Storieta
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Il romanzo di Alfredo Oriani, “Olocausto”, è una narrazione ambientata nella Firenze della fine del XIX secolo, dove il protagonista, un giovane sensale di ventiquattro anni, si aggira tra tavoli di una sala affollata, osservando la mescolanza di studenti affamati, famiglie provinciali e borghesi curiosi. La prima scena, ricca di dettagli sensoriali, dipinge l’ambiente con luci elettriche, odori di cibo e il brusio di conversazioni, mentre il narratore segue il suo pensiero su denaro, vanità e desiderio di riconoscimento. Il testo si muove poi verso le strade di Via Calzaioli e del Lungarno, dove l’uomo, ancora immerso nella sua routine commerciale, incappa in una misteriosa donna che lo invita a seguirla, aprendo una tensione di incontri casuali e ambigui.

La prosa di Oriani è densa, con frasi lunghe e un lessico ricco di termini dell’epoca, che conferiscono al racconto un ritmo quasi teatrale. Lo stile riflette la mentalità della borghesia emergente, mescolando osservazioni sociali a introspezioni personali, il tutto con una leggera ironia. Chi apprezza la letteratura italiana del primo Novecento, in particolare i ritratti urbani di Firenze e le analisi dei rapporti tra classe e ambizione, troverà in “Olocausto” una lettura avvincente e un affascinante spaccato di vita quotidiana.

The opening · free to read

Aveva mangiato copiosamente, solo ad un tavolino dell'ampia sala bislunga, nella quale gli avventori rumoreggiavano, e i camerieri in giacchetta nera e cravatta bianca mutavano correndo i piatti sporchi coi piatti pieni, fra l'incrociarsi degli ordini e il vocìo saliente delle conversazioni. Parecchie donne della piccola borghesia pranzavano in cappellino, colle mantiglie ripiegate sul dossale delle sedie, perchè gli attaccapanni delle pareti erano già carichi di pastrani e di cappelli maschili; ma nessuna era bella, e tutte avevano nell'atteggiamento quel ritegno nervoso, che tradisce nel suo stesso disagio la brama di attirare l'attenzione. Da alcuni tavoli affollati di studenti il chiasso si allargava come un'onda, facendo spesso rivolgere le teste con atto fra furioso e scontento di tale trivialità non abbastanza giustificata dal buon mercato del luogo e dalla eccellente riputazione del suo vino.

Infatti il Chianti, che vi si beveva, senza essere degno del proprio nome, era assai migliore di quello che ormai ha degradato nel giudizio dei più il famoso vino di Broglio, ultimo orgoglio del grande barone, egli stesso ultima originale figura della aristocrazia toscana.

La sala era illuminata a luce elettrica da vecchi bracci dorati, nei quali le vaschette del gas avevano ceduto il posto alle diafane pere dal rameo stelo attorcigliato e rosso dentro un candore abbacinante: nell'aria satura di odori grassi un calore cresceva a colorare le facce, accendendo tratto tratto nel fondo degli occhi qualche fiammella.

Egli aveva pranzato fra due tavole occupate da due gruppi abbastanza diversi: a sinistra sei o sette studenti ineleganti ed affamati, villani ed allegri; si vedeva che quel loro magro pranzo di pensione non bastava a tutte le cupidigie dello stomaco giovanile, indarno distratto dal baccano dei discorsi. Certe parole, alcune arie improvvise tradivano un dispetto nell'urto di una qualche difficoltà prevista forse, ma non per questo meno pungente; i coltelli tagliavano le pietanze a pezzetti troppo piccoli, e le pagnottelle sparivano dalla tovaglia con una celerità quasi prestigiosa. Li serviva un vecchio cameriere, lento, bonario, che si piegava sempre con lo stesso sorriso ad ascoltare tutte le domande pei baratti o le porzioni divise fra due o tre studenti, nei quali l'appetito più facilmente ammorzava le pretese della vanità; poi se ne andava traballando con una pila di piatti sulle mani.

All'altro lato si allargava una intera famiglia di provinciali dalle vesti e le mosse sgraziate, ma con quel contegno sicuro della gente ricca, che sa di poter essere a posto dovunque. Lo si capiva specialmente dal viso della madre, una donna secca e giallognola dentro un abito scuro, la quale discorreva col cameriere, un giovanotto biondo, come se avesse già sovra di lui una certa autorità, mentre il marito, più vecchio, grasso e rosso, si preoccupava dei due figli più piccoli per farli mangiare decentemente. Tre ragazze vestite allo stesso modo, di una stoffa sanguigna, tenevano tutto un lato della tavola, guardando nella sala con una curiosità beata e maliziosa; ed erano tutte tre brune, così simiglianti nelle facce rotonde che parevano tre ritratti della stessa persona a non molta distanza di tempo.

Gli studenti, appena notato quel gruppo, avevano subito colla provocatrice iattanza della giovinezza alzato il tono della conversazione, già abbastanza scabra secondo il solito, e le ragazze, incapaci di resistere alla tentazione di voltarsi, ascoltavano coll'aria di parlare fra loro, nascondendo a stento fra le pieghe della bocca un sorriso involontario a certe più vive scappate.

Anch'egli se n'era accorto.

Era un sensale di molte cose, da grano e da vino, da seta e da legna, che gli affari traevano spesso a Firenze per mezza giornata: aveva una statura troppo alta, un corpo allampanato, e nel viso storto due piccoli occhi castani, dentro i quali si accendeva di quando in quando un barlume d'intelligenza. Al vestito, ai modi, gli s'indovinava un'intenzione di eleganza ancora mal sicura ma non senza qualche amabilità; e siccome guadagnava abbastanza e sapeva spendere con una certa giustezza, il suo aspetto poteva in alcuni luoghi, fra gente non troppo fina, ottenergli quel primo involontario rispetto per le persone, che sanno far sentire con garbo la propria superiorità. Così durante il pranzo, pur divertendosi alle intemperanze degli studenti eccitati dal contegno delle tre ragazze e da alcuni trasalimenti nervosi della mamma, aveva abbastanza bene simulato l'indulgente disattenzione di un uomo meglio abituato, non senza provarne in fondo al cuore una vera contentezza di orgoglio. Quegli studenti, nati forse da famiglie più alte della sua e passati oramai per tutta la filiera delle scuole, non apparivano nè più intelligenti, nè gran cosa più signorili di lui; fors'anco i loro studi non li condurrebbero mai all'agiatezza raggiunta da lui in pochi anni.

Infatti la sua giovinezza non superava la loro. Egli toccava forse i ventiquattro anni, ma aveva già corsa tutta l'Italia, passata la frontiera austriaca, parlava non troppo male il francese, era in relazione con molti milionari, poteva citare grossi nomi e grosse cifre con quella trascuranza che stupisce sempre la gente estranea al commercio, e per la quale il danaro non sa scompagnarsi mai da un senso di pena per la difficoltà di guadagnarlo. Quindi aveva largheggiato con se stesso nel pranzo, chiudendolo col caffè, il cognac e un pacco di sigarette: poi, ripreso dalla tovaglia il giornale, lo scorreva distrattamente colla schiena appoggiata al dossale della sedia e la testa arrovesciata sotto il fumo lieve della sigaretta.

Qualcuno lo guardava, le tre ragazze avevano barattato su lui qualche parola.

Poco dopo trasse dal taschino un grosso orologio d'oro e parve consultarlo lungamente; erano le sette e mezzo, il treno per Bologna non partiva che a mezzanotte. Avrebbe potuto, volendo, passare quella notte a Firenze invece di ritornare a Forlì, ma non ne aveva alcun motivo; nel mattino gli era riuscito di vendere cinquecento quintali di grano, comprati da lui stesso a Faenza, e sui quali guadagnava novanta centesimi al quintale. La sua giornata era stata perciò delle migliori; poi nel pomeriggio un grosso mugnaio di Marradi gli aveva parlato di una transazione per una vecchia lite ferroviaria, chiedendo quasi consiglio. Egli s'era offerto senza sapere ancora come la cosa fosse davvero, per il piacere della vanità solleticata dall'importanza di una simile trattativa.

--Che dote avranno queste ragazze?--pensava esaminandole:--Talvolta le provinciali così mal vestite sono più ricche di molte donnine eleganti, che s'incontrano per via Calzaioli, e soprattutto hanno minori esigenze. La loro dote tocca davvero al marito, che non essendo uno sciocco può trarne una fortuna.

Il suo pensiero ondeggiò su questo problema, mentre gli occhi gli correvano per tutta la sala luminosa e rumoreggiante. Notò che nessuna persona veramente distinta vi si trovava: forse egli era il più elegante, capitato per un buon caso a quel tavolo vuoto, ove era stato servito meglio degli altri.

Perchè vi restava ancora?

Il pranzo eccellente non gli era costato che tre lire, tutto compreso: bisognava uscire, trovare un modo, un piacere, per ingannare il tempo sino all'ora del treno.

Quando si alzò, la sua alta statura e il lungo pastrano, che il cameriere troppo piccolo stentava a porgli sulle spalle, attirarono l'attenzione della sala; passò dritto, a testa alta fra le occhiate, sentendovisi quasi crescere, ma già preso da un vago bisogno di essere con qualcuno.

Fuori l'aria si era fatta rigida, benchè l'inverno fosse oramai trascorso. Via Calzaioli si affollava di gente sotto la viva luce dei fanali, fra quel chiacchierio delle ore serali, che pare fatto di prime confidenze nella tregua del lavoro quotidiano. Gli uomini camminavano adagio, le donne avevano un indefinibile languore nel passo, dalle vetrine uscivano barbagli, molte finestre erano illuminate, qualche fiacre correva al piccolo trotto, mentre alcune cacciatrici notturne, già scese nelle strade, passavano negli abiti vistosi, col volto vivido di vernice e gli occhi troppo aperti, che guardavano in faccia agli uomini con una insistenza interrogatrice.

Ma nessuna lo tentò.

In quella strada, fra quella gente, a quell'ora, esse non erano che una miseria, alla quale poteva solamente arrestarsi qualcuno di coloro, che essendo troppo soli hanno troppa fretta; egli invece avrebbe potuto facilmente imbattersi in qualche amico di affari, e stava benissimo.

Preferiva di andare al caffè. Ma l'onda lenta della folla lo prese senza che quasi se ne accorgesse, trascinandolo per quella vecchia strada illustre, della quale sapeva a memoria tutte le ditte. Nel cielo scuro le stelle brillavano lontanamente, l'aria frizzante tratto tratto gli pizzicava il viso con una carezza, che gli scendeva fin dentro a destare qualche brivido nel caldo del pesante pastrano e fra i tenui odori femminili vaganti. Alcune teste di donne sorgevano come apparizioni tra la folla: capelli bruni dorati, guance bianche, illuminate da un sorriso; e bagliori uscivano dagli occhi, dietro le labbra dai denti candidi, mentre le teste si piegavano mollemente e un fremito pareva correre lungo le mantiglie, giù per le gonne, sino al selciato. La notte non era ancora di primavera, ma qualcuna delle sue inquietudini passava nell'aria come un soffio. Egli notò che nella luce di quell'ora i vecchi parevano più vecchi e i fanciulli camminavano dando la mano ai parenti con insolita gravità. Evidentemente quasi tutta la folla si trovava nella sua condizione, in quel tiepido benessere del dopo pranzo quando si obliano le cure e si sta per chiedere un qualche piacere alla notte. La gente girellava senza un motivo preciso: fra poco la maggior parte si sarebbe decisa per i clubs o per i caffè, per i teatri o altri ritrovi, a riprendere la solita vita notturna più breve, più vacua, ma più acuta forse che quella stessa del giorno. Soltanto le piccole famiglie, troppo povere per concedersi altri svaghi dopo quello della strada, rientrerebbero presto nelle case per andare a letto, portandovi inconsciamente l'acredine tentatrice di qualche visione balenata fra la moltitudine e dileguata quasi al disopra di essa, dentro l'ombra di una grande carrozza.

Egli girava a caso. Involontariamente la sua giovinezza lo faceva seguire per qualche tratto una figurina di donna, svelta ed elegante, che fendeva la folla senza vederla, al braccio di un signore; ed era come una pagina di romanzo, che gli si aprisse improvvisamente dinanzi agli occhi coll'irresistibile prestigio dell'amore. Altre donne non guardava. Come quasi tutti i giovani, che nati poveri dovettero subito lottare per il pane della vita, egli sentiva adesso con una acutezza più dolorosa l'invidia contro le classi superiori, alle quali il lavoro e la fortuna avevano potuto avvicinarlo senza ottenergli mai la più piccola dimestichezza con una signora, perchè davanti a qualunque di esse perdeva anche la poca disinvoltura imparata negli affari. E se ne rodeva intimamente.

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