Storieta
English
Save & sign up

About this book

Il volume di Cristina Belgioioso è un saggio storico‑culturale che si propone di tracciare le trasformazioni della Lombardia negli ultimi trent’anni del secolo XVIII, con particolare attenzione alle cause del “difetto d’energia” dei lombardi. L’autrice apre con una lunga invocazione a chi abbia vissuto la regione nella prima parte del secolo, richiamando le esperienze di soldati, studiosi e cittadini coinvolti nelle guerre napoleoniche e nelle rivoluzioni che hanno attraversato l’Italia. Da qui si dipana una descrizione vivida dei continui scontri tra fazioni politiche, delle pressioni esterne di papi, imperatori e re, e delle tensioni interne tra aristocrazia, giovani signori e intellettuali, che hanno caratterizzato la vita pubblica lombarda. Belgioioso analizza poi le riforme amministrative introdotte da Luigi XII e da Giuseppe II, illustrando le resistenze fiscali e le reazioni popolari, fino a giungere alle drammatiche campagne militari in Russia.

Lo stile è tipicamente ottocentesco, con frasi lunghe, un lessico ricco di termini arcaici e una retorica appassionata che mescola cronaca, riflessione politica e critica sociale. La narrazione è densa di riferimenti a personaggi storici, a eventi militari e a dibattiti culturali, il che la rende adatta a lettori interessati alla storia regionale, agli studiosi di storia italiana e a chi ama approfondire le dinamiche di potere e le trasformazioni sociali del periodo pre‑unitario. Chi apprezza un approccio dettagliato e una prosa ricca di sfumature troverà in questo lavoro una fonte preziosa per comprendere la complessità della Lombardia di fine Settecento.

Who appears in this book

  • Luigi XIIRenaissance French king in elaborate velvet robes, gold chain, jeweled crown, short beard
  • Giuseppe IIAustrian emperor with powdered white wig, embroidered blue coat, golden scepter, regal posture

The opening · free to read

Parte Prima

Chi abbia scorsa la Lombardia nella prima parte di questo secolo, chi abbia studiato la storia d'Italia, chi abbia militato al fianco degl'Italiani negli eserciti imperiali, ed in ispezieltà veduti i ventisettemila o che soldati partiti dall'Alta Italia o dal reame di Napoli perire tutti nelle gelide pianure della Russia o nei flutti della Beresina, spirare da valorosi con la spada in pugno, senza gemiti nè omei, cadere aggelati nell'atto di locarsi tra le file, oppure percossi da accêtta nell'inchiodare l'ultimo cannone da essi colà trascinato, se oggidì scendesse di nuovo dall'Alpi, crederebbe a stento al testimonio degli occhi suoi propri, e si persuaderebbe forse di essere sceso frammezzo ad un popolo ignoto e nuovo per lui. Che avvenne egli mai in Lombardia da trent'anni a questa parte? Gl'Italiani e i Lombardi al par degli altri, sono stati in ogni tempo pur troppo agitati ed irrequieti. Leggi gli storici dell'Italia, e ti si pareranno dinanzi fazioni senza numero che cozzano fra loro; capi-parte che s'attraversan l'un l'altro, si scontrano a mezza la via, e a vicenda si tolgono amici, fautori e sussìdi; città che sollevansi contro i loro signori, e agevolmente discaccianli, chiamandone altri in loro vece, od ingegnandosi di farne senza, col governarsi a comune; signori discacciati che non di rado vengono richiamati prima di avere avuto tempo d'uscire da un angusto territorio; giurati loro nemici che fanno sacramento di servirli, mentre i loro successori escono dalla porta opposta a quella per cui i primi rientrano nella città capitale. Il papa, l'imperatore, il re di Francia, e in séguito anche il re di Spagna, quei quattro grandi indirizzatori di tutti i moti italici, da cui traevan profitto, si spartivano a vicenda le città e le province italiane; ned io saprei se si possa in tutta quanta la Penisola trovare una città che non abbia, ed anche con breve intervallo di tempo, aperto le sue porte, e accolto con tripudio pria questo, poi quello dei detti prìncipi. Non intendo già, nel dettar queste linee, a fare un elogio del carattere italiano. Potrà esso venir tacciato d'incoerenza, di leggerezza, di soverchia ambizione, di incostanza, d'infedeltà e simili vizi. Ma almeno non gli si può apporre l'inerzia, l'immobilità, la stupidità, la meticolosità, l'indifferenza per le cose politiche. E per non parlare qui d'altri che dei Lombardi, e della loro condotta nel tempo preceduto ai trent'anni ultimi scorsi, dirò ch'essi mai non cessarono di spiegare quell'operosità un po' irrequieta cui sono naturalmente disposti.

Dotato da Luigi XII d'una costituzione assai simigliante a quella onde godono a presente la Francia e l'Inghilterra, giacchè essa conferiva la potestà legislativa a due camere, la più alta delle quali era la sola di cui il principe eleggesse i membri; il ducato di Milano si serbò, più che tutti gli altri Stati italicii, in possesso del dritto e del costume di dirigere l'andamento del suo proprio governo. Gli Spagnuoli sminuirono le prerogative delle camere, senza però annichilarle, e Giuseppe II, ad esempio de' suoi predecessori, a pochissimo le ridusse. Ma questo principe, benefattore della Lombardia, in quanto l'arricchì del bel sistema d'amministrazione interna e di divisione territoriale, che con lievi modificazioni la regge pur ora, lasciolle inoltre una indipendenza assai grande; cui l'aristocrazia lombarda, la quale era allora in possesso di tutte le alte cariche dello Stato, sapea far rispettare, con commendevole e rara energia. Ricordasi tuttora in Milano una sovragiunta d'imposta che l'imperatore volea far riscuotere sopra non so qual reddito in Lombardia; e si rammenta che il conte Melzi, che allora teneva un ragguardevole posto nello Stato, si oppose risolutamente a questa novella imposta, e non avendo potuto indurre i Milanesi a ricusarla, partissene subito per a Vienna, ove fu più avventurato, e ottenne la rivocazione dell'ordine dato. E sì che di già in quel tempo le idee che addussero la rivoluzione francese ferveano in Italia, e fra i promotori di esse annoveravansi parecchi autorevoli membri dell'aristocrazia milanese, filosofi, leggisti, istorici, poeti. Aveva il Parini in un poema satirico, diviso in quattro parti, il Mattino, il Mezzogiorno, la Sera e la Notte, vôlto spiritosamente in beffa i rancidi e alquanto buffi costumi della eletta società. Gli è certo che l'aristocrazia italiana, erede ad un tempo dei costumi francesi, spagnuoli ed austriaci, ch'essa del resto aveva fusi insieme, facendosi così un carattere suo proprio e per certi rispetti originale, porgea molta materia ai sarcasmi del Parini. Allato ai personaggi gravi e studiosi che amministravano le cose dello Stato, una moltitudine di giovani signori e di giovani dame, tutti intenti agli amori ed ai piaceri, spendevano il loro tempo a visitarsi a vicenda ed a dir male del prossimo. Eranvi mariti che presentavano alle loro consorti il cavaliere servente, cui destinavano essi medesimi a compier l'ufficio indicato dal suo nome. Poche mogli inoltre teneansi paghe del cavaliere dato dal marito, e la maggior parte di esse si sarebbero vergognate di non trarsi dietro al passeggio e in casa delle loro amiche e al teatro un numeroso codazzo che rendesse testimonianza della possa dei loro vezzi. Era il codazzo composto per l'ordinario da un patito, o, per meglio dire, da parecchi patiti; perocchè come l'indica il nome (soffrente o sofferto) il patito era un amante sfortunato e universalmente noto per tale; eravi pure (e pur troppo dobbiam confessarlo) l'_amante_, se non che il buon costume d'allora portava ch'ei fosse unico. Avrei torto davvero se dimenticassi i galanti, che potevano essere non men numerosi che i patiti, e fra i quali annoveravansi parecchi abatini. Eran questi, per lo più, giovani cui non garbava applicarsi stabilmente, o che appartenevano a più dame; oppure, come ho detto, erano anche abatini, fratelli minori dei più grandi signori, che del sacerdozio non avean altro che l'abito nero, del letterato, che l'abilità di porre insieme malamente delle rime, e dell'uomo mondano, che la permissione di seguir da pertutto la dama eletta, di portarle attorno in braccio il cagnuolo prediletto, e di sopportarne umilmente le capresterie.

Cosiffatti costumi eran tali invero da eccitare il disprezzo e l'indignazione degli uomini di cuore e d'ingegno, che, nati nell'ordine privilegiato, aborrivano i privilegi, ed esposti a perdere tutto ove si mandassero ad atto le dottrine dell'uguaglianza, adoperavano pure con quanta autorità potevano a propagarle e ad inculcarle. La brigata chiamata il Caffè, e composta dei tre fratelli Verri, del marchese Beccaria, di Paolo Frisi, del Longhi, del Visconti e di molti altri, rappresentava il partito delle nuove idee. I vecchi dignitari dello Stato e la gioventù effemminata rappresentavano quello dei vecchi pregiudizi. E, come immancabilmente doveva accadere, i primi volgevansi verso la Francia, gli altri strettissimamente all'Austria aderivano. Quando gli eserciti francesi scesero il pendío italico delle Alpi, furono accolti con gran tripudio da una gran parte della popolazione, e appena s'accorsero dell'esistenza dei malcontenti, che se ne stavano quatti all'oscuro. Fuvvi in Lombardia un governo rivoluzionario, composto d'Italiani; fuvvi un Comitato di pubblica salvezza; e se non vi accaddero le sanguinose scene del 2 d'agosto e del 5 di settembre, non deesi ciò attribuire all'indifferenza popolare, ma sì al carattere benigno degl'Italiani, ed in ispezieltà dei Lombardi.

Vi fu veramente la sommossa di Pavia, che diede luogo al saccheggio di quella città; fatto sanguinoso e superfluo, che dagli avversari de' Francesi fu loro per un lungo tempo rinfacciato. Videsi in Milano e in tutta la repubblica Cisalpina un sentimento quasi universale di dispetto pel piglio un po' tracotante con cui il Primo Console e poi l'Imperatore faceva introdurre le riforme inviate di Francia nella costituzione della repubblica. Imponendo queste riforme a forza, quando non poteva farle accettare volonterosamente dalla contrada, egli facea precedere la promulgazione di quei novelli statuti da annunzi di protestazioni di riconoscenza e di giubilo, cui poneva in bocca dei popoli ricalcitranti. Furonvi in Lombardia nel 1809, al tempo della sollevazione del Tirolo a pro dell'Austria, molte congiure fra i nemici occulti della Francia e i perturbatori del Tirolo; ma queste nimicizie, questi contrasti sono cose, per così dire, da nulla in paragone delle guerre di rivoltosi che insanguinarono il mezzodì dell'Italia per tutto il tempo che durò la dominazione francese, o poco meno.

I due partiti rimasero per lunga pezza a fronte l'uno dell'altro; e mentre i difensori delle idee novelle si strignevano attorno ai Francesi, offrendosi loro devoti; i fautori dell'antico reggimento carteggiavano con Vienna, e speravano tutto dal tempo e dall'impetuosità dei loro avversari. Il broncio italiano non potrebbe tuttavia durar gran fatto; perocchè quegli che tiene il broncio condannasi da sè a non far nulla, e l'Italiano, poco contemplativo, vuole anzi tutto e ad ogni costo operare. A poco a poco i malcontenti si ammansarono, e negli ultimi anni del regno napoleonico in Italia le nobili case lombarde che non erano rappattumate col governo, e i capi delle quali non tenevano una carica di qualche fatta, erano assai poche. Tutta quanta l'amministrazione, tranne pochissime eccezioni, era affidata a' nativi, e gli uffizi dell'esercito italico erano per la massima parte dati ad uomini italiani. Con tuttociò l'entusiasmo col quale i Francesi erano stati accolti in Italia, era spento. I filosofi amici dell'eguaglianza dolevansi che non uno dei pregiudizi da loro aborriti fosse stato distrutto. La disuguaglianza fra' varii ordini di cittadini sussistea come in addietro, e se più agevol cosa era omai l'aver posto negli ordini privilegiati, ne conseguiva soltanto che, siffatta disuguaglianza non movendo più a sdegno il popolo come pria, trovavasi perciò stesso più sodamente fondata. Gli antichi amministratori del paese agevolmente riconoscevano essere le imposte divenute più gravose, e la novella interna amministrazione essere più dispendiosa, in onta che le entrate dello Stato non fossero accresciute se non transitoriamente e per poco, dal concorso di gente straniera venuta di Francia in Lombardia. Nè tralasciavano essi di notare che questi stranieri, poveri per lo più, anzichè arrecarvi un aumento di capitali, venivano ad arricchirsi; dal che conchiudevano che, sebbene il danaro girasse più rapido di pria d'una in altra mano, non erane perciò accresciuta la quantità. E come mai avrebb'essa potuto venire accresciuta intanto che nè il traffico nè l'industria aveano avuto giammai stimolo, soccorso od impulso veruno? Le genti pie e di austere massime non entravano nel palazzo del vicerè senza provare un certo quale segreto raccappriccio; chè di bocca in bocca correano novelle di donne sedotte, di zitelle a forza stuprate, di mariti o di padri maltrattati od anche uccisi. Le incestuose tresche della famiglia de' Buonapartidi parevano constatate. Gli stessi sollazzi con cui il vicerè argomentavasi di trarre alla sua una parte del popolo, a male volgeano per lui. Andavano subito fuori le voci: che in un tal ballo in maschera erano comparse vestimenta indecenti; che in una partita di caccia una coppia notoriamente adultera era per più ore scomparsa, e al suo ritorno era stata con istomachevoli acclamazioni salutata.

The book keeps going

Keep reading, and see it illustrated

Reading is free forever. Sign up and watch scenes appear while you read.

Illustrated scene from Pride and PrejudiceIllustrated scene from Alice's Adventures in WonderlandIllustrated scene from The Adventures of Sherlock Holmes

Scenes Storieta drew for other classics.

New illustrated classics

A new classic, drawn, in your inbox.

Once or twice a month: the latest books to get full character casts, scene art, and free comic editions. No account needed.