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Memorie D'uno Smemorato

Nello studio dove eravamo non si poteva più vivere. Si stava in una soffitta al sesto piano di un casamento altissimo, dove, nell'estate si bruciava come in un forno, e nell'inverno, nei giorni di pioggia, anche i quadri ad olio diventavano all'acquarello. E come se questo fosse poco, sotto a noi abitava la più numerosa e più filarmonica famiglia che io abbia mai conosciuto, il cui capo, un omone con un barbone nero che gli scendeva fin sulla pancia, era impiegato nelle regie poste e suonava il trombone. Quando tornava in casa, mentre la moglie gli apprestava il desinare, egli si metteva a soffiare nel suo strumento e cominciava il terremoto.

Le sue figliuole poi, non facevano altro che tormentare un povero pianoforte con la coda, il quale mandava certi suoni, emetteva certi lamenti e certi guaiti, come se gliela pestassero.

Un giorno, mentre il trombone del nostro vicino brontolava più fastidiosamente del solito, il mio compagno di studio, misurando l'angusta soffitta col passo dell'uomo che ha da dire cose gravi, mi confidò come un nuovo tormento venisse ad aggiungersi al trombone e al pianoforte.

— A coda! — mormorai io.

— Già. Ed è a coda anche il nuovo istrumento di tortura.

— Cioè?

— Guarda! — mi disse allora l'amico; e aperta la finestra mi accennò una gabbia di vimini, entro la quale nereggiava un merlo spennacchiato. Poi richiuse le imposte e incominciò a discorrere per provarmi che noi due, lì dentro quella soffitta, ci logoravamo inutilmente l'intelligenza; che bisognava trovare uno studio decente; che non era possibile rimanere più a lungo in quel bugigattolo. E incrociando le braccia sul petto concluse: — Non hai mai pensato che se ci dessero l'ordinazione di dipingere un gran quadro saremmo costretti a rifiutarla per mancanza di spazio?

— Sarebbe doloroso.

— Per noi e per l'arte nazionale.

Insomma, restammo d'accordo sulla necessità assoluta di metterci alla ricerca di uno studio, dove, se mai qualcuno ce l'avesse chiesto, avremmo potuto dipingere il gran quadro, senza i borborigmi del trombone, senza i guaiti del pianoforte e senza i fischi del merlo.

Di studii se ne videro molti in via Sistina e lungo la via Margutta, nei nuovi quartieri e pei vicoli popolosi e pittoreschi della vecchia Roma. Alcuni avevano l'ampio finestrone aperto sui giardini e sui cortili, altri ricevevano la luce da una larga finestra aperta nel mezzo del soffitto. Quasi tutti conservavano sulle pareti le tracce di coloro che li avevano abitati, e sulle porte riverniciate di fresco si leggevano ancora nomi d'artisti e di modelle, sentenze e appuntamenti commentati allegramente da caricature e disegni.

Su la porta di uno di tali studii leggemmo questa iscrizione, che non m'è più uscita dalla memoria: Quando si sta dentro e non s'apre a chi bussa è una porcheria. Sono stufo di camminare e metto le carte in mano all'avvocato.

Quale dramma, racchiuso in così poche parole!

Fra i tanti studii da noi visitati l'unico che ci piacque fu un comodo stanzone in via Margutta; ma quel che non ci piacque affatto furono le ottanta lire al mese che ne chiedevano di pigione.

— Ottanta lire, come vedono, è tutt'altro che caro — ci diceva il suo proprietario accompagnandoci e sbatacchiando due chiavette con la destra. — E poi, come vedono — proseguiva — questo studio ha tutti i comodi: due porte, — e strizzava maliziosamente un occhio — acqua da bere...

— E questo è il guaio.

— Perchè?

— Perchè, — ripresi subito io mestamente — c'è qui il mio amico che all'età di sette anni ebbe la sventura di morire annegato nel Tevere, e da quel momento non può più soffrire la vista dell'acqua. — E mentre il padrone, che aveva finito di giocherellare con le chiavette, ci guardava trasecolato, noi ce ne andammo.

Finalmente, lo studio che ci conveniva lo trovammo in un misero fabbricato fra le vigne e gli orti, fuor di una porta della città.

Il fabbricato dai muri scalcinati e anneriti, sui quali si abbarbicavano piante parassite, si sarebbe scambiato a prima vista per un vecchio fienile se sulla porta d'ingresso non vi fosse stata inchiodata una targa di legno su cui sbiadita dal tempo si leggeva questa iscrizione: STABILIMENTO DI STUDII DI PITTURA E SCULTURA.

Difatti in quella casa c'erano parecchi studii per pittori e scultori. I primi occupavano il primo piano che era anche l'ultimo; i secondi stavano nelle camere terrene. Ma oltre alle stanze che servivano d'incomodo asilo agli artisti, nello stabilimento ce n'erano anche altre tre le quali, benchè in origine fossero state costruite anche loro per essere consacrate all'arte, avean finito con l'esser destinate all'industria. Nella prima abitava una torma di lavandaie e di stiratrici; nell'altra dimorava un vecchio contadino le cui figliuole all'occorrenza si adattavano anche a far da modelle; l'ultima era nè più nè meno che uno spedale per i cani, diretto da una vecchia popolana che a vederla quando cuoceva i medicamenti per le sue bestie inferme tra il fumo che usciva dalle pentole, pareva una strega che preparasse filtri per qualche incantesimo.

Il padrone dello stabilimento quando andammo a proporgli di cederci in affitto una stanza che stava per essere abbandonata da un pittore triestino, ci accolse affabilmente. Era in manica di camicia; e poichè il sole splendeva in quel giorno più del solito, ci forzò a sederci su un murello, accanto alla porta della sua casa, per fare insieme quattro chiacchiere. Ci parlò del Vaticano, della Sistina, del Bramante, di Michelangiolo, di Raffaello, e poi volle anche raccontarci la eroica difesa di Roma del quarantanove alla quale egli aveva preso parte; e non smise, se non quando la sua serva venne ad annunciargli che il pranzo era pronto. Allora, dopo averci chiesto i nostri nomi, e averli segnati con un mozzicone di lapis in un libricciuolo foderato di cartapecora, ci lasciò dicendoci che nel pomeriggio potevamo andare a pigliar possesso dello studio.

— Andateci pure — ci disse — e il triestino prima di andarsene vi consegnerà le chiavi.

Nel pomeriggio tornammo nello stabilimento con le nostre cartelle; salimmo una scaletta; traversammo un corridoio oscuro, e picchiammo alla porta del triestino.

Un concerto di furiosi abbaiamenti e guaiti ci rispose dal fondo del corridoio.

S'udì una voce urlare per rabbonire i cani irritati, e poi... Silenzio.

Bussai di nuovo più forte.

— E avanti perdio! — tuonò, allora, una voce minacciosa di dentro allo studio. E noi, entrammo e restammo ritti, impalati vicino all'uscio.

Nello stanzone un giovinotto radunava in una cartella alcuni disegni. Qualche quadretto stava gittato in terra, e un tavolino a tre gambe s'appoggiava al muro per non cadere.

— Buon giorno — disse il giovinotto senza neppure guardarci.

— Buon giorno! — rispondemmo noi all'unisono, e, posate in terra le nostre cartelle, restammo silenziosi a guardare la figura magra e donchisciottesca del pittore che dopo di aver chiuso nella cartella i disegni s'era messo a raccogliere in una piccola valigia alcuni pezzi di stoffa.

Quand'ebbe chiuso con una cordicella la valigetta si volse verso di noi e: — Se vogliono accomodarsi — ci disse — non facciano complimenti. — Nella stanza non c'era neanche l'ombra di una sedia.

Il pittore, allora, radunò entro un largo foglio di carta sudicia una quantità di boccette vuote, di pennelli logori e di colori andati a male; s'avvicinò al finestrone e li gittò fuori; quindi andò in un angolo dello studio, prese due ciabatte vecchie e le lanciò con forza fuori della finestra. Le due ciabatte mulinarono un istante sul cielo nuvoloso come due uccellacci neri, e scomparvero.

Intanto aveva cominciato a piovere, e il giovinetto come se ne provasse piacere, seguitava sempre a gittare gli oggetti inutili dalla finestra; poi, crescendo la furia dell'acqua, richiuse la vetrata e portandosi le mani ai fianchi, facendo arco della schiena, mugolò con voce nera: — Accidenti alla pittura e a chi l'ha inventata — E volgendosi ancora a noi, che eravamo sempre lì ritti come due coristi, seguitò: — Me lo sanno dire loro chi l'ha inventato questo flagello di Dio?

— I greci! — risposi io prontamente.

— Allora accidenti alla Grecia! — riprese con voce sicura il giovinotto; e appoggiando i gomiti al davanzale della finestra, rimase a guardare, col naso sui vetri, la campagna grigia che si distendeva sotto la pioggia dirotta fino ai colli ultimi ove si perdeva nel cielo tempestoso.

— Bah! — borbottò poi volgendosi bruscamente, come se volesse scacciare i pensieri tristi — non ci pensiamo! — E presa la valigetta e una cartella, soggiunse: — Stiano bene. Me ne vado. Ecco la chiave.

— Con quest'acqua?

— Ci sono abituato — ribattè il pittore alzando le spalle; e pigliato un disegno che aveva lasciato sul tavolino a tre gambe (una testina di ciociara segnata coi pastelli) porgendolo a noi, disse sorridendo: — Lo terranno per mio ricordo.

— Grazie! Ma lei non se ne va, ora. — disse il mio amico sbarrandogli la via dell'uscio.

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