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Candaule
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La cosa è nata in questo modo.
Il barone di Ruoppolo stava giocando coll’avvocato Varriale.
Dietro a lui, seduto sul divano, Attilio Carminati, giovane pittore siciliano che veniva al Club Sebeto per la prima volta, discorreva col marchese Jomelli, con don Primicile Assante, e col figlio di Rocco Campoluongo.
Il barone si voltava qualche volta e s’intrometteva nei loro discorsi. Si sa che non era possibile parlare in presenza sua di una cosa bella, preziosa — sopratutto costosa — senza ch’egli venisse fuori a vantarsi d’averne una dello stesso genere infinitamente più bella, più costosa: — egli faceva venire i suoi tappeti da Smirne e da Teheran, le sue sete da Yeddo, i suoi cavalli dall’Holstein o dal Magreb, — gli aranci da Milis, le carte da Londra e i fiammiferi da Moncalieri. Le sue millanterie erano spasso inesauribile della società e prova gustosissima a cui si cimentava di solito la pazienza dei nuovi, ignari della sua bizzarria. Quando essi cominciavano ad irritarsi li si avvertiva e si rideva insieme. Ma quella sera la scena era andata un po’ troppo in là. Il barone quando perdeva, beveva — e quando beveva diventava più loquace del solito. Egli aveva già interrotto tre volte il Carminati: e questi senza scomporsi l’aveva rimbeccato così lepidamente che quei piacevoloni ci avevano preso gusto.
Finalmente il pittore prese a contare le meraviglie di una modella che aveva tolto a Capri.
E il barone daccapo a tentennare e a dimenarsi sulla sedia.
Allora l’altro che incominciava a perdere la pazienza, lo apostrofò, dicendo:
— Scommetto che lei sente il bisogno irresistibile di confidarci che ha qualcosa di meglio della mia Nunziata.
Il barone fe’ cenno di sì.
— Senza complimenti, cos’è? Venere Afrodite per lo meno... che senza dubbio lei ha acquistato all’incanto dell’Olimpo.
Risero tutti. Ma il barone, serio come un uomo che ha misurato esattamente tutta la capacità del proprio ventricolo, s’alzò, venne, barcollando un po’, a piantarsegli davanti colle braccia conserte, e disse:
— Io posseggo — scherzi a parte — la più bella persona del mondo.
Un coro di burlesca ammirazione rispose a queste parole.
— La più bella persona del mondo, ripetè il barone.
— Io non credo niente affatto, soggiunse risoluto il Carminati; anzi sostengo la superiorità del mio soggetto e m’impegno a dimostrarlo, non come gli antichi paladini, con lancia e spada, bensì con una prova più confacente al positivismo del tempo nostro e molto più concludente: un confronto.
— Bene! bravo! gli gridarono.
— Un confronto e una scommessa.
— Benissimo!
— Accettate? domandò Carminati al barone.
— Vi avverto, barone, disse il marchese Jomelli, che non avete detto viso, figura — ma persona.
— E già, replicò il pittore, sicchè va il confronto?
— Un confronto, eh diamine, borbottò il barone lisciandosi impensierito la fronte, come si fa a persuaderne mia moglie?
— Si tratta di lei? domandò il Jomelli.
— Sicuro!
Ammutolirono dello stupore. Poi al silenzio seguì poco a poco un confuso mormorìo:
— La conosci?
— L’avete vista?
No; nessuno l’aveva vista. Molti ignoravano persino che il di Ruoppolo avesse moglie.
Il Carminati strinse con una cinica smorfia le labbra.
— Ciò non mi riguarda, disse; io vi dico questo solo: o scommettere o tacere.
Scoppiarono risa sgangherate, irrefrenabili e battimani fragorosi.
Si fe’ crocchio intorno ai due antagonisti, che rimasero fermi l’uno di fronte all’altro — il Carminati sdraiato nella posa del me n’infischio — il barone in piedi, meditabondo, assorto come fosse solo in mezzo a un bosco. Anche i servi erano accorsi con quella dimestichezza che essi prendono nelle società d’uomini viziosi.
Il cinismo aveva al Club Sebeto delle tradizioni abbastanza ricche: ma quello fu certo uno degli scandali più piccanti.
Una di quelle farse sinistre che spesso finiscono male.
Tutti erano invasi da un feroce umorismo.
Il solo barone, solennemente ubbriaco, sopraffatto, taceva in mezzo alla burrasca di scherno che gli rombava dintorno.
— O scommettere o tacere, ripetè il pittore.
— Tengo per il Carminati, strillò colla sua voce femminea il giovinetto Campoluongo.
— Ed io per il barone, disse l’avvocato Varriale.
— Una scommessa? domandò il barone che finalmente aveva capito.
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