Storieta
English
Save & sign up

The opening · free to read

Caro Bariè,

Casola Valsenio 17 dicembre 1881.

Ho finito or ora il libro, e riprendo la penna per dedicartelo. Quando, fra qualche mese o qualche anno sarà stampato, chissà quali avventure, sorprendendo le nostre vite e divertendone la direzione apparente, potrebbero impedirmi di farlo. Forse la malinconia che c'invade, allorchè l'opera ancora tiepida della nostra mano, separandosi improvvisamente da noi, ci abbandona come un emigrante mal in arnese, il quale salpi verso ignote miserie, è uno dei sentimenti più amari ed inesprimibili. La generazione ideale, poichè più alta nella vita della generazione animale, è quasi sempre più lunga, sempre più dolorosa; quindi se il bambino prosegue quasi nella esistenza del padre, e sviluppandone i disegni, che la trascendono, vi si incorpora, il libro appena nato si contrappone all'autore con una personalità già perfetta ed indipendente. E, mentre quello sembra colla prova della nostra virilità darci l'altra di una nuova ricchezza, questo ci lascia nella lassitudine dell'esaurimento un senso più vivo della nostra debolezza. Che egli muoia prima di noi o ci sopravviva, e la sua fortuna sia come quella di un avventuriero, il quale diventa imperatore o portinaio; che egli passi fra la gente come un'apparizione di bellezza e di gloria, ovvero come un accattone, il quale mendica un'occhiata e riceve un sogghigno; che le sue mille edizioni, o le sue mille copie lo diffondano attraverso tutti i climi, al disopra dei monti e al di là dei mari, ovvero avvizziscano nell'ombra muffosa di un magazzino di libreria per finire sui banchi del commercio, come certi miserabili finiscono sul banco delle assise, non ci appartiene più e non ci conosce. Sarà forse ricevuto colla più nobile accoglienza dove nulla al mondo potrebbe decidere quelle stesse persone a riceverci; discenderà fin dove, per quanto intrepidi nella curiosità ed ottusi nel senso, non consentiremmo giammai a discendere: libero come un trovatello non sentirà nè riconoscenza, nè ingratitudine: avrà una patria ed una lingua, una civiltà ed un popolo, ma come molti trovatelli, i quali ripetono la sciagura donde nacquero, se avrà figli, saranno bastardi.

Il sentimento melanconico di cotesto abbandono ha probabilmente generato fino dalla antichità la prefazione, questa parola di rimpianto e di amore, che quasi tutti gli deponiamo sulla fronte, come l'ultimo bacio per una partenza senza ritorno. E mentre egli si smarrisce nella lontananza infinita dei casi, noi torniamo a rincantucciarci nel nostro angolo, e se pensiamo ancora a lui in qualche ora di tristezza, o ci voltiamo talvolta di soprassalto udendo pronunciare il suo nome; quando passarono molti anni incontrandoci su qualche tavolo straniero, o la sua idea parandocisi innanzi al pensiero come la prima volta che l'amammo e fu nostra, stentiamo forse a riconoscerla, come molte delle donne, che ci parvero belle un giorno e che credemmo di amare.

Già Pascal lo ha scritto da due secoli, che volendo giudicare l'opera propria, appena fatta è troppo presto, dopo è troppo tardi: prima vi siamo ancora dentro, dopo non possiamo più rientrarvi; laonde val meglio seguire l'andazzo dei padri, che fatti i figli, lasciano a loro medesimi la cura di vivere, e forse danno così alla società i suoi più robusti individui. Perchè dunque vi è ancora chi scrive libri? Sono il bisogno di un'espansione individuale, o l'espressione di un bisogno collettivo? Se belli, forse l'uno e l'altro; se brutti, forse egualmente ancora; ma infermi nati di una malattia saranno le più miserabili creature fra i viventi, non avranno nemmeno la pietà, che consacra i deboli, la guerra, che inorgoglisce i tristi.

E mentre nella solitudine del mio castellaccio, in mezzo a campi coltivati da migliaia di anni, circondato dalle forme embrionali di una civiltà, alla quale molte altre contribuirono, fra gente di contado e di villa, e i giornali che recano la sera le notizie del mondo, e i mercanti che il venerdì vi conducono la retroguardia dei suoi infiniti interessi, mi isolo qualche mese e scrivo un libro; tu, spirito fine e gentile, nato per vivere fra pareti rivestite di arazzi e respirare l'aria profumata delle serre, sei lontano, nella antica Chersoneso. Il vento, che ti arriva dalle lande superiori, è carico di indefinibili sentori: le montagne, che laggiù asserragliano l'orizzonte, sono forse del Caucaso, e hanno dato il nome alla nostra razza; la terra, che mediti riabbellire coltivandola, fu già coltivata dai greci, che vi mandarono le prime colonie, per cingere tutti i seni del Mediterraneo colla passamanteria delicata della loro civiltà. Intorno a te la pianura ha l'ondulazione sconfinata di un mare: gli alberi, la vegetazione tozza o sregolata di una natura, che l'uomo non ha ancora epurato o contenuto; il primo grano, che ti sei seminato fra i piedi, agiterà le spiche all'altezza della tua testa fra sei mesi; i puledri, che già accorrono al suono della tua voce di padrone, discendono da quei cavalli arabi, che portarono trionfalmente per tutta l'Asia e fin dentro i confini dell'Europa la religione voluttuosa ed austera del grande Maometto. Il paesaggio, che circoscrive il tuo pensiero e contorna i tuoi sogni, è quello stesso di tremila anni fa, quando i Greci vi discesero esuli di una vita, che il pensiero rendeva già troppo grave, per rituffarsi nella natura, e rifiorirvi nella sua eterna giovinezza.

Al pari di te avevano una fantasia popolata di statue, l'intelletto carico come una trireme, il cuore educato da grandi sentimenti e spossato da grandi passioni. Dotati di un genio indefettibile ripeterono la Grecia su quei lidi, coprirono il mare di barche, le sponde di templi, la terra di olivi e di viti; l'arte innamorata di loro non volle abbandonarli, e decorò tutte le loro opere: la filosofia, che avevano fuggita come un etèra di malvagie influenze, ma di seduzioni irresistibili, venne a cercarli nell'esilio, e si assise nobilmente superba, severamente ciarliera in mezzo ai loro circoli. Poi i Romani, che avevano sconfitto gli ultimi Etoli, passarono per quei remoti sobborghi di Atene, come un'orda brutale che distruggendo disciplinava, e il sorriso, che l'uomo aveva dato alla natura sulle spiaggie dell'Eusino, disparve. Più tardi un poeta innamorato ed infelice vi ramingò condannato dall'ira di un imperatore e dalla civetteria di una principessa; più tardi ancora, i Romani diventati Greci un'ora prima di morire, abbandonarono la loro terribile città conquistatrice per venire sull'Ellesponto, che i primi Greci avevano sentito così bello, e spirarvi mollemente in una musica di profumi e di colori, di parole e di baci. Quindi dall'Asia, che Milziade aveva respinto, ed Alessandro invaso per il primo, ruppe un'onda incontenibile di cavalli e di bandiere; la luna parve discesa dal cielo e procedere tremenda alla loro testa: il grido delle battaglie echeggiò oltre Roma fino a Tule, oltre Babilonia fino a Pechino; il fumo degli incendi si disciolse in pioggia fino sulle steppe della Mongolia e sulle dune della Brittania. Poi un immenso baleno, bianco come quello di una scimitarra, albeggiò sulla cupola di Santa Sofia, quando la mezzaluna vi si rizzò nella sua fredda gloria di pianeta, e la croce disparve dalle costellazioni di quel cielo così azzurro.

Chersoneso era una baia, la Grecia una penisola; la prima era stata dimenticata, la seconda era appena un ricordo.

Ma oltre quelle sponde, che i Greci avevano benedette della loro presenza, e alle quali il mare diceva le novelle di tutte le altre terre, si stendevano solitudini più grandi di tutti quegli avvenimenti, più terribili allo sguardo che non tutte quelle tragedie al pensiero. La fama raccontava di montagne, che la neve vi aveva alzate e che il ghiaccio vi aveva rese eterne; qualche volta in un rombo lontano lontano sembrava di ascoltare fracasso di fiumi, lunghi come una vita e vasti come un pelago; talora un cavaliere, in costume irreconoscibile, si affacciava al confine della landa come un'apparizione misteriosa, gettava uno sguardo su quel mondo già vecchio due volte, e spariva in un turbine di vento con un galoppo fantastico. Quel cavaliere, cui l'immaginazione trepidante dava il nome di Sarmata, era l'avvenire, e adesso è il presente. Il Sarmata si chiama Russo; ha sconfitto l'altro ieri l'ultimo Cesare romano, che gli aveva mosso contro da Parigi, e si è fermato ieri per la seconda volta sotto le mure di Bisanzio: egli è l'ultimo vincitore nella storia dell'Europa, l'ultimo impero nella geografia dell'Occidente.

Sgraziato come tutti i colossi e senza verginità di adolescenza come tutti i mostri, egli è passato dalla infanzia alla virilità, dalla crudeltà della selvatichezza alla ferocia della civiltà. Privo di tradizione e quindi di ideale, la sua unità è un'agglomerazione, la sua vita un istinto, la sua forma un embrione, la sua potenza una massa, la sua difesa la natura, la sua ricchezza gli viene dalla atonia di ogni sentimento e dalla brutalità di ogni bisogno. A volta a volta nomade e contadino come l'arabo, il cielo gli negò coll'azzurro la bontà del cuore, il sole non gli accese coi raggi la generosità nel pensiero: quindi il freddo, che restringe tutti i pori, gli racchiuse per sempre l'egoismo nell'anima, e la neve, che confonde tutte le fisonomie, gli intorbidò le forme dell'intelletto. L'uniformità della natura pesò sulla sua società: i gruppi umani apparvero disseminati nel suo impero come i gruppi degli alberi per le sue steppe, poi come gli uccelli unirono gli alberi col loro volo di landa in landa, i cavalli congiunsero gli uomini colle loro corse di provincia in provincia; e lontano, al di là degli occhi, al disopra del pensiero, come una montagna dalla vetta invisibile, il trono e l'altare furono una visione bianca e fredda, terrifica ed incompresa. Dalla sua cima la legge ruinò e si distese come un vento, che inclina tutte le piante e rugge agli angoli di tutti i tetti; sulla sua cima lo czar, fantasma sublime ed ignoto, aperse la mano a benedire come un pontefice e la strinse per brandire la spada come un imperatore: e d'allora la croce di Ivano il Grande sfolgorò contro la luna falcata di Maometto secondo, e la lotta fra la costellazione e il pianeta ricominciò più violenta ed implacabile.

Prevalse la croce, giacchè se una bufera d'inverno può prostrare le forze della primavera, questa non potrà mai prevalere contro la rigidità dell'inverno. Il Nord è invincibile nella sua corazza di ghiaccio, ma sarà sempre torbido nella sua aureola di neve. Impero vasto forse più che il romano, esso è un oceano di terra, nel quale qualche grossa città pare un'isola e qualche bella provincia un arcipelago: come il romano, racchiude molti popoli, ma in questo diverso, non ha nè detrito di civiltà, avanzi di religione o macerie di storie, colle quali covare una nuova èra mondiale. Cresciuto ai confini della vera Europa potè, esercitando una specie di contrabbando sulla frontiera, impadronirsi di qualche idea, ma la sua è una cultura artificiale, e prima che il sole la schiuda naturalmente sulla sua immensa superficie, dovranno passare altri secoli, nè forse il sole vi sarà mai caldo abbastanza. Se Pascal ha avuto torto affermando che la giurisprudenza varia coi gradi del meridiano, Bukle ha avuto ragione constatando che la civiltà è soggetta alle leggi del calorico, e non può salire al disopra di un certo grado di latitudine. Nullameno un fermento, ancora mal giudicato, fa oggi gonfiare la crosta di questo impero, che la geografia misurando ha trovato quasi pari al chinese, sebbene la statistica sommando lo trovasse di tanto inferiore; si direbbe che i suoi frequenti terremoti siano una palpitazione di vulcani i quali rompendo fra poco il loro fragile coperchio, lanceranno fino al cielo una spuma di lava e di fiamma. Lo squilibrio, che la differenza di popolo nella differenza di clima deve arrecare alla regolarità delle sue funzioni, e l'antagonismo tra la forma feudale della sua gerarchia e la forma democratica della sua cultura; la sua stessa estensione, per la quale la volontà della legge si rilassa inevitabilmente come una corda troppo lunga, e l'altezza inaccessibile del trono, che diventa così il centro misterioso di tutta la sua vita, ma il mistero responsabile di tutte le contraddizioni: forse la miseria della minoranza più spirituale colata sopra la povertà della maggioranza quasi bruta, come una putrefazione di germi precoci sopra un marciume di germi serotini; e forse una sofferenza, alla quale occorreva la uniformità di un tale impero per diventare più forte di lui, essendovi egualmente uniforme, hanno prodotto questo fermento sotterraneo per tutta la Russia, i terremoti che subissano la reggia non potendo rovesciare il trono, i vulcani che avventano bombe invece di lapilli, e questa rivolta, nella quale i ribelli hanno la terribile ubiquità dei fantasmi, e il motto della quale è il più incomprensibile nella storia, e il più assurdo nella vita — NIKIL —. Forse Napoleone portando inconsciamente la rivoluzione francese in tutta la Europa per stabilirvi il proprio impero, ve ne lasciò la semenza in quella orribile ritirata, l'ultima epopea dell'Occidente, che ha trovato un pittore ed aspetta ancora un poeta: forse l'impero russo vi perirà, e dai suoi frammenti, come da quello dell'impero romano, nasceranno tante nazioni. Ma a rovescio dell'altro, che aveva i nemici alla periferia, esso li ha al centro; quelli erano barbari e questi sono civili; i primi portavano un sangue giovane ad un cervello esausto, ad un cuore caduco; i secondi infonderanno idee mature ad un cervello adolescente, ad un cuore quasi animale.

The book keeps going

Keep reading, and see it illustrated

Reading is free forever. Sign up and watch scenes appear while you read.

Illustrated scene from The Adventures of Sherlock HolmesIllustrated scene from FrankensteinIllustrated scene from The Great Gatsby

Scenes Storieta drew for other classics.

New illustrated classics

A new classic, drawn, in your inbox.

Once or twice a month: the latest books to get full character casts, scene art, and free comic editions. No account needed.