Storieta
English
Save & sign up

About this book

Il volume è un’opera di storia sociale che raccoglie, sotto la guida di Giuseppe Pitrè, una serie di studi e documenti inediti sul Palermo del XVIII secolo. L’indice si apre con una prefazione che spiega l’intento dell’autore: fissare la vita pubblica e privata delle varie classi sociali nell’ultimo ventennio del secolo, prima che le trasformazioni politiche e culturali ne cancellassero i segni. Segue una dettagliata enumerazione di temi – dallo stato politico ed economico della Sicilia alle pratiche quotidiane di mercato, dai costumi femminili alle attività ludiche, dalle istituzioni giudiziarie alle relazioni con i viaggiatori stranieri – tutti sostenuti da fonti archivistiche, diari e testimonianze contemporanee. Il testo si presenta come una raccolta di capitoli numerati, ognuno dedicato a un aspetto specifico della vita palermitana, con note a piè di pagina che arricchiscono la narrazione senza appesantirla.

La scrittura di Pitrè è erudita ma vivace, mescolando descrizioni dettagliate a commenti critici tipici della fine del XIX secolo. Il tono è quello di un ricercatore appassionato, capace di rendere accessibili anche i più minuti particolari della vita quotidiana, dal mercato delle osterie alle mode dei parrucchieri. Chi è interessato alla storia delle istituzioni, alle tradizioni popolari siciliane o al contesto urbano di una capitale mediterranea troverà questo volume particolarmente stimolante; è ideale per studiosi, appassionati di storia locale e lettori curiosi di scoprire come la Palermo del Settecento si differenziasse da quella moderna.

The opening · free to read

Prefazione

Sorprendere e fissare, prima che cominciasse a trasformarsi, la vita pubblica e privata delle varie classi sociali nell'antica Capitale dell'Isola, nell'ultimo ventennio del Settecento: ecco lo scopo del presente lavoro.

Quella vita, così diversa dall'attuale, è in certe sue esteriorità, per chi non se ne sia occupato di proposito, poco o punto nota: ed è tale, non tanto pel comune preconcetto che la storia contemporanea sia familiare a tutti, quanto perchè da molti si confonde la storia scritta dei principali e più clamorosi avvenimenti con la vita, da scriversi, del popolo in mezzo al quale gli avvenimenti si sono svolti.

I costumi, le consuetudini e le istituzioni nel periodo illustrato in questo libro sono d'una importanza che ha pochi riscontri nella storia generale di Sicilia. Perchè, se, per esempio, il quattrocento ha grande somiglianza o analogia col cinquecento e questo col seicento, in quanto inalterato rimaneva sempre l'ordinamento politico e civile, e con esso le condizioni fisiche, morali e religiose, il settecento invece non ha nulla che lo ravvicini all'ottocento. I due secoli divide un abisso, in fondo al quale è facile scoprire che non cento ma quattro, cinquecent'anni ha corsi la Sicilia dagli ultimi decennii di quel secolo all'ultimo del seguente. Ciò che il 1789 ed il 1793 lasciarono intatto tra noi, solo per lenta, impercettibile evoluzione di tempi e di uomini si venne modificando, e potè del tutto mutarsi pei rivolgimenti politici, che principiarono dalla sapiente rinunzia (imposta, peraltro, dall'incalzare degli eventi) dei Baroni ai diritti feudali nel 1812; e finirono ai moti siciliani del 1860; onde più tardi le nuove idee e riforme sociali.

Come e per quali espedienti abbia io potuto dettare questo Palermo, parrà solo in parte dalle citazioni a piè di pagina. Dico «in parte», perchè esse son le poche indispensabili a confortare le notizie da me accennate. Se tutto quel che dico avessi dovuto documentare, le note avrebbero affogato il testo, ed io avrei scritto non già un libro pel gran pubblico, che cerca fatti in forma spigliata, ma un'opera per più ristretto cerchio di persone.

Atti, Provviste, Bandi del Senato Palermitano nell'Archivio del Comune, documenti svariati nell'Archivio di Stato, registri ed elenchi nella Congregazione dei Bianchi ed in alcuni Reclusori, carte e manoscritti d'ogni genere, e soprattutto diari non mai fin qui posti in luce (per non citare se non le cose inedite) del Torremuzza, del D'Angelo, del Camastra, e dell'inesauribile Villabianca[1] son le fonti alle quali ho largamente attinto. Da questo, le moltissime vicende, ed i fatti, per certi argomenti, nuovi, che io son riuscito a mettere insieme. Ma il soffio della vita del momento, non avvertito, perchè ordinario ed abituale, dalla vigile Polizia, dal provvido Senato, dal severo Governo, dai diligenti diaristi, io non ho potuto altrimenti raccogliere che tenendo dietro ai forestieri venuti tra noi. Le loro impressioni nessuno fin qui mise a profitto nello studio dei costumi e delle condizioni della civiltà nel secolo XVIII, nonostante che un illustre storico lo avesse autorevolmente raccomandato[2].

[1] A ben giudicare dell'immenso Diario Palermitano di quest'ultimo, giova sapere che la parte finora stampata nella Biblioteca del Di Marzo giunge solo all'anno 1784, e che i 17 anni rimanenti, fino al 1801, vigilia della morte dell'Autore sono compresi in ponderosi volumi mss. di ben 6584 pagine in-folio, che io ho spogliati al pari di centinaia d'altri volumi, egualmente manoscritti, dell'antico prezioso Archivio del Senato di Palermo.

[2] I. La Lumia, Viaggiatori stranieri in Sicilia nel sec. XVIII: in «Rivista Sicula», a. III, v. VI, pp. 20-39. Palermo, Luglio 1871.

I trenta e più viaggi dell'ultimo terzo del settecento, distribuiti in meglio che cinquanta volumi pubblicati all'estero e non sempre reperibili, contengono preziose e quasi tutte sicure notizie di costumanze, pratiche, scene, qua e là vedute e udite da uomini colti, i quali da curiosità mossi, con gravi disagi, ingenti spese, pericoli immensi erano venuti a visitare un paese tagliato fuori del consorzio d'Europa, e rappresentato come l'ultima Tule. Qui essi non compievano inchieste in una sola settimana, come oggi purtroppo usa, correndo, volando con la vaporiera da Messina a Taormina, a Catania, a Siracusa, a Palermo, e viceversa, facendo escursioni a Girgenti, a Segesta, a Selinunte, ed interrogando i primi sfaccendati che s'incontrino nella piazza, o i primi malcontenti d'una amministrazione comunale del giorno. Essi invece si fermavano mesi e mesi girando, visitando attentamente ogni cosa, in portantina, su muli, a piedi, e patendo sovente il digiuno, il freddo, lo scirocco e gli inenarrabili supplizi delle osterie e dei fondachi.

E però non fu solo Goethe colui che, è stato detto, scoperse la Sicilia ai Tedeschi. Le sue lettere del 1787 non videro la luce prima del 1817[3]; e le dolci carezze tra le quali egli durante la primavera di quell'anno si cullò nella città mollemente adagiantesi ai piedi del Pellegrino, rimasero lungamente ignote. Prima e dopo di lui, durante cinque, sei lustri, percorsero, descrissero la Sicilia -- Palermo soprattutto -- i suoi connazionali Riedesel, Salis Marschlins, Stolberg, Reith, Hager[4], e quel Bartels, che, tanto ingiustamente da tutti dimenticato, ha il maggior diritto alla considerazione di ogni buon siciliano. La percorsero il danese Münter ed il viennese de Mayer e, prima di Swinburne, l'inglese Brydone, che del suo soggiorno tra noi offriva il primo modello di viaggio nell'isola con intendimenti moderni. Il suo Tour ebbe una dozzina di edizioni, versioni e riduzioni[5], nonostante il controllo che volle farne il Conte de Borch.

[3] Italiänische Reise, Stuttgart und Tübingen, 1816-1817.

[4] [Nell'errata corrige in fondo al secondo volume l'A. avvertì che «Hager, oriundo tedesco, era milanese»].

[5] Vedi D'Ancona, Saggio di una Bibliografia di viaggi, che segue alla edizione del Viaggio in Italia di M. de Montaigne, p. 582, e la mia Bibliografia delle tradizioni popolari in Italia, nn. 3651-3661.

Nè ciò è bastevole: oltre le cose non originalmente descritte da Audot e da de la Porte, i francesi de la Platière, Houel, de Saint-Non, de Non, Derveil, Sonnini, d'Espinchal, e gl'italiani Onorato Caetani, E. Q. Visconti e Rezzonico, assai cose descrissero delle molte che videro, e videro quelle che i siciliani non guardavano, come vecchie e non degnate di attenzione.

A tutti questi viaggi io ho avuto la fortuna e la pazienza di far capo con insperato frutto; e le affermazioni di essi ho potuto controllare, corroborare e compiere con testimonianze d'altro genere: quelle dei poeti contemporanei.

Giovanni Meli, cui vieti pregiudizi d'oltremonte non ha fatto mai spassionatamente guardare in uno dei principali suoi aspetti, è il primo gran pittore morale dell'età sua. Nessuno più coraggiosamente, più argutamente di lui rilevò il guasto dell'ambiente e della società d'allora; nessuno fu più realista del Meli, cui, solo nel 1874, nella sua patria nativa, presso alla cattedra nella quale il simpatico poeta insegnò, un improvvisato professore d'Università dovea con audacia senza limite battezzare «arcade di buona fede!».

Se io sia riuscito a ricostruire nelle multiformi sue manifestazioni la vita di Palermo nei giorni del suo vero o fittizio splendore, quando questa vita per ineluttabile necessità di eventi si disponeva a cangiamenti radicali, giudicheranno coloro che vorranno seguirmi nella rassegna, forse apparentemente severa, ma sostanzialmente spregiudicata, di ciò che facevano, di ciò che pensavano, di ciò che volevano i nostri bisnonni.

Chi ha visto con quanto ardore e con quanta coscienza io mi sia preparato per conoscere appieno ed intimamente questo passato, mi terrà conto, se non altro, del buon volere e del mio culto per le memorie storiche della Sicilia.

G. Pitrè.

Palermo, 10 Febbraio 1904.

Capitolo I.

STATO POLITICO ED ECONOMICO DELLA SICILIA NELLA SECONDA METÀ DEL SETTECENTO.

Chiamato al trono di Spagna Carlo III, la doppia corona di Napoli e di Sicilia passava al minorenne figliuolo di lui, Ferdinando[6]. Le riforme iniziate dal sapientissimo Principe venivano proseguite e fecondate dall'accorto Ministro Tanucci, educato ai principî di Montesquieu e di Hume: e l'Isola avviavasi ad altre riforme economiche, civili, sociali per quanto lo consentissero i tempi, a grandi novità poco disposti e pieghevoli.

[6] Anno 1759.

La lieve scossa recata alla istruzione pubblica dalla espulsione dei Gesuiti (1767) veniva riparata dal savio provvedimento che assegnava il cospicuo patrimonio della Compagnia alla beneficenza, agli studî ed alle scuole che dappertutto si aprivano. Ustica e Pantelleria, approdo temuto di barbareschi, si venivano colonizzando. Le imposte, già lasciate alla capricciosa violenza di avidi appaltatori, passavano al Governo, che men dura dovea renderne la riscossione. Si abbandonava il monopolio dei grani e del tabacco; ed intanto che miglioravasi il Monte di Pietà, si volgeva l'animo alla censuazione dei beni comunali; e, per quelli della chiesa richiamavasi la legge dell'_ammortizzazione_ di Federico II lo Svevo: richiamo seguìto, a breve distanza, dal divieto ai chierici di farsi agenti nei tribunali.

L'abolizione del S. Uffizio riempiva di gioia anche gli stessi ecclesiastici.

L'opera di rinnovamento progrediva rimediando a vecchie ingiustizie.

Dignità e titoli, sotto il dominio spagnuolo smisuratamente cresciuti nel ceto nobile, si trovavan di fronte al ceto medio, che guadagnava in diritti civili assurgendo a dignità non prima raggiunta. Molte disuguaglianze e prerogative alla medio evo cadevano in oblio; e la libertà e la indipendenza personale gradatamente si affermavano. Ai vassalli, numeri senza personalità, senza ordine, senza grado, concedevasi facoltà di lavorare fuori del territorio del signore: concessione addirittura rivoluzionaria in un tempo in cui nessuno di essi potea, senza permissione del Barone, trasportare da un luogo all'altro il proprio prodotto, nessuno allontanarsi dalla sua residenza[7]. Toglievasi per tal modo vigore a certi diritti angarici e contrattazioni di servigio, traducentisi, quelli in monopolî commerciali, queste in servitù personale. In altri termini, se il feudalesimo vigeva, gli abusi ne erano in gran parte aboliti, e la capacità giuridica delle persone rimaneva appena limitata dai vincoli che tuttavia inceppavano gli agricoltori nelle terre feudali, e che in ogni occasione venivan prescritti o almeno mitigati[8].

[7] La Mantia, Storia della Legislazione civile e criminale di Sicilia, v. II, p. I, cap. II, p. 116. Palermo, 1874.

[8] Palmeri, Saggio storico e politico sulla Costituzione del Regno di Sicilia infino al 1816, cap. V, p. 57. Palermo, 1848. -- Gregorio, Considerazioni sopra la Storia di Sicilia, v. I. Palermo, 1861.

Intanto che promoveasi la costruzione di legni nell'Arsenale di Palermo[9], si deliberava quella di otto grandi strade rotabili per oltre 700 chilometri (1778), ma il voto dovea attender dell'altro il suo compimento.

The book keeps going

Keep reading, and see it illustrated

Reading is free forever. Sign up and watch scenes appear while you read.

Illustrated scene from Alice's Adventures in WonderlandIllustrated scene from The Adventures of Sherlock HolmesIllustrated scene from Frankenstein

Scenes Storieta drew for other classics.

New illustrated classics

A new classic, drawn, in your inbox.

Once or twice a month: the latest books to get full character casts, scene art, and free comic editions. No account needed.