(Nient’altro che la verità, semplicemente raccontata).
Questa tremenda sventura mi ha colpita quando più mi pareva di essere una cosa sola con quella mia povera figlietta!
Dopo il matrimonio di Maria e la sua partenza da Messina, l’altra mia creatura aveva raddoppiato le sue attenzioni per me: non voleva farmi sentire l’assenza della sorella; ogni mattina mi dava due volte il buon giorno e, per una di esse, imitava la voce della nostra cara lontana; ogni sera ripeteva l’augurio d’una buona notte, con due inflessioni di voci diverse.
Così, nella sera della domenica, mi aveva accompagnata in camera, secondo la sua consuetudine, e mi aveva dato il saluto della sera, ripetendolo teneramente, ed io l’avevo baciata sulla pura fronte, facendovi il segno della croce, benedicendo quell’angelica creatura mia.
[04] - Mamma, non mi hai benedetta con la solita tenerezza! - mi disse, scherzosa, ed io sorrisi perchè capivo che voleva chiedermi così un’altra carezza e la baciai ancora, più volte, ripetendo il segno della croce ch’ella riceveva sempre con la bionda testolina chinata, in atto pio, raccolta, tutta commossa nella sua Fede e lieta della carezza materna.
- Benedetta, benedetta, creatura mia!
Ed ella ripeteva con dolcezza ineffabile: - Mamma, mamma mia cara, cara, cara! (Oh, come la sento in me quella voce, quella soavità d’accento!) E lì, dalla porta, mi mandò ancora un bacio, mi disse ancora «mamma mia cara» e se ne andò tranquilla, lieta, mentre io, nel fondo d’uno specchio di contro, la vedevo allontanarsi, dileguarsi....
Ultima volta che le mie pupille ebbero impressa dal vero quella figurina che era tutta un’armonia di linee.
Alle cinque e venti io dormivo. Mi svegliai di soprassalto, ebbi la sensazione di essere trasportata in aria e di ricadere sul letto.
In quel punto si aprivano le mura. Pensai di morire e istintivamente mi copersi la testa con le braccia per proteggerla. «Figlie mie!» gridai dentro me stessa; e attesi la fine.
[05] Intanto mio marito veniva al mio letto dalla vicina porta; mi afferrava per un braccio, mi trascinava via, mentre la stanza del piano superiore precipitava su quella e l’attigua vi si abbatteva sopra trasversalmente.
Trascinata così, ebbi confuso ma rapido il pensiero che tutta la casa sprofondasse, minacciando la nostra vita; ma l’esser passati quasi senza ostacoli per due vani consecutivi - avendo trovato le porte spalancate - ci sviò il pensiero dal pericolo, ritenendolo oramai circoscritto alla mia camera. Sempre dietro a mio marito, io era portata avanti, nella tenebra, cercando di non perdere la direzione nella fitta oscurità, e gridavo alto, nel terrore di quel silenzio, il nome della mia figlietta cara, che supponevo agitata per noi: Alfrida, Alfrida, non temere, siamo qui, non....
Un urto violento: un ostacolo era sorto innanzi a Giovanni, che, battendo indietro, era precipitato su di me. Senza una parola, disperati per la barriera che s’innalzava fra noi e la figlia nostra, ci rialzammo stentatamente, lacerandoci le mani nel cercare appoggio. Mi parve allora come se anche il cuore mi si lacerasse dentro!
Una nuova scossa abbattè tutto intorno ed io stavo per soffocare dal nuvolo fumante che si [06] levava, ma un balcone, aprendosi nel tempo stesso, lasciò entrare un po’ d’aria.
Non potendo seguire il nostro cammino in quella direzione, voltammo a sinistra, ove una porticina, mettendo in un corridoio che passava dietro ad un salotto, comunicava con la camera della mia figlietta, sebbene ne fosse abitualmente chiusa la porta di fondo; saltammo macerie, scostammo travi, cademmo, ci rialzammo, ci sperdemmo, ci riunimmo, arrivammo finalmente alla porticina, che resisteva ancora. Chiamammo, chiamammo...chiamammo! E il lugubre silenzio ci toglieva coraggio.
Giovanni potè, finalmente, abbattere la porta: un urlo - che non mi parve neppure venuto da lui - con le disperate parole «non c’è più nulla!» rintronò nelle mura crollate e si spense fuori nel gran vuoto. Egli, dove ancora avrebbe dovuto trovare due stanze, sentì il vuoto nell’aria fredda che lo colpì: e vide le stelle!
Io non seppi comprendere: io credetti che non vi fosse più il piccolo corridoio e che fosse impossibile per ciò di proseguire. Allora seguitai a chiamare la creatura mia con tutte le forze che mi rimanevano e la voce lottava ad uscire fra la calce e la terra che l’arrestavano alla gola.
Poi, sempre tenendoci per mano, impigliandoci [07] tra fili elettrici, mobili, legni, vetri, tornammo verso la camera mia, soffermandoci alla porta; allora, allungando le braccia, protendendo il corpo, potemmo prendere sulla tavola vicina una candela e la scatoletta dei fiammiferi. Così, con la debole luce che in quell’istante ci parve un faro splendente, vedemmo tutta la rovina in cui ci dibattevamo da più di un’ora!
Tornammo ancora indietro, sormontando nuovi ostacoli, per arrivare al balcone dal quale fra la oscurità esterna appena rischiarata da quella piccola fiamma, potemmo vedere che il vicino angolo della casa esisteva ancora. E credemmo, e volemmo credere che tutto vi fosse salvo dentro. Avrei voluto buttarmi da quel balcone, salire all’altro ed entrare in quella camera ove - forse ferita - chiamava inascoltata la mia Alfrida. Ma come fare?
Allora, rasentando una parete di quella stanza ingombra, andammo verso un’altra il cui balcone si apriva sul cortile interno. Pensammo che di là avremmo potuto lasciarci scivolare col sostegno di lenzuola. Ma come averne? Tornammo ancora in camera mia; passando vicino alla piccola porta che avrebbe dovuto comunicare con la parte della casa ch’io credevo soltanto isolata dalla nostra, per lo sprofondamento del passaggio, chiamai [08] ancora il dolce nome, e poi quello della cameriera che dormiva vicina e quello di Tout-doux, il foxterrier a noi caro. Silenzio! Un silenzio profondo che aveva voci sinistre! Mi sentivo mancare, pur non formandosi l’atroce sospetto nel mio cervello confuso, ma subendo incosciente il terrore della immane sciagura.
Una voce femminile dalla casa di faccia mi domandò:
- Siete tutti salvi?
Allora soltanto ebbi il pensiero che la mia Alfrida potesse non esserlo. E se la camera fosse sprofondata internamente?
Era tanto naturale ch’io l’avessi pensato già prima; invece, allora soltanto me ne sorgeva la tremenda angoscia, e gridai desolata:
- Non lo so!
Rientrai: una nuova scossa precipitava l’arco del balcone.
Nello spogliatoio potemmo coprirci di due pastrani e calzare due paia di scarpe di mio marito, mentre io trovavo a caso una sottogonna ed egli poteva togliere dalle macerie un paio di pantaloni. Con la candela accesa e un po’ di chiarore che annunziava l’alba, vedemmo dalla porta l’abisso a piede del mio letto. Tentammo di tirar le lenzuola; ma l’armadio a specchio cadutovi [09] sopra faceva resistenza. Allora, sostenuta da mio marito pronto a tirarmi indietro se avessi perduto l’equilibrio, io potei a poco a poco, cedendomi e ripigliandomi, impadronirmi di quelle lenzuola per le quali mi parve già di aver tutto salvato.
Infatti, con nuovo coraggio animato dalla fede di raggiungere lo scopo, andammo subito a legarle ai ferri del balcone che oscillava fra i crepacci. Ma al punto di affidarmi nel vuoto, istintivamente mi arrestavo. Anche Giovanni che mi sosteneva dall’alto, non si decideva a lasciarmi. Intanto l’alba avanzava, e noi vedevamo allargarsi in uno spazio di macerie il piccolo recinto del cortile.
Scendemmo, attorcigliandoci con le lenzuola, e arrivammo giù insieme ai ferri del balcone precipitati su di noi. Ora bisognava andar sulla via Garibaldi e, fra le rovine, ci trascinammo fino alla porta d’ingresso donde, con molti sforzi, potemmo uscire sulla strada. Corremmo allora verso l’angolo: vi era la facciata, vi era il balcone dal quale si vedeva, purtroppo, attraverso: era il cielo, era lo spazio: tutto dietro era crollato! Corremmo dalla via traversa: l’angolo non esisteva; tutto era sprofondato!
[10] Chiamammo, chiamammo ancora, chiamammo sempre, tutto il giorno, scavando, ascoltando, pregando, disperando, e tornando a scavare, credendo di poter giungere a fare qualche cosa di utile. Nulla. Dove, dov’era la mia creatura? Era sprofondato il letto nella stessa direzione nella quale si trovava prima o era saltato più in là ove si vedeva un più grande mucchio di macerie? Come saperlo? Dove cercare con minore difficoltà di riuscita? Ciò che si vedeva sbalzato dall’altra parte doveva essere il piano superiore, ma quello si era forse abbattuto su se stesso e bisognava quindi cercare nel vuoto sottostante, che era una bottega di droghere, ma la porta era sbarrata dagli ostacoli formatisi nell’interno e noi non potevamo far nulla da soli!
In quel punto un rumore di passi che si avanzavano in fretta c’incoraggiò ed io pensai: è Nino Pentimalli che viene in nostro aiuto; e lo credetti per un istante vedendo avanzare un tenente con quattro soldati. No, non era Nino; e perchè egli non fosse accorso a noi bisognava bene che il disgraziato fosse perito! I cinque ci passarono accanto indifferenti ed alle nostre preghiere non seppero rispondere che queste terribili e pur giuste parole:
- Noi andiamo a scavare i vivi.
[11] Era così, dunque! Da noi non appariva alcuna speranza.
Passarono altri ed altri e noi supplicavamo piangendo, incitando, promettendo somme e gratitudine eterna. A nulla valevano le nostre lagrime.
Finalmente quattro giovani parvero impietosirsi di noi e volenterosi si posero all’opera; ma, appena gettata giù la porta e rotti i vetri che resistevano agli scaffali laterali, fecero bottino di scatolette, di bottiglie e di quanto poterono afferrare nel breve spazio a portata di mano e scapparono via senza voltarsi.
Per la loro fuga si scoperse innanzi a noi il triste spettacolo che quei corpi riuniti sulla preda avevano fino allora nascosto al nostro sguardo. Il pianoforte, gettato di traverso, pendeva sorretto da travi, coperto di calcinaccio. Volevamo introdurci da qualche angolo, ma ogni fessura non permetteva passaggio che ad una mano. Ad una nuova scossa scivolò ai miei piedi la sua scatoletta di colori e poi un volume della Storia Medievale. Mi parve ch’ella venisse a me, così palpitanti di lei erano quelle poche cose sue!
Seguendo la direzione degli oggetti, il letto avrebbe dovuto trovarsi a poca distanza, dietro al pianoforte che la cara figlietta aveva desiderato [12] nella sua camera per non vedervi il vuoto lasciato dalla sorella che soleva dormire nella stessa stanza.
Ella dunque era là, a tre metri da noi... e non poter far nulla, nulla! E non potere sperare più nulla, più nulla. Eppure, chini su quelle macerie, nella crescente desolazione dei nostri cuori, al cospetto di quella catastrofe, noi seguitavamo a gridare il nome adorato, chiamando, chiamando fra i singhiozzi disperati!
A poco a poco qualcuno si avanzava: una guardia, un pompiere, un uomo in camicia, una donna avvolta in una coperta di lana; due, mezzo nudi, portavano un ferito, un’altra moriva nel punto che veniva adagiata a terra; una giovane si buttava giù dal terzo piano; un vecchio in camicia correva a perdifiato; una bambina stesa bocconi chiamava disperatamente la madre. Vedemmo qualche autorità cittadina, raccomandandoci per avere aiuto; impartì degli ordini a due guardie, ma quelle si ribellarono affermando che non c’erano ordini da dare o da eseguire in quei momenti, ognuno aveva i suoi morti e doveva pensare a sè.