, colla virtù degli opportuni, de’ lunghi, de’ grandi sacrifizii. E noi Italiani possiamo forse alzar la fronte, metterci la mano al petto, e dire a Dio ed agli uomini: Ce la siam meritata?
Prima di prendere a dimostrare le mie proposizioni, cioè essere il moto di Rimini stato intempestivo, dannoso, e perciò biasimevole, sento il bisogno di dichiarare che mi è costato assai aggiungere quest’ultimo aggettivo, e non mi ci sono indotto se non dopo stretto esame e lunga ponderazione.
L’alzar la voce per dir parole di biasimo ad uomini miei concittadini, che credo bensì indotti in errore, ma contro i quali son ben lontano dal muover le turpi accuse de’ fogli officiali, e che anzi hanno il merito incontrastabile d’aver praticata la difficil virtù del sacrificio, ed esposta la vita e quanto l’uomo ha di più caro per ciò ch’essi stimavano giovevole alla patria, il contristarli ora che la loro condizione, già assai dolorosa, s’è fatto peggiore, ora che soffrono, ora che vivono del duro pane de’ vinti e degli sbanditi, mi costa un vero sforzo, essendo nella natura mia sentirmi sempre più inclinato a favorire il vinto, che il vincitore, e stimando non esservi al mondo atto più vile ed abbietto di quello di lanciare il sasso a chi fugge. Ma sento nella mia coscienza non commettere, con questo scritto, atto che somigli a cotale viltà. Sento che mi muove soltanto il desiderio di dire ciò che credo utile alla causa comune; di dire il vero con tutta la moderata ed imparziale libertà di cui è capace l’animo mio. Sento di non essere ora, come la Dio grazia non sono stato mai, adulatore a persona, nè ai governi, ai quali non domando oro, onori od impieghi, nè ai miei concittadini, dei quali, Dio lo sa, desidero, sopra ogni cosa al mondo, la benevolenza e la stima, ma purchè non mi costi, non dirò una menzogna, un’adulazione, ma neppure una reticenza, trattandosi d’opinioni.
Risoluto ad esporle, perchè credo utile alla patria, non il mio povero ingegno, ma il fatto di tener vivo un’aperta e moderata discussione; perchè stimo sia per me debito d’onore mettermi francamente per quella via, pericolosa o no, nella quale conforto ad entrare, parlerò senza riguardo di persone: ho però voluto dir prima che sacrifico questi riguardi alla verità ed all’utile della causa italiana, ma li sacrifico col rammarico che si prova quando il dovere v’impone rimproverare o contristare persona che si stimi e che s’ami.
The book keeps going
Reading is free forever. Sign up and watch scenes appear while you read.



Scenes Storieta drew for other classics.
New illustrated classics
Once or twice a month: the latest books to get full character casts, scene art, and free comic editions. No account needed.