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Milano Fratelli Treves, Editori 1909

PROPRIETÀ LETTERARIA.

I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.

Milano. — Tip. Treves.

A QUELLI DI MIA GENTE CHE EBBERO PARTE NELLA OPERA DELLA REDENZIONE DELLA PATRIA GIOVANNI PANZINI (1815), OLINTO E ULISSE PANZINI (1845) ZACCARIA PANZINI (1848) EMILIO PANZINI (1860, Urbino e Fossombrone).

Prima.

INTRODUZIONE STORICA.

Nel secolo passato, come si diceva sino a nove anni addietro; ora diremo nel secolo XVIII, le guerre duravano molti anni. Anzi si può dire che tutta la prima metà di quel secolo così singolare, che comincia col Metastasio e finisce con la «Marsigliese», fu tutta una continuazione di tre guerre, che si trascinarono per la bellezza di quarant'otto anni, qua e là per l'Europa come una pestilenza.

I popoli, cioè i fedelissimi sudditi, avevano da tempo osservato che dietro alla guerra veniva spesso la peste vera e la carestia e perciò si erano abituati a notarle come tre fatalità, e pregavano il Signore di tenerle lontane:

a peste, fame et bello, libera nos, Domine!

Ma che fossero una fatalità non pare proprio, se è vero che i serenissimi principi potevano a loro talento scatenare i nembi di queste guerre come Eolo faceva dei venti.

Bene è vero però che in quella prima metà del secolo, all'infuori di eserciti imperiali, cioè austriaci e alemanni da un lato ed eserciti gallo-ispani dall'altro, densi di archibusi, e comandati da marescialli imparruccati, instivalati, isperonati, e loro coorti, altri nembi non cavalcavano per l'aria serena. Il nembo della ribellione era tuttora nel cervello dei filosofi e appariva in forma di leggiadre nuvolette, come il polline dei fiori. Anzi quando la tempesta del fiero Marte s'era trasportata d'uno in altro paese, dalle riposate ville o dai bei palagi qualche Nice incipriata udivasi sospirare:

Se cerca, se dice: L'amico dov'è? L'amico infelice, Rispondi, morì.

Nè si deve d'altra parte pensare che questi eserciti nelle loro zuffe o battaglie si decimassero scambievolmente, perchè se così fosse stato, dopo tante battaglie e in tanti anni non sarebbero rimaste in piedi che le parrucche e gli stivaloni. Anzi tutto la scienza chimica e la meccanica non avevano posto a disposizione del progresso tanti rapidissimi e perfetti congegni di morte; ed inoltre appare evidente che quelle antiche milizie, se trovavano professionalmente utili le guerre lunghe, non altrettanto utili dovevano trovare le guerre micidiali.

Queste guerre furono tre, e tutte e tre ebbero il nome di guerre di successione, perchè furono cagionate dal diritto che i Serenissimi Principi avevano o credevano di avere alla successione di un trono rimasto vacante. E prima fu vacante il trono di Spagna e la guerra arse per 14 anni, cioè dal 1700 al 1714; poi fu vacante il trono di Polonia e la guerra arse per altri 5 anni, cioè dal 1733 al 1738; in ultimo fu vacante il trono d'Austria e la guerra arse dal 1740 al 1748. Dopo si fece la pace che ha il bel nome imperiale di Acquisgrana, anzi, cosa singolare, i Serenissimi Principi, venuti ad occupare, per effetto di quelle guerre, i troni d'Italia, si posero a restaurare la nuova casa a beneficio dei fedelissimi sudditi. Se non che un bel giorno quel polline diventò nembo, quel venticello leggero di fronda filosofica, bufera. Tutto il cielo si oscurò dalla parte di occidente, dove è la Francia, e in quel buio lampeggiò una cosa orribile: la mannaia della ghigliottina. Poi apparve sull'Alpe un giovane pallido, Napoleone. La bufera scoppiò anche da noi e spazzò quei restauri ed anche quei Serenissimi Principi.

Da allora in poi altre case per il popolo ed altri restauri domanda il popolo.

Era quello un ben felice tempo per i Re e per i Principi, giacchè tanto le terre quanto i sudditi si ritenevano come una specie di loro proprietà privata, concessa da Dio: il tempo delle monarchie assolute e del diritto divino, come dicono gli storici. Oh, non che tutti i Re governassero a loro talento. Governava chi poteva, come sempre è avvenuto. Ciambellani, gran signori, gran dame, confessori governavano anche: un complesso di interessi che si connettevano o si ritenevano congiunti agli interessi supremi del trono alla cui ombra fiorivano quei signori.

Dunque era proprio morto il re di Spagna, l'erede di Carlo V e di Filippo II, due nomi che hanno riempito tanto il mondo di sè, che vivono anche nei romanzi: il sole non tramontava mai nei suoi Stati: egli era tramontato. I cortigiani, secondo il rito, lo avranno chiamato per nome e gli avranno chiesto gli ordini: ma il re non ha risposto. Era morto e non lasciava erede alcun figliuolo; ma un nipote, che a sua volta era pronipote del più folgorante di questi re, il re di Francia, così folgorante anzi che era chiamato il Re Sole, era stato nominato erede. Se non che l'imperatore d'Austria avanzava anch'egli diritti, come parente, a quel bel trono di Spagna. Grande era la potenza di questo imperatore, e grande il suo retaggio. Tuttavia ambiva anche al trono di Spagna ed alla monarchia universale, come al tempo dei Cesari romani del cui nome era erede, e di Carlo V, di cui pure egli era erede. Io non parlo degli aspiranti minori che non furono pochi.

Questa ambizione dell'Austria poco piacendo alla Francia, e viceversa, i contendenti ricorsero all'eloquenza del cannone: i cannoni su cui era impresso tra fregi adorni il motto: «Ultima razon de Reyes, ultima ratio regum», per dire che i re non avevano bisogno di ricorrere ad alcun Areopago o giudizio di popolo nelle loro contese.

Dopo quattordici anni, quanto potrebbe durare una causa per successione presso i nostri tribunali, cioè nel 1714, le armi avendo dato ragione al nepote del re di Francia, avvenne che il trono di Spagna a lui si rimase. Ma l'imperatore d'Austria aveva per tanti anni combattuto per niente? Era pur dovere ricompensarlo. Ebbene gli furono dati quei possessi che la Spagna da due secoli circa aveva in Italia, cioè buona parte d'Italia: il reame di Napoli, la Sicilia e la Lombardia. Se non che dopo alcuni anni gli stessi contendenti, cioè Francesi e Spagnoli da un lato e Imperiali dall'altra, essendosi trovati di fronte ancora per un'altra successione e il cannone avendo questa volta dato ragione all'Imperatore, il reame di Napoli e la Sicilia furono dall'Austria restituiti alla Spagna; e più precisamente se ne formò un piccolo e bel regno ad esercizio regale ed a conforto dei figli di Filippo Borbone. E fu in tale modo che cominciò in Italia quel dominio dei Borboni di Napoli, il quale durò per 126 anni, cioè sino al 1860. E in simile modo spenta la vecchia casa dei Medici in Toscana, vi si costituì un altro secondo regno, anzi gran ducato, a conforto dei figli dell'Imperatore d'Austria di Absburgo-Lorena, che durò sino al 1859; e in simile modo spenta la casa dei Farnesi in Parma, se ne formò un altro piccolo regno, anzi ducato, a conforto di un altro figliuolo di Filippo Borbone, la cui successione durò pure sino al 1859. E in simile modo per la pace di Aquisgrana, fu assicurata la Lombardia a Maria Teresa, di cui vive ancora la buona memoria in queste terre lombarde, benchè i successori di lei, quando del '59 si accomiatarono, non lasciassero certo nessuna brama di sè.

Ma dunque l'Italia serviva come ricca merce di compensazione ai soccombenti in queste liti di Re? Dunque spenta una dinastia se ne sostituiva un'altra senza consultare il popolo? E il popolo d'Italia non insorgeva a simili mercati? Quel popolo d'Italia che vediamo nella lontananza dell'Evo Medio così pronto alle armi ed al sangue, così geloso dei suoi diritti, così indomito nelle sue passioni, che oppresse un primo e un secondo Federigo, pur d'onore sì degno, quel popolo che oggi s'aduna nei comizi e può imporre la sua volontà ai governanti, nulla vedeva, nulla sentiva allora di simili obbrobriosi mercati?

O come la profezia dei nostri profeti, di Dante, del Petrarca, del Machiavelli si era compiuta! Ma dove era allora il popolo d'Italia? In verità v'erano dei nobili e dei cavalieri i cui privilegi non erano offesi per nulla da tali mutamenti politici. V'erano molti monaci e molte monache le cui dovizie e la cui troppo riposata vita non era turbata. Molti briganti e banditi pur v'erano la cui vita non era turbata, molto artigianato libero e tranquillo, moltissima plebe pasciuta, o rassegnata, a cui poco importava di Francia e Spagna, «basta che s'magna», come dice ancora il motto. Molti poeti pur v'erano che si ricordavano talvolta di variare il lamento su l'Italia, destinata a servir sempre, o vincitrice o vinta, una specie di fatalità, come la guerra, la fame e la peste. Del resto, questi numerosi intelletti canori erano onorati presso i Serenissimi Principi in premio di loro belle poesie per le nascite, per le morti, per le nozze, per le monacazioni, per l'esaltazione degli eccellentissimi prelati.

E poi l'Italia con la voce dei Papi non comandava ancora «urbi et orbi»? e l'Imperatore d'Austria non rappresentava i Cesari? e quell'insalatuzza degli orticelli d'Arcadia non dava ancora l'illusione di un primato intellettuale? Era un così dolce stare tra quei boschetti d'Arcadia, quando un grido atterrì: era l'Alfieri. Era un così tranquillo occuparsi di antiquaria, quando una voce disse: occupatevi della Vita. Era il Leopardi. Ma quanto tempo occorse perchè quelle voci fossero udite!

O dolce conforto del non vedere e del non sentire, che il pietoso Iddio regala ai popoli destinati ad essere servi degli altri!

Queste tre guerre furono combattute anche in Italia, benchè gli Italiani non facessero, essi, la guerra: la subissero soltanto, e con le sue conseguenze. Ma è bello ed è comodo trasportare il trambusto di Marte nella casa degli altri, specialmente quando essa vi si presta bene per la sua posizione. Infatti il dolce piano

Questa cosa, del resto, era avvenuta anche due secoli prima, nel Cinquecento, quando la patria nostra non «era soggetta ad altro dominio che de' suoi».

Allora i magnifici signori e le potenti republiche nostre avevano con quel buon gusto che li distinguea assistito allo spettacolo di battaglie da giganti che in quel bel piano ci avevano favorito un cattolico Re di Spagna e un cristianissimo Re di Francia. Non solo assistito, tanto che l'Ariosto ne avea tolto il modello per le fantastiche guerre del suo folle Orlando, ma vi avevano anche partecipato, ciascuno secondo i propri interessi, ben si intende. Ci fu anzi una volta che in una di quelle battaglie uno di questi signori, forse in un istante di lucida visione, disse ai suoi artiglieri irresoluti se tirare contro gli Spagnoli azzuffati coi Francesi: Tirate senza timor di fallare chè son tutti nostri nemici.

Ci fu anche un Papa, un vecchio bizzarro ed energico che leggeva Dante, il quale gridò: Fuori i barbari! Ma tranne questi casi isolati, noi Italiani fummo di una ospitalità classica: ospitalissimo fu Ludovico il Moro, il quale se non avesse dichiarato che l'Italia non l'aveva mai vista nè conosciuta, e che conosceva soltanto i suoi privati interessi, sarebbe stata la mente politica più fine del secolo XV. Ospitalissimi i nostri olimpici signori. Li accolsero nei loro incantevoli palazzi quei re d'oltremonte, li intrattennero in belli e savi discorsi di filosofia e di politica: l'Ariosto fece omaggio del suo folle Orlando: un pittore, il Tiziano, ritrasse le sembianze del più potente di questi re; un orafo, il Cellini, battè spade, elmi e corazze per l'altro re suo rivale: vi furono anche scambi di doni nuziali, finchè un bel giorno i signori d'Italia, così maestri nel «tessere una fraude», si avvidero di essere frodati. Uno di questi re, anzi re ed imperatore, ci aveva piantate le tende.

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