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Intendimenti Dell’opera

Le profonde commozioni che si destano in coloro che, forniti di cuore e di mente, visitano questa antica e interessante città di Pompei, esumata più dal caso che dalla sapienza degli uomini, si traducono in così facili entusiasmi, che il più spesso imperiosamente addomandano d’essere in qualunque modo estrinsecati. — E ciascuno allora opera secondo la propria inclinazione.

Vedesi quindi aperta la gara degli ingegni: l’archeologo va divinando l’uso de’ pubblici e privati edifizj, legge le iscrizioni osche e latine, le interpreta e ne escono quelle splendide monografie di Arditi e di Mazois, di Fiorelli e di Mommsen, di Garrucci e di Overbek, per non dir d’altri molti; lo storico ne ricostruisce le vicende politiche e civili e ne somministra i materiali a tutti quanti si accingono a scrivere degli scavi; l’artista nelle statue e nei bronzi, nelle pitture e ne’ mosaici, negli stili e nelle linee architettoniche tien conto delle condizioni dell’arte ne’ tempi dell’Impero e appajono quelle superbe illustrazioni de’ Nicolini, la Pompeja di Bréton e la terribile tela di Bruloff; la musica stessa si ispira e con Pacini vi delizia e fa fremere negli Ultimi giorni di Pompei, con Petrella nella melodiosa Jone; il letterato finalmente vi accende la fantasia e colla potenza di essa ripopola le deserte vie, rianima le diroccate case, risuscita i defunti uomini e vi trasporta e prima e al tempo della catastrofe e poi al romanzo di Bulwer, dall’egual titolo dello spartito di Pacini, al Pompei di Vecchi, al Curricolo di Dumas, all’_Arria Marcella_ di Gauthier, vi commovete, palpitate, piangete. Altri vi dettano libri e guide, spesso copiandosi, a minoranza di fatica, gli uni e gli altri, e ottenete pure lavori non ispregievoli, come quelli del Romanelli e dello Jorio, del Bonucci e dell’Aloe, del Nobili e del Monnier e vie via di altri; comunque a tutti questi io metta innanzi la piccioletta Guida di Pompei anonima, uscita in Napoli dalla tipografia de’ Fratelli Testa e Compagni, a cui, dove mal non m’apponga, ha presieduto qualche ingegno che sta dappresso all’illustre dotto che ora è prescelto alla Direzione degli Scavi Pompejani.

Invaso io pure da quella febbre d’entusiasmo e questo volendo alla sua volta la propria pubblica manifestazione, io son venuto eseguendola, sotto l’aspetto d’un confronto della dissepolta città con Roma antica, quella parendomi, collo studiarla ne’ suoi avanzi, poter valere di supplimento o piuttosto di chiarimento alla vita publica e privata dell’immortale metropoli del mondo.

Oh, quante volte entrando nel Foro e nella Basilica di Pompei, nei templi e nelle taberne, nelle vie e nelle case e perfino ne’ ritrovi della procace Venere, ritrovai la spiegazione di passi prima incompresi di classici scrittori dell’aurea latinità, che riferivansi ad usi e costumi de’ Quiriti! Tali riscontri, siffatte tacite ma non meno eloquenti rivelazioni, mi suggerirono l’opera presente.

Veda il lettore la ragione allora delle frequenti citazioni che vi troverà, ma più ancora del soverchio intrattenermi ch’io fo di Roma. Non son primo ad affermarlo: presentare in piccolo Pompei ciò che in ampie proporzioni era la Roma dell’Impero, e scandagliare gli scavi di questa città, che si nomò pure Colonia Veneria Cornelia, per esservi stata dedotta una colonia Romana, costituisce il migliore commento agli storici e poeti di Roma.

Sotto questo punto di vista reputo aver compiuto cosa e nuova ed opportuna: oso dire non acconcia soltanto ad iniziare chi la vuol leggere a meglio intendere queste preziose reliquie che a migliaja ogni anno corrono nazionali e forestieri a visitare; ma a precisare eziandio nella mente dello studioso quella farragine di cognizioni che lo studio de’ classici esemplari, eseguito nelle scuole, gli ha messa per avventura disordinatamente nella testa.

Ho per altro pensato anche alla classe meno colta de’ lettori, ed alla testuale riproduzione dei brani che mi venivano a capello, ho soggiunto in calce ogni volta la versione relativa, spesso togliendola a prestanza dai volgarizzamenti più riputati e spesso ancora facendola io medesimo, quando non li avessi sotto mano, od a seconda di quegli intenti cui la mia opera mirava. E di libertà è facile accorgersi essermene prese a piene mani; perocchè io mi avessi ad arbitrare a conservare a frasi ed a parole il loro conio latino, come quello che rendesse più esatto il significato della storia. Mi parve infatti che certi nomi proprj speciali ad usi del tempo non si potessero, per aristocrazia e schifiltosità di linguaggio, camuffare alla moderna. Così, a mo’ d’esempio, il pilentum, il carpentum, l’_essedum_, il petoritum, e va dicendo, non potevansi per me ritenere sostituiti da tregge, carrette ed altrettali vocaboli di italiana fattura, senza tradire la storica verità. E vorrei così aver fatto un leggier cenno, o indicazion di condotta a’ futuri traduttori, sicuro d’aver reso alle lettere ed alla storia segnalato servizio.

Tali almeno sono stati i miei convincimenti: al publico il giudicare se essi fossero un cotal poco boriosi e fallaci.

Queste cose ad ogni modo volevo si sapessero; perocchè ne avrei altrimenti d’assai scapitato, se si fosse creduto che con questo lavoro mio avessi inteso d’aggiungere lume a quelle dotte e fortunate indagini alle quali incumbono di proposito e quell’eletto ingegno del comm. G. Fiorelli, che presiede agli scavi di Pompei, e quegli altri che gli fanno onorevole corona e che nel Giornale degli Scavi vengono mano mano sponendo illustrazioni e studi assai sapienti, ai quali nel corso dell’opera ho più d’una volta con buon frutto ricorso.

Sarebbe diversamente stato davvero un portar vasi a Samo.

Aperti così tutti i miei intendimenti avuti in questi miei studj, ho più animo a presentare i miei volumi al Publico ed a sperarne l’indulgenza migliore.

E qui mi corre il dovere, prima di prender commiato da chi mi legge — poichè la dedica dell’opera ha già detto l’animo mio verso l’amatissimo fratello che me ne fu prima occasione — di sdebitarmi degli obblighi di riconoscenza verso quel mio antico amico e dotto uomo che è il chiarissimo Pietro Cominazzi, nestore del giornalismo letterario ed artistico, il quale non solo fu tanta parte negli incitamenti a condurre quest’opera, ma nella tema che sbolliti i primi empiti, m’avessi a fermar a mezzo della via, ad impegnarmi in certo modo verso il Publico, mi poneva a libera disposizione il suo giornale La Fama, perchè in esso mano mano stampando i miei capitoli, potessi poi, senza quasi avvedermi, compiere il lungo lavoro e poi sul medesimo, praticare quante aggiunte e pentimenti mi fossero piaciuti. Di tal guisa, egli, che giovinetto mi sorresse ne’ primi tentativi letterarj, con ogni maniera di incoraggimenti e del quale posso veramente dire con Ovidio:

Primus, ut auderem committere carmina Famæ Impulit, ingenii dux fuit ille mei,[1]

volle essere auspice eziandio a questi nuovi studi, che si ponno dire la ripresa di quelli ai quali m’aveva con tanto amore informato quella perla di prete e di maestro che fu Antonio Daverio e dai quali usciva appena il giorno che facevo la prima conoscenza di lui, che mi aveva ad essere il mio migliore e impareggiabile amico.

Sogliono dire gli Spagnuoli: Quien no ha visto Sevilla, — no ha visto maravilla. Penso che almeno altrettanto, dispensandosi dalla rima, si possa affermare del golfo di Napoli, o sottoscrivere al vecchio ma espressivo adagio: Vedi Napoli e poi mori; come all’incirca usava sclamare la gioventù d’Atene dinanzi alla bellezza dell’eteria famosa di Pericle: Una notte con Aspasia e poi morire. Nulla di più bello e ridente, nulla di più incantevole del suo gran panorama, sia che ti si presenti venendo per mare dal ponte di un battello a vapore, sia che a te si spieghi dinanzi, come a volo d’uccello e come io l’ho ammirato, prima dal terrazzo di San Martino, il più leggiadro chiostro ch’io m’abbia mai visto e che i seguaci di San Brunone hanno saputo procacciarsi, e poscia più su dal più alto ballatojo di Castel Sant’Elmo, che sovraggiudica la città.

Questo vaghissimo seno, a cui fanno tutt’intorno corona monti e colline verdeggianti, — fra cui il vecchio Vesuvio, che anche allorquando riposa o si cinge di nubi la testa, libera dalle sue fauci tremende bianchi buffi di fumo, sì che a que’ del paese ei fa dire che pipa, — si distende siccome anfiteatro, per una parte incominciando dal Capo Miseno e via via, seguendo que’ pittoreschi sobborghi di Pozzuoli, Posilipo e Mergellina, trova la popolosa città partenopea, che par di poi si prolunghi per San Giovanni e Portici, Resina e Torre del Greco, Torre dell’Annunziata e Pompei, e si chiude dall’altra con Sorrento, — il leggiadrissimo paese che già consolava gli affanni del Cantore della Gerusalemme Liberata, nella casa della sorella sposa a Marzio Sersale, — e col vicino promontorio di Minerva, sede un giorno delle Sirene, secondo l’antica mitologia[2].

Gli è tutto un miracolo dì terra e di mare; gli è tutto un sorriso di cielo.

Anche di cielo: perocchè se le pioggie incessanti che attristarono nel dicembre scorso il zaffiro del nostro firmamento, pur non graziarono Napoli in que’ giorni ch’io mi vi trattenni, colà chiamato dall’amore di un fratello, che testimonio mi voleva alla gioja più santa di sua casa — alle nozze, vuo’ dire, dell’unica figliuola; — nondimeno quattro o cinque di que’ giorni il sereno rifulse in tutto il più puro splendore ed ammirai taluno di que’ tramonti che io per lo addietro avevo scorto in qualche tela smagliante e giudicato traviamento di tavolozza, tanto calde e vaghe erano le tinte, tanto vaporose od accese, violacee e d’oro, sì che l’antica Caprea di Tiberio, che dal mio balcone di Chiatamone[3] vedevo sorgere in bella lontananza davanti, ne fosse tutta di quella luce circonfusa e splendente. Sotto quel cielo, con quell’aere così clemente anche nel verno, io compresi perchè le ubertose campagne che avevo attraversato avessero a quella terra meritato da’ Quiriti il nome di Campania Felice, e perchè il vecchio Plinio lasciasse scritto[4] che Bacco e Cerere si disputassero la gloria d’arricchirla, e i vini della quale producessero l’ebbrezza e fossero famosi per tutta la terra, siccome il falerno, il cecubo, il massico e quel di Celene cantati da Orazio. Con quegli spettacoli di natura io facilmente mi spiegai perchè in Pompei traesse Cicerone a riposarvi gli ozj consentiti dal foro, oppure da’ publici officj; perchè Sallustio vi venisse del pari a dettare le poco sincere, ma eleganti pagine della Guerra di Catilina; Ortensio riparasse nella sua villa di Bauli a trovare amena tranquillità[5]; e Virgilio soggiornasse in Posilipo e vi morisse; e Stazio e Silio Italico e altri illustri vi si ispirassero e le loro ville e le terme vi rizzassero, accorrendo dall’Urbe, i proconsoli a sfruttare le immense rapine fatte nell’Asia ai popoli trionfati, e i Cesari, sitibondi di voluttà e di libidine, quivi si conducessero siccome a più propizio teatro.

E Baja? E Nisida? E Procida? E Ischia? E Ventotene? E Ponza?... Luoghi od isole tutte vaghissime e lussureggianti pei colti e pei fiori e per naturali fenomeni che tengon del magico, che vi commovon la fantasia, che vi esilarano il cuore e le cui bellezze io non presumo nella povertà dello ingegno di pur accingermi a qui ritrarre.

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