Milano, Tipografia degli Operai (Società cooperativa).
Limpido raggio sulla bassa marea de' tempi che volgono, ricompare Mentana, di Ernesto Pozzi.
Il libro è piccolo di mole, ma grande per le memorie che suscita, per le simpatie che inspira, pei ricordi che evoca. Alla narrazione appassionata di Ernesto Pozzi, l'arte ha voluto aggiungere, colla patriottica matita di Sebastiano De Albertis, l'Orazio Vernet della nuova Italia, una nota calda e generosa. La penna, il pennello e la spada si sono stretti in un abbraccio ineffabile. Il volontario di Milazzo, di Mentana e di Digione ha scritto. Il soldato delle Cinque Giornate, della campagna 1848, di Varese, S. Fermo, 1859, e di Bezzecca nel 1866, ha disegnato. Due generazioni si sono alleate per questo volumetto, che a noi, sul tramonto, rammenta un'ora entusiastica della giovinezza perduta, e che ai venturi, pei quali la storia d'Italia sarà un culto, insegnerà quanta virtù di cuore e di braccio animò e condusse i maggiori alle battaglie di popolo.
Bisogna risalire a quei dì. I «calcoli» di Napoleone III davan legge all'Europa. Il mondo politico si curvava tremante ed adorante innanzi all'uretra imperiale. Il bollettino del sommo clinico Nelaton, medico dell'imperatore, regolava il corso delle faccende di quaggiù.
Ma Garibaldi non era un uomo di quaggiù. Bello e sublime arcangelo della rivoluzione, il soldato dei Due Mondi, aveva, nel deserto delle speranze d'Italia asservita al secondo impero, elevato il grido di Roma o morte! E tutto un popolo dietro lui si mise: e dalla gioventù universitaria, dalle officine, dai campi, dal commercio, dalle schiere volontarie del 1860 e del 1866 proruppe, eco formidabile, il plebiscito degli italiani, che gli si stringevano intorno, anelanti a consacrare nella eterna Roma il nuovo patto della patria una e redenta.
Invano la diplomazia tentò sbarrare la via alla crociata garibaldina. Invano il Governo, esitante, incerto, pauroso, s'argomentò di frenare tanto impeto. Invano Rattazzi, sulle prime trascinato nel movimento, procurò poi resistere, sicchè, travolto da quella audacia portentosa, dovette ritirarsi. Invano la reazione, capitanata dal nuovo ministero Menabrea, ubbidì al cenno delle Tuileries con dichiarare fuori della legge i combattenti nell'Agro romano. Invano allo jamais di Rouher rispose la fratricida frase di Failly: «_les chassepôts ont fait merveilles_». Invano l'augusta parola dell'eletto dai plebisciti fu provocata dalla reazione per demolire l'impresa. Invano l'ultra-montanismo francese mandò i battaglioni di Magenta e di Solferino a rinforzare i reggimenti pontificii. Invano stettero mille contro dieci. Invano, deserti d'ogni ausilio, i volontarii furono schiacciati e costretti a rifare in ritirata la strada maledetta di Passo Corese.
L'affermazione del diritto nazionale non è soppressa dalle catastrofi. La coscienza d'un popolo non è menomata dalle disfatte. Succede per essa ciò che successe al mitologico Anteo, soffocato dalle braccia di Ercole. Toccando il suolo riprende virtù e gagliardìa rinnovate.
Così fu, così è di Montana. Quel sacrificio ritemprò le fibre rilassate. Quel sangue fece rigermogliare il simbolico albero della speranza. Quell'olocausto--disse Giuseppe Ferrari--fu una necessità storica. Ma una necessità feconda. Infatti il cannone che nel 1870 aprì la breccia fra Porta Salara e Porta Pia, era stato tre anni prima caricato sui tragici colli dell'antica Nomento dalla mano dei martiri nostri.
Oggi, qui, di Mentana ci riparla il volontario di quel dì: Ernesto Pozzi: nome caro alla giovane democrazia dei tempi nostri, quando c'erano ancora dei giovani pel quali la fede nella nuova Italia era segnacolo in vessillo. Il buono e bravo Ernesto Pozzi, oggi avvocato grigio e posato, ma allora florido, fresco, instancabile, insurrezionale perpetuo dell'università; e che col suo fare da inspirato e la sua testa fatale, tra l'una e l'altra lezione di diritto, se ne andava col bastoncino fra mani ed un eterno flore nel nastrino del cappello ad inscriversi fra i partenti, appena odor lontano di polvere garibaldina sentivasi per l'aria.
Ernesto Pozzi è tutto quel che di più brianzuolo ci sia e ci tenga ad esserlo. Nato ad Acquate il 9 luglio 1843--il paesello del favoleggiato Don Abbondio negli ammirabili _Promessi Sposi_--era spiegabile che i suoi volessero farne fuori un successore al tremebondo curato manzoniano. Però fra le mura del seminario di S. Pietro in Barlassina il piccolo Ernesto non trovò la vocazione pel santuario; sicchè, compiutivi i primi studii, spogliò la veste talare e le brache corte, ed il liceo Beccaria di Milano ebbelo fra i suoi più vivaci e più svegliati scolari. Ma nel 1860 c'era ben altro da fare che studiare filosofia. Ed Ernesto mise sotto chiave i sillogismi e se ne andò in Sicilia colla seconda spedizione, che ebbe nome dal generale Medici. L'età immatura avevalo fatto respingere dai ruoli dei Mille. Ritornato, dopo la campagna, riprese gli studî interrotti, e nomade cultor delle Pandette, seguì i corsi legali a Torino, a Genova, a Pisa, dove si laureò. Su pei greppi del Trentino, nel 1866, a Mentana nel 1867--imperando il reazionario gabinetto Menabrea--fu, per le sue idee politiche molto accese, messo, con altri patrioti, all'ombra, nelle carceri genovesi. Ne uscì, dopo un'ordinanza di non luogo a procedere, tre mesi appresso: e più tardi, le peripezie di quel processo e di quella prigionia, egli descrisse nella sua: Estate in Sant'Andrea. Nell'ottobre del 1870 partecipò alla campagna di Francia come capitano; e dopo la battaglia di Pranthoy fu promosso al grado di capo squadrone di stato maggiore.
Ora Ernesto Pozzi vive a Lecco. Da undici anni è consigliere provinciale a Como; nelle elezioni politiche fu quattro volte candidato radicale con migliaia di voti nel suo collegio; e se non lo si elesse, si fu pei suoi principî schiettamente repubblicani.
Ecco le principali sue pubblicazioni: Storia e letteratura, con altri scritti; I martiri del 1866 e il maggiore Lombardi; Una corsa per l'Europa; La contessa e il banchiere; Un'estate in Sant'Andrea; Biografie e paesaggi; La libertà combattuta; Scaramuccie; Mentana e il dito di Dio, ecc., ecc.
Su queste opere del ferace ingegno di Ernesto Pozzi, la Bio-Bibliografia generale italiana del prof. Paolo Zincada, pubblicata l'anno scorso, raccoglie alcuni giudizi della critica. Per esempio: la Storia e letteratura fu da Giulio Uberti, il poeta civile, giudicata con somma lode; sulla Contessa e il banchiere e sull'_Estate in Sant'Andrea_, Francesco Domenico Guerrazzi scrisse all'autore lettere lusinghiere, e le Biografie e paesaggi e la Corsa per l'Europa riscossero gli elogi di Luigi Settembrini. La Libertà combattuta ebbe la fortuna di quattro edizioni, e alle Scaramuccie stese la prefazione Filippo Turati.
Inoltre Antonio Ghislanzoni, il solitario di Caprino Bergamasco, nel terzo volume de' suoi bellissimi _Capricci_--dedicato al Pozzi--riproduce, rettifica e completa il cenno biografico del Dizionario contemporaneo di A. De Gubernatis. E senza parlare dello splendido epistolario di scrittori e di patrioti illustri, gelosamente custodito da Ernesto Pozzi, già redattore dell'_Unità Italiana_, in tempi grossi, quando un tratto di penna democraticamente libera conduceva dritto dritto nella solitudine del carcere politico.
Ecco chi è l'avvocato Ernesto Pozzi, che dà qui alle stampe la seconda edizione del suo Mentana. Edizione aumentata e corretta, e per la quale l'antico Goliardo garibaldino afferma un'altra volta la immutabilità della sua fede e della sua scuola: la prima popolarizzata dall'indelebile carattere mazziniano: la seconda inspirata alle più incrollabili convinzioni del bello, forte e gentile classicismo nostrano.
Leggete, leggete, o giovani, questi appunti scritti fra un colpo e l'altro di fucile. È roba di casa, roba del nostro tempo ed italianamente sentita, pensata e scritta. Assorgete, o giovani, con essa e per essa, agli ideali altissimi della patria e dell'umanità--nè vi sia grave questo prologo breve che l'amicizia lunga ed antica ha inspirato, ma che la più patente verità delle cose giustifica e consacra.
Milano, 18 ottobre 1888.
F. GIARELLI.
[Monumento in piazza Mentana a Milano.]
Come stavano le cose.
La breve escursione militare del 1867 nell'Agro romano colle varie scaramuccie, l'assalto e la presa di un castello, un'ecatombe di eroi ed una sanguinosa battaglia campale merita posto tra i più belli e brillanti fatti d'armi dei volontari campioni della Unità d'Italia.
L'attacco contro gli ultimi possessi temporali del papa, ridotti per gran parte a palude, s'iniziò su parecchi punti per sgomentare il governo pontificio e sparpagliandone le forze verso i confini rendere possibile l'insurrezione in Roma, entro la quale, con permanente pericolo della testa, stavano per inspirarla e poscia capitanarla Luigi Castellazzo, il poeta di Tito Vezio, Francesco Cucchi e Giuseppe Guerzoni, che con Alberto e Jessie Mario fu poi lo storico dì Garibaldi.
Questi, Deus ex machina, doveva raccogliere il più grosso nerbo di truppe, accorrere in decisivo aiuto della rivolta e restituire il cuore alla patria colla grande città di Camillo e di Scipione.
Allora in Italia, omettendo gli austriacanti e i cortigiani o masnadieri dei principi decaduti, esistevano due partiti: il moderato e quello d'azione. Il primo come il leone della favola reclamava le prede e accettava gli utili fatti compiuti colla scusa del proverbio fiorentino, che cosa fatta capo ha; riveriva come tutore e patrono Napoleone III che ingannava e tradiva gli Italiani al pari dei Polacchi, e d'accordo coi neo-guelfi aveva colla cruenta convenzione del 15 settembre 1864 implicitamente rinunciato alla nostra capitale.
Il partito d'azione o dei frementi, audace e circondato di prestigio per le splendide glorie e le memorabili sciagure del 1833, del 1844, del 1848, del 1849, del 1853, del 1857, del 1859, del 1860, del 1862, del 1864 e del 1866, voleva ad ogni costo l'Italia riacquistata da valore italiano, detestava il sire usurpatore del Due Dicembre e contro ogni costui trama e prepotenza imponeva e tentava la liberazione dei sette colli, da dove soltanto riteneva potersi parlare all'Italia intiera.
E la lotta dei due partiti non era mica platonica, accademica o di semplici opinioni tranquillamente manifestate. Napoleone nel 1862 ordinava alla sua flotta nel Mediterraneo di colare a fondo Garibaldi se lo incontrava in mare; in Parlamento i trentatrè della sinistra storica con Crispi, Guerrazzi, Brofferio, Cairoli, Bertani, Nicotera, Macchi pugnavano gladiatoriamente colle valanghe di destra e centro; Bertani rimaneva impassibile come Ajace a sfida contro ministri e maggioranza, accusati di violazione del segreto delle lettere, che spaventosamente gli urlavano in faccia; Garibaldi veniva pigliato a fucilate, ferito e rinchiuso nel bagno penale del Varignano; si teneva ferma la condanna di esilio e di morte sul capo di Mazzini o si tentava troncargli i nervi con corrispondenze ed abboccamenti col re; perquisizioni, arresti, prigione, sequestri, processi, calunnie erano le armi dei moderati contro i prodi che nutrivano e riscaldavano il sentimento italiano.