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Il Re Bello

— Sua Maestà la Regina attende.

Il conte Ercole Pagano Silf, gran Maresciallo di Birònia, dette queste parole rimase fermo nel mezzo della sala, sotto l'immensa scintillante lumiera veneziana, considerando la persona del Re.

Ludovico XII, Re di Birònia, alzatosi in piedi incominciò a camminare assalito da una palese agitazione, da un tremito nervoso. Andava e veniva davanti alla specchiera della consolle, acciuffandosi gli enormi baffi orizzontali, neri e ferrigni, fulminando sè stesso coi terribili occhi rotondi dilatati, inarcando le spalle, spingendo in avanti il petto robustissimo, aggiustandosi dipoi la giubba azzurra gallonata d'oro. — Come a vent'anni — pensava Ludovico XII — peggio assai che a vent'anni, io mi sento oggi più impaziente e imbarazzato di allora.

— Tutto è pronto? — chiese il Re.

— Tutto, Maestà.

— Fu pensato a tutto?

— A tutto.

Voleva Ludovico XII domandare se già la preghiera nella cappella Reale fosse incominciata ma non osava, non intendeva palesare di ammettere soverchia importanza a quel fatto soprannaturale, e non avrebbe voluto dopo rimproverarsene il torto. Era convinto che Dio, lo avrebbe meglio esaudito direttamente che per mezzo del prelato di corte, ma siccome altra volta ciò non era accaduto voleva che la formalità fosse adempiuta.

E il conte Ercole Pagano Silf, al quale nulla sfuggiva del pensiero del Sovrano, comprese.

— Monsignore vicario già da mezz'ora è genuflesso dinanzi all'altare acceso, dall'alba di stamane le Orsoline alzano al cielo la loro invocazione, Monsignora Superiora delle Clarisse fece eseguire il digiuno di preparazione, e nella cattedrale fu adempiuto il triduo solenne, al grido di tutte le vergini e le madri di Birònia.

— Andiamo — disse il Re interrompendolo bruscamente.

Il gran Maresciallo aprì la porta e, passato il Sovrano, lo seguì a capo basso per il lungo e deserto corridoio della Reggia.

Giunti ad una porta si fermò il Re, il gran Maresciallo l'aprì, entrò, e fattosi a un passo dalla soglia annunziò:

— Sua Maestà il Re.

Nel mezzo di quella camera tappezzata di seta azzurra a gigli d'argento, cadente di ampi ricchissimi cortinaggi, cordoni e galloni, sopra una chese longue, sorretta da innumerevoli cuscini la Regina Sofia Clementina di Birònia era distesa, cerea, quasi dormente. All'annunzio aprì gli occhi con quel terrore rassegnato ch'hanno i moribondi davanti al sacerdote che porge loro gli ultimi conforti per l'ignoto viaggio, e li richiuse quasi subito stancamente sopita.

Il conte Ercole Pagano Silf si ritirò, chiuse cautamente la porta, restò un momento a capo basso, si dette a girellare su e giù per il corridoio, e fermandosi davanti ad una finestra e levando in alto la testa e le braccia parve volesse dire: — Signore, esaudiscilo!

Ludovico XII Re di Birònia, Re assoluto, tipo straordinariamente forte di soldato, aveva da poco varcati i quarant'anni, e regnava da dodici sul trono di Birònia. Era adorato dal suo popolo che vedeva in lui degnamente e fedelmente rispecchiata secondo quella tradizione la grandezza, simbolica ormai, di Ludovico il Grande di Birònia che quattrocento anni prima aveva riunito il Regno, dichiaratane l'indipendenza, fissatane la costituzione.

Quando Ludovico XII passava fra le turbe riverenti e si volgeva da destra a sinistra coi tremendi baffi orizzontali e gli occhi sgranati, terribile, lanciando sguardi da sgherro d'operetta, le folle protese a capo chino e scoperto se ne sentivano invase beatamente e possedute tutte.

— Come gli è grande!

— Come Lui — ognuno diceva e pensava. — I baffi, gli occhi, la persona tutta!

— Come gli è Re!

— Che garbo da Sovrano!

— Quanta maestà!

Sarebbero stati tutti ben volentieri ventiquattro ore digiuni per offrire a lui un pranzo di gala, e si sarebbero sentiti tutti pieni, e se taluno avesse toccato un filo d'erba solo in Birònia non un cittadino sarebbe rimasto indietro d'un passo al suo Re per difenderlo.

Era il Regno della Birònia come una patriarcale famiglia.

Vicino alla figura fortissima del Re eravi quella della Regina, pallida e sofferente da varii anni per una nevrosi cardiaca che le si andava aggravando ogni dì, e la faceva rimanere sempre colla bocca aperta come i pesci.

Raramente essa poteva mostrarsi al popolo così malata com'era, ma quando nelle grandi solennità dello Stato vi era costretta e gli compariva boccheggiando e dolorosamente sopita, ognuno guardandola in espressione desolata e amorosa pareva supplicare: — Signore! Perchè, perchè non l'hai esaudita? Perchè l'hai voluta sì infelice?

S'era poco a poco addensata una nube sul limpido cielo di quel Regno, una nube che pareva oscurare dalla fronte del Re quella dell'ultimo cittadino.

E quando il Sovrano assorto nel pensiero divenuto fisso, dava un enorme pugno sulla tavola, quello che si chiamava in Birònia il pugno di Ludovico, e venivano a quel modo prese le decisioni supreme dello Stato, e il giudizio inappellabile del Re era pronunziato, non si poteva più dire ch'esso fosse divinamente puro, che un riflesso di quella nube ne turbava la serenità.

Il conte Ercole Pagano Silf, gran Maresciallo di Birònia, era il regolatore di quel pugno, e faceva colla sua parola, collo sguardo, coi suoi mezzi tutti a che il braccio del Monarca si movesse il più possibile in tempo, ed era riuscito, l'eminente uomo di Stato, a farglielo tenere su alzato per tre quarti d'ora interi e a fargli dare il pugno proprio nel momento giusto.

Quando Ludovico XII, allora Principe ereditario di Birònia, sposò la principessa Sofia Clementina Spifz Mai de Burgo Manèro, nove mesi in punto da quel giorno benedetto vide la luce la bella principessa Eufrasia ora diciottenne. Esultò il popolo all'avvento, e non molto tardò a nuovamente esultare quel popolo sapendo che un nuovo dono regale attendeva dall'augusta coppia e fu la principessa Angelica, alla quale seguì a breve distanza, quello delle principesse Giovanna Francesca, e Maria Carolina. E siccome era tradizione dei Ludovichi avere numerosa e fiera prole seguirono dipoi gli avventi delle principesse Olimpia, Zelinda, Zaira, Colomba.

E fin qui nulla avrebbe turbato la pace del nostro Sovrano e del Regno tutto della Birònia se a tale punto, per la fatica dei parti troppo frequenti non ne fosse uscita turbata la salute della Regina Sofia Clementina, che venne assalita da una ancor lieve affezione di cuore per la quale i medici del regno e quelli chiamati dai regni limitrofi, si pronunziarono per un certo periodo di riposo dai doveri coniugali, e sopratutto a che Sua Maestà non avesse dovuto subire a breve scadenza le fatiche di una nuova gestazione e di un parto conseguente, per non dover gravemente risentirsene in salute.

Attese fiducioso il Re di Birònia, e non appena l'augusta consorte parve guarita andò a lei con tutto il suo poderoso slancio e la più ardente speranza sicuro che quella sarebbe stata la sua ultima fatica e insieme il coronamento di tutte le altre.

Non mentì il sangue Ludovico, la graziosa signora potè in breve fare annunziare a tutto il popolo suo che l'avvento troppo lungamente anelato era prossimo.

Tutto fu alla Corte preparato colla sicurezza nel cuore, e primo il Re, dopo quasi due anni di tregua, dopo la malattia della Regina, certo sarebbe giunto quello ch'era aspettato in Birònia come il messia, l'erede, colui che doveva essere Ludovico XIII.

Giunse il parto assai scabroso per la debolezza della Sovrana che fu dovuta sostenere con farmachi, e quando il Gran Maresciallo si presentò a darne annunzio al Re, che aspettava trepidante, comprese il Re da quello sguardo.

— No! No! — gridò Sua Maestà — Vai via sai, brutto pagliaccio che non sei altro, via!

E questa nuova principessa fu chiamata Geltrude.

Le nove principesse erano state segregate all'ultimo piano della Reggia, e venivano condotte a prendere aria per i giardini nelle ore che il Re dava udienze, acciò egli, attratto a carezzarle per quel dolce istinto paterno che è in tutti gli uomini, non venisse assalito dal pensiero orribile, che lo turbava dì e notte, proprio nel momento che le piccole teste gli erano fra le mani e non si sentisse lanciato a stritolarne una senza potersi rendere responsabile del suo operato.

Cadeva il Regno nelle mani dei Ludovichi Giulii, ramo bastardo dei Ludovichi, e che viveva fuori Regno. Senza dubbio essi avrebbero stretto alleanza cogli Sgòrpi, dominatori di quattro secoli prima, vinti e cacciati da Ludovico il grande con soli settantasette uomini. E sulla piazza dei Settantasette era il monumento equestre di Ludovico il Grande. La Birònia sarebbe divenuta un lacchè della Sgorpìa. Tutto finiva, la tradizione eroica, tutto cadeva, era la fine dei Ludovichi!

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