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La vita nuova
Language: it549 downloads on Project Gutenberg
Subjects
In: Poetry·Mythology, Legends & Folklore·Classics of Literature
Public-domain ebook sourced from Project Gutenberg #71218.

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A NORMA DELLE LEGGI VIGENTI È RISERVATA LA PROPRIETÀ ARTISTICA DELLA PRESENTE EDIZIONE.
LA VITA NUOVA DI DANTE E I QUADRI DI D. G. ROSSETTI.
Le parole «_Manus animam pinxit_» dettate dal Rossetti in un suo racconto di carattere trecentista[1] compendiano tutta una teoria pittorica e svelano il segreto — se meglio delle parole non lo dicessero i quadri — di quella sua opera profondamente suggestiva che rinnovò l’arte inglese e che ha tutt’ora un tanto grande influsso su l’arte contemporanea del continente.
Il Rossetti fu il pittore delle anime. Il simbolismo dei suoi quadri è meno evidente nella scelta degli accessorî, di ciò che sia nella posa, nell’azione e nell’espressione delle figure dipinte e disegnate da lui.
I profondi occhi fissano intensamente come interroganti un’impenetrabile mistero, mentre le bocche, sublimi di bellezza, nate al bacio, hanno un qualche cosa di doloroso che sembra dire mille pensieri nascosti, desideri ardentemente perseguiti; paiono ad un tempo sorridere blandamente e dolorosamente socchiudersi, come in quei che scoprono innanzi a sè cose non mai immaginate nè intraviste, e ne sono addolorati e lieti e sorpresi ad un tempo; e dicono parole che l’orecchio mortale non intende, ma che le anime ascoltano e comprendono, dal di là del dominio dei sensi e delle cose materiate nella esistenza:
«_Ed avea seco umiltà sì verace_ _Che parea che dicesse: Io sono in pace_».
Quel vivere di lui solitario, lontano dai tumulti, dalla battaglia aspra che egli e gli amici suoi sollevavano con i loro lavori, gli aveva permesso d’interrogare e di sentire profondamente dentro sè stesso e di rendere poi, in immaginazioni ricche di sentimento, di luce e di colore, quella sua vita spirituale che gli dettava i sonetti della House of life, e gli aveva insegnato a cercare nei trecentisti, poeti e pittori, — a’ quali per l’anima si sentiva tanto vicino — i maestri del dire e del fare nell’opera sua.
Forse a questo suo modo di comprendere e di fare non fu estraneo l’ambiente nel quale si sviluppò e crebbe la sua giovinezza. Forse il pensiero e l’opera di Dante Gabriele Rossetti sono un risultato di più, fra i tanti meravigliosi, della lotta per il risorgimento italiano.
A Londra, nella casa del padre suo — l’esule poeta vastese — s’incontravano i profughi italiani, i fuggiti al capestro o alla galera del Borbone e dell’Austria, e chi sa quante volte correva e ricorreva su le labbra di quei forti, destinati a vivere nel paese umido e nebbioso, il nome della terra ricca di sole e di fiori. E chi sa quante volte sonò alle orecchie del giovine il nome di Dante, benedetto come quello di colui che, primo, aveva detto all’Italia la parola della sua libertà nazionale.
W. M. Rossetti, il fratello del poeta-pittore, ha in un suo libro[2] un capitolo, ove appunto egli descrive gli italiani che frequentavano la casa paterna, e ne accenna le discussioni più frequenti, le speranze, gli entusiasmi, gli scoraggiamenti; tutta la vita di uomini che hanno dato tutto il proprio essere ad un ideale, per quello solo vivono e solo in quello sperano. E frequentissime dovevano essere le discussioni su l’Alighieri, poichè, già prima che Dante Gabriele nascesse, il padre suo aveva pubblicato un’edizione in due volumi dell’«Inferno», nel commento del quale s’annunziava già la teoria che egli avrebbe difesa più tardi, compendiando, e poi avanzando molto nell’audacia delle affermazioni, il Filelfo, il Perez, ed il Biscioni.
Forse le teoriche del padre su gli intendimenti nascosti dell’Alighieri — teoriche espresse e difese con grande copia di erudizione nei libri «Dello spirito antipapale», «L’amore Platonico», «La Beatrice di Dante» — non ebbero grande influsso sul pensiero del figlio. Nessuna traccia si riscontra, nel lavoro di Dante Gabriele, delle idee del padre pubblicate nel 1832, nel ’40, nel ’42; ma certamente tutto l’insieme dell’ambiente italiano agì su di lui; egli sentì il profondo sentimento vivo dell’Alighieri, la passione di lui lo infiammò; egli riuscì ad immedesimarsi tanto l’opera del Divino che nel 1849 già gli era nata nella mente l’idea d’illustrare l’amoroso pensiero di Dante.
Di questa epoca è il primo bozzetto del quadro «DANTE SORPRESO A DISEGNARE UN ANGELO»; dell’anno di poi è il primo schizzo del «SALUTO DI BEATRICE». D. G. Rossetti aveva allora ventun anni.
In quest’anno, 1850, intorno al Nostro, a Holman Hunt e a John Everett Millais — i primi tre P. R. B.[3] — si scatenò la tempesta degli Accademici.
I tre l’avevano provocata esponendo, il Rossetti «L’Annunciazione», l’Hunt «I Missionari cristiani in Bretagna», e il Millais «La bottega del falegname».
Erano tre giovani artisti che cercavano di fare bello e bene, e furono presi per tre missionari cattolici. La critica che allora fece tremare le vene e i polsi dei tre giovani, fa sorridere oggi per la sua puerile ostilità; allora parve avere il sopravvento su loro. Ma dovette tacere, il giorno che la ostinata perseveranza dei tre, cui si erano aggiunti altri meno di loro valenti, non però meno volenterosi[4], richiamò su loro l’attenzione di John Ruskin, e questi scese nell’arringo difendendone, con tutta la foga del suo temperamento e tutta la maestria della sua arte, i tentativi, le intenzioni e il lavoro.
E da quel momento essi continuarono infaticabili l’opera loro fino che un giorno, ad un bivio della via, si divisero: il Rossetti per farsi più grande, l’Hunt per proseguire nella via che fino dal primo giorno erasi tracciata, il Millais per rivelarsi minore di sè stesso.
Nel «Giornale» dei Preraffaellisti — regolarmente tenuto da W. M. Rossetti, che, essendo critico d’arte era il segretario del gruppo — trovo notate dal sabato 23 al sabato 29 (1853) queste parole: «Egli (Gabriele) è ora ripreso dall’idea di pubblicare la sua edizione della Vita Nova corretta ed illustrata». Infatti questa traduzione, cominciata nel 1847 e terminata nel 1849, uscì nel 1861 col titolo «_Early Italian Poets_». Questa sua traduzione, alla quale il fratello Guglielmo pose mano per alcuni dei brani di prosa, è riconosciuta come la più perfetta traduzione inglese dell’opera giovanile del nostro massimo poeta, e le fanno degna compagnia le altre traduzioni dei primitivi poeti italiani che da Folcacchiero de’ Folcacchieri (1170), vanno a Franco Sacchetti, della fine del 1300.
Si può dire che quest’opera lo interessò, lo tenne a sè tutta la vita. Infatti nel 1880 — poco più di un anno prima di morire — egli metteva mano al quadro incompiuto di «BEATRICE» inspirato al sonetto:
«_Tanto gentile e tanto onesta pare_».
In questo quadro il Rossetti dipinse la meravigliosa testa di Beatrice, che è, forse, la più bella fra le teste di donna dipinte da lui, ed è superata soltanto dallo splendido disegno a matita che egli fece come studio del quadro ad olio.
In tutto il lavoro di questo inglese, dallo spirito italiano, palpita l’amore dei primitivi canzonieri. La donna della House of life è la fanciulla amata da lui ed anche qualche cosa di più; qualche cosa di più etereo, di più spirituale, è sorella di
«_Quella donna gentil, cui piange Amore_»
è la ispiratrice purissima, lo scrigno geloso d’ogni gioia divina, quella che dell’Amore ama il simbolo più bello e della quale egli può dire
«My lady only loves the heart of love»[5]
e può cantarla come colei che in sè immedesima e da sè intorno, spande
«..... choir-strains of her tongue, Sky spaces of her eyes — sweet signs that flee About her soul’s immediate sanctuary»[6].
E l’amore è, nel pensiero dell’Artista, un insieme di simboli, di sogni e di potenza; qualche cosa che viene da lungi, dall’alto; un’onda di mistero; qualche cosa di severo e di pensoso che domina tutte le cose, passa attraverso a tutte quelle che per lui e in lui vivono:
«_Amor che muove il sole e l’altre stelle_».
Non lo ha egli detto in quel suo tocco in penna, il più strano che mente di pittore abbia mai immaginato, del «DANTIS AMOR?»
In questo quadro egli è riuscito a rendere quel simbolismo che Dante ha espresso coi numeri. Tutti e due sono platonici; il Poeta come un filosofo, il pittore come un poeta. L’Alighieri ci racconta la perfezione della sua donna, e ce la dimostra cosa divina, in quel fortuito concorso del numero perfetto che presenziò alla morte di Lei; il Rossetti ci presenta l’Amore — l’Amore che il poeta incontrò
«..... nel mezzo della via _In abito leggier di peregrino_» —
e ce lo mostra circondato dai simboli dello spazio e del tempo, del giorno e della notte, e porta il quadrante che accenna l’anno del dolore e l’ora dell’angoscia.
In tutta l’opera di Rossetti, poemi e pitture, c’è come un’ombra di dolore. Egli ha sentito che il dolore è la trama su la quale è tessuta la vita. Ogni breve gioia della esistenza è soffocata dalle sofferenze, e l’occhio è più sovente umido di pianto, che non brillante di sorrisi. E questo suo intimo senso del dolore umano gli ha permesso d’essere tanto suggestivo nelle sue figure. Ed anche per questo suo squisito sentire nella profondità della coscienza umana, maciullata dal dolore, i suoi capolavori sono appunto i quadri ne’ quali domina, non veduta, eppure presente, la Morte.
«BEATA BEATRIX» non è morta no, — egli lo ha scritto: — gli occhi di Lei sono socchiusi nell’estasi divina che la rapisce alla terra e le schiude le meraviglie del cielo. Vengono, avvolti nell’aureola che circonda la testa di Beatrice, Dante e l’Amore che lo guida, e si scorge, nello sfondo lontano, nella penombra leggera, la città che udirà fra un istante le parole che l’ambascia strappa al desolato Poeta «_quomodo sedet sola civitas!_» parole non sue, lingua non sua, come s’egli non sapesse trovare nel dolore, nulla di suo per esprimerlo. Ma tutta la vita non è fra quei vivi. Meravigliosa, nella luce d’oro che le sfavilla intorno e vela lo sfondo del quadro, Beatrice sola sembra vivere; eppure i simboli che la circondano dicono la fine della vita corruttibile; le mani giunte di lei, l’uccello nunzio di morte, il quadrante accennano l’ultimo sonno.
Questo quadro, ora nella National Tate Gallery, fu dipinto da lui la prima volta nel 1863, due anni dopo il «DANTIS AMOR», e un anno dopo ch’egli aveva pubblicata la sua traduzione inglese degli «_Early Italian Poets_».
Lo ripetè poi altre tre volte, per commissione sempre, nel 1869, nel 1872 e nel 1877.
Egli sarebbe stato felice se avesse potuto pubblicare la Vita Nova illustrata da acque forti sue, ed in una sua lettera lo dice. Forse è stato bene che egli non abbia mai potuto limitare l’opera sua a quel lavoro. Noi abbiamo avuto così i quadri della Vita Nova, una meravigliosa opera, arricchiti dalla magìa del colore oltre che dalla forza della rappresentazione grafica.
Io ho detto altrove[7] che egli, col trascorrere degli anni e l’indefesso lavorare sarebbe riuscito a farsi «disegnatore più abile e corretto... ma come colorista non aumenterà nè diminuirà di potenza, perchè non si può essere colorista più perfetto di lui, nè più di lui possedere la scienza dell’armonia nelle tonalità chiare, negli ampî spazi riverberanti di luce e di sole».
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