Storieta
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Passione degli antichi pel teatro — Cause — Istrioni — Teatro Comico od Odeum di Pompei — Descrizione — Cavea, præcinctiones, scalæ, vomitoria — Posti assegnati alle varie classi — Orchestra — Podii o tribune — Scena, proscenio, pulpitum — Il sipario — Chi tirasse il sipario — Postscenium — Capacità dell’Odeum pompejano — Echea o vasi sonori — Tessere d’ingresso al teatro — Origine del nome piccionaja al luogo destinato alla plebe — Se gli spettacoli fossero sempre gratuiti — Origine de’ teatri, teatri di legno, teatri di pietra — Il teatro Comico latino — Origini — Sature e Atellane — Arlecchino e Pulcinella — Rintone, Andronico ed Ennio — Plauto e Terenzio — Giudizio contemporaneo dei poeti comici — Diversi generi di commedia: togatæ, palliatæ, trabeatæ, tunicatæ, tabernariæ — Le commedie di Plauto e di Terenzio materiali di storia — Se in Pompei si recitassero commedie greche — Mimi e Mimiambi — Le maschere, origine e scopo — Introduzione in Roma — Pregiudizj contro le persone da teatro — Leggi teatrali repressive — Dimostrazioni politiche in teatro — Talia musa della Commedia.

Gran parte della vita publica erano nell’orbe romano, massime al tempo de’ Cesari, i Teatri.

Quando si consideri che solo in questa, elegante sì, ma piccola città di Pompei vi fossero due teatri, il comico e il tragico ed un anfiteatro, tutti di tanta capacità, si può avere una prova abbastanza conveniente di questa asserzione, ed un’altra poi se ne avrà ancora nel fatto che non si fosse paghi di uno spettacolo solo al giorno, ma se ne volesse a tutte l’ore di esso, e s’egli è vero quel che taluni pretesero e che io ho pur riferito, che i Pompejani fossero stati sopraggiunti dal loro estremo disastro nell’anfiteatro, sappiamo allora che dovesse essere circa l’ora meridiana.

Non fu detto però a torto che il popolo non vivesse che di pane e di spettacoli, panem et circenses, e ognun s’avvede che qui sotto il generico nome di giuochi del circo s’abbiano ad intendere ben anco gli scenici ludi.

Una ragione più alta aveva contribuito a radicare profondamente nell’animo di tutti la passione e nelle consuetudini generali la frequenza de’ teatrali spettacoli, — la religione: — perocchè rimontandosene alle origini si trovi, per testimonianza di Tito Livio, che nella epidemia, onde fu Roma afflitta nel 390 di sua fondazione, la collera celeste serbandosi inesorabile alle continue supplicazioni, si fosse ricorso alle sceniche rappresentazioni, in cui attori erano commedianti etruschi, detti nella loro lingua istrioni, i quali trattavano artifiziosamente a suon di flauto e gestendo senza parole[1]. Fra i Romani stessi sorsero subito dopo imitatori; i giuochi scenici attecchirono e vennero per ciò considerati non come un semplice passatempo soltanto, chè per tali non si ebbero che gli spettacoli del circo, ma come una vera istituzione civile e sacerdotale.

Noi medesimi, se avessimo in oggi a restringere il teatro in que’ confini che lo fecero definire la morale in azione, e se la coscienza degli scrittori non escisse dai limiti assegnati dai veri intenti dell’arte, per libidine di facili e funesti plausi, non potremmo ricusarci dall’averlo tuttavia per una vera istituzione civile.

Nel desiderio di abozzare alla meglio anche questa parte della vita romana, di cui Pompei fornisce a noi ne’ suoi monumenti le più ineccepibili prove, converrà che prima m’intrattenga del Teatro Comico, detto altrimenti Odeum, nel quale poi c’intratterremo, giusta i richiami, della sua storia, delle sue produzioni; poscia del Teatro Tragico e della sua storia; riserbando all’ultimo il discorso intorno all’Anfiteatro e a’ suoi ludi; quantunque a vero dire si dovrebbe premettere di questi ultimi, se noi pure, come gli antichi, ritenessimo che gli spettacoli scenici non siano che appendici meno importanti di quelli del Circo.

Fin dal 13 maggio 1769 veniva scoperta sulla muraglia del Gran Teatro, o Teatro Tragico che si voglia dire e del quale sarà l’argomento nel capitolo venturo, la iscrizione seguente:

C . QVINCTVS C . F . VALG . M . PORCIVS M . F . DVO VIR . DEC . DECR . THEATRVM TECTVM FAC . LOCAR ; EIDEMQVE PROBARVNT[2].

Tale scoperta confermava la designazione, che fin dal 23 marzo precedente era stata fatta, che quivi esister dovesse l’Odeo, o Teatro Comico, avvalorata altresì da ciò che contiguo vi fosse il Teatro Tragico, pur in questo avendo i Pompejani seguito la comune consuetudine in congenere materia, e che noi troviamo consegnata nelle seguenti parole del capo IX, libro V di Vitruvio: _exeuntibus e theatro sinistra parte Odeum_[3].

L’Odeo, in greco Ωδεῖον, che in questo passo medesimo ci fa sapere Vitruvio essere per la prima volta stato eretto in Atene, ornato da Pericle di colonne, di pietre e coperto di alberi e antenne di navi, spoglie riportate in guerra contro de’ Persiani, vogliono tutti che fosse stato un piccolo teatro; ove si facessero le prove e le disfide musicali, come derivatone l’appellativo dalla voce greca ωδή, che significa canto.

In Pompei l’_Odeum_ era destinato alla recitazione delle commedie, ai concorsi poetici, alle rappresentazioni mimiche e satiriche, e se si vuole argomentare dall’uso generale di tali ritrovi, alle dispute filosofiche ed anche agli spettacoli d’inverno, e per ciò coperto; onde, per dirla con Tertulliano, l’impudico divertimento non fosse dal rigore della stagione turbato[4]. Il severo giudizio di questo padre della Chiesa cristiana era giustificato dalla licenziosa libertà sempre esistita nei ludi scenici e circensi, ma fatta ancor più sfrenata negli ultimi tempi dell’Impero.

Dal 1793 al 1796 venne questo teatro sgombro dalle macerie, messo nelle condizioni nelle quali trovasi di presente e in guisa da prestarsi alla sua intera descrizione.

Esso è fabbricato, egualmente che il Teatro Tragico e il Foro, sopra uno strato di lava vulcanica antichissima, che porge a questi edifizj il più solido fondamento; ma la sua costruzione è di tufo di Nocera, all’infuori delle scale che separavano le gradinate che son di durissima lava. Sopra l’estremità del muro semicircolare, ossia sul cornicione, ancor si veggono i luoghi ove stavano le colonne su cui il tetto poggiava, il quale si apriva tra l’una e l’altra colonna uno spazio vacuo, pel quale s’intromettevano la luce e l’aria. Tali colonne si rinvennero rovesciate, onde anche per la certa quantità di tegole numerizzate con carbone e là ordinatamente disposte, si argomentò che rovinato il teatro dal tremuoto del 63, si ritrovasse poi nel 79 in istato di restaurazione. Dyer crede rimonti la sua prima costruzione a poco tempo dopo la Guerra Sociale, così forse ottant’anni avanti Cristo.

Come di consueto, e come Vitruvio ne fa regola generale de’ teatri, la forma della cavea è d’un emiciclo, e sotto il nome di cavea designavasi quella porzione dell’interno di un teatro od anfiteatro, che conteneva i sedili sui quali stavano gli spettatori, e che era formata da un numero di ordini concentrici di gradini sopra più ordini di arcate, quando essi non fossero praticati in qualche parte, od addossati a montuosità di terreno. Secondo la dimensione dell’edificio, questi giri di sedili erano divisi d’ordinario in uno, due o tre scompartimenti, distinti, separati l’uno dall’altro da un muricciolo detto præcinctio, abbastanza alto per impedire la comunicazione fra essi; cosicchè i diversi scompartimenti assumevano i qualificativi di prima, seconda, terza ed anche più spesso di ima, media e summa cavea, cioè ordine inferiore, di mezzo e superiore. E così era dell’_Odeum_ pompejano.

Il pavimento per nove passi di diametro tocca l’uno e l’altro corno dell’emiciclo terminato in due zampe di leone di tufo vulcanico. Quindi incomincia la prima cavea in quattro ordini di gradini più grandi e spaziosi degli altri, ove sedevano i magistrati ed ivi erano collocati i bisellii e le sedie curuli. Indi seguono quattordici gradini in cui l’ordine equestre aveva il suo posto: vi tengono poi dietro diciotto altri ordini, ognun dei quali sempre più si va allargando nei lati per formare il diametro dell’emiciclo e stretto pel contrario nell’orchestra, della quale dirò fra poco.

Dopo i primi quattro gradini si vede un parapetto di separazione con un ripiano, o gradino più largo. Si riconosce da ciò subito una delle precinzioni, che i Greci chiamavano δίαζωματα, con cui, come dissi testè, precingeva, o separava il primo dal secondo, ordine della cavea, dove stava la gente più distinta.

V’era poscia una seconda precinzione, che separava la media, o seconda cavea, dall’ultima, dove sedevano la plebe e le donne. I gradini della media cavea, sono intersecati da sei piccole scale per linea retta dall’alto al basso, chiamate viæ, itinera, scalæ e scalaria, che hanno principio da sei vomitoria, o porte superiori corrispondenti al corritojo coperto, donde arrivavasi alla prima precinzione. Da essi entravano gli spettatori per prendere il rispettivo posto, e da essi, a spettacolo ultimato, uscivano.

Quelle scalarie, intersecando i gradini circolari, costituivano cinque cunei o scomparti, ciascun dei quali veniva poi assegnato a determinata classe di spettatori; onde vi fosse quello de’ magistrati, quello de’ mariti, quello de’ giovani pretestati, quello de’ conjugati, e vie via degli efebi, oratori, legali, pedagoghi, soldati, che giammai si confondevano colla plebe, e le altre distinzioni del popolo, le quali venivano osservate, da che un decreto d’Augusto, secondo lasciò ricordato Svetonio nella vita di questo Cesare, le avesse a prescrivere, a ciò indotto dalle ingiurie che un senatore aveva ricevuto nel teatro di Pozzuoli.

«Egli, Augusto, scrisse quello storico, rimediò alla confusione ed al disordine estremi che regnavano negli spettacoli, mosso dall’ingiuria ricevuta da un senatore, che nella occasione di celeberrimi ludi in Pozzoli, che avevano attirato immenso concorso, non aveva trovato posto, ordinando con un senato consulto, che in tutte le rappresentazioni publiche il primo ordine spettasse a’ senatori. Vietò ai deputati delle nazioni libere e alleate di sedere nell’orchestra, perchè avesse sorpreso che molti fra di essi fossero del genere de’ liberti. Separò dal popolo il soldato. Assegnò posti particolari a’ mariti, speciali gradini a coloro che portavano ancor la pretesta, collocandone i precettori appresso. Agli abbigliati in bruno (pullatorum) interdisse il centro della cavea. Alle femmine, già confuse cogli uomini, non concesse assistere che dal posto superiore alle lotte de’ gladiatori. Destinò alle sole Vergini Vestali un separato posto nel teatro di contro alla tribuna del pretore»[5].

Petronio nel suo Satyricon, ci ha lasciato alla sua volta memoria che l’ordine più alto ne’ teatri fosse quello riserbato agli schiavi, alle cortigiane ed all’infima plebe, in quel passo in cui Criside, l’ancella della dissoluta Circe e mezzana de’ suoi amori, accostando Encolpo e invitandolo da parte della sua padrona, alla maraviglia di costui che schiavo di Eumolpione s’era infinto e mutato il nome in quello di Polieno, così risponde: «Quanto al dirti schiavo ed abbietto, questo è lo stesso che accendere il desiderio di colei che ti aspetta; perchè hannovi alcune donne che dilettansi di sucidume, o non sentonsi brulichio se non alla vista di schiavi, o di sergenti ben infiancati: ad altre un mulattiere coperto di polvere, ad altre un attore che figura su per le scene. Insigne fra queste è la padrona mia: ella sale dall’orchestra al quattordicesimo ordine, e in mezzo all’ultima plebe rintraccia chi più le piace»[6].

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