Storieta
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I

I viaggi fatti in furia hanno il loro vantaggio, e non conviene calunniarli come si suole. E poi nella vita febbrile del nostro tempo che cosa è che non si faccia in fretta? Leggiamo forse mai un libro per intiero? Studiamo forse per dieci anni almeno una riforma politica prima di farla? Ci ricordiamo per caso di ciò che abbiamo fatto ieri? S’è dormito per tanti e tanti anni colla ninna-nanna dei dogmi immutabili, che una volta svegliati ci siamo messi a correre per chi sa fin quando. E poi e poi, quando si sa leggere bene, si può anche leggere presto; meno i rarissimi casi, nei quali il libro sia un gioiello d’arte, che si mira, che si contempla, che si accarezza, e che, come la donna amata, ogni giorno ci rivela un nuovo tesoro e una bellezza nuova.

Così è dei viaggi; si possono anch’essi far presto e bene, e anche dallo sportello d’un vagone e dalla finestra d’una locanda si possono sorprendere colla stenografia del pensiero tante e preziose medaglie estetiche e psicologiche. Attraversi, per esempio, i monti pittoreschi e le valli ridenti del Tirolo; senti alle stazioni della ferrovia lo squillo poetico delle trombe montane, vedi al crocicchio delle strade campestri i grandi crocifissi, che proteggono il maturare delle biade e ricordi i sentimenti profondamente religiosi dei buoni tirolesi. Attraversi le foreste della Selva Nera, i campi della Germania centrale, e vedi sospesi dovunque i nidi artificiali, che invitano gli uccelletti del Signore a vivere presso la casa dell’uomo, ed eccoti rivelata una pagina del sentimento germanico, che protegge con tanto amore le piccole creature. E così di seguito.

Anche a quelli che hanno poco tempo da spendere consiglio un mese di Scandinavia, e non abbiano rimorso di viaggiare in fretta. Sarà una doccia psichica, che rinfrescherà loro il sangue febbricitante. Che bella cosa riposare l’occhio, che nell’estate italiana trova tanti prati riarsi e brulli, riposarlo sopra pianure interminabili, verdi e fresche di prati, o farlo vagare tranquillo sulle dense foreste dei pini e delle betule! Che bella cosa è riposare l’orecchio nel silenzio di una società, che si muove, si diverte e lavora senza far chiasso! Qui anche nelle grandi città le campane non suonano, i cani non abbaiano, i venditori di giornali non gridano, i monelli non bestemmiano: tutto tace e riposa in una serena contemplazione della natura, e l’attività è anch’essa tranquilla e senza rumore. Silenzio per l’occhio, silenzio per l’orecchio, e silenzio anche per quell’altro senso, quintessenza di tutti e che ci innamora delle figlie di Eva. In Italia abbiamo troppe chiome nere, che schizzano scintille, come pelle elettrizzata d’un felino; abbiamo troppe pupille nere, nei cui abissi profondi si perde la pace serena della vita tranquilla.

Qui da Copenaghen in poi nuotate nel calmo lago delle chiome bionde (permettetemi l’innocente secentismo). Oh quanto biondo, oh quanti bellissimi biondi! Biondo di stoppa di lino e biondo di barbe di mais, biondo di chifel e biondo di rame biondo, che al sole risplende come oro fuso e oro castagno, dalle mille ondulazioni di tinte intermedie; e poi sotto quelle cornici bionde tanto latte e tanti petali di rose del Bengala da sentirsi rinfrescati per tutta la vita e guariti dagli incendi delle chiome corvine e delle pupille profonde delle nostre donne.

Vi è qualcosa d’altro che rinfresca e riposa nel mondo femmineo della Scandinavia: la mancanza delle linee curve e del movimento serpentino. (I geografi me lo perdonino, ma etnologicamente e psicologicamente io chiamo scandinava anche la Danimarca). In Germania s’incomincia già a vedere, che gli uomini si muovono con un altro sistema di giunture e le donne, per non farli sfigurare, fanno lo stesso; ma in Scandinavia poi la linea curva del moto è assolutamente proibita in tutti i casi e in tutte le direzioni. Si cammina per angoli, si ride per angoli, ci si siede e ci si leva e si parla per angoli; e sono angoli acuti. Troverete la bellezza, la forza, la maestà, mille elementi estetici della figura umana; ma la grazia è assente e d’ignota dimora. Chi mi dà uno solo di quei movimenti flessuosi, che sono un poema di eleganza e di voluttà; chi mi dà la grazia delle razze greco-latine? Ma gli angoli hanno la loro virtù rinfrescante e calmante e se andate in Scandinavia, vi faranno un gran bene.

Prego però le nostre belle signore a non insuperbirsi troppo. Lassù vi è una coltura nelle loro sorelle, che sorprende davvero, ed è coltura seria, profonda, non vernice di copale e di similoro. A Stocolma ho potuto parlare italiano (immaginatevi con qual piacere) colla contessa Hamilton e colla signora Retzius, moglie di uno fra i più illustri antropologi; e quelle due signore parlavano benissimo anche il francese, il tedesco, l’inglese. Qui i professori più illustri hanno nelle loro compagne veri colleghi nel lavoro. Una di esse fa le fotografie, mentre il marito studia un paese o una razza; un’altra osserva al microscopio o dissecca gli insetti, perchè l’uomo l’ha fatta compagna dei suoi lavori come delle sue gioie; e anche in Italia conosco donne dalle chiome corvine e dalle pupille profonde, che potrebbero e saprebbero far ciò che ogni giorno fanno le loro sorelle scandinave.

A Copenaghen mi ha consolato un’altra cosa: il non vedere straccioni per le vie, e d’allora in poi non ne ho più veduti. Il monello sudicio e lacero non esiste, l’operaio mal lavato e con molte parti del suo vestito assenti, non si trova; ogni uomo e ogni donna hanno l’aspetto decente, pulito; si direbbe che il proletario non esiste o si nasconde. E poi l’uomo si rispetta molto e vuol esser rispettato; nelle botteghe si deve cavare il cappello; non si può fumare in moltissimi luoghi; vi è un grand’ordine dappertutto. Si sente insomma di vivere in una società più sana di dentro e di fuori, che è attonata e vigorosa; non convulsa e stracca, che ora s’agita e ora s’accascia.

Nel parco di Frederikstoy ho veduto a Pentecoste passeggiare migliaia e migliaia di persone; un’onda di gente tranquilla e serena, che sorrideva, parlava poco e mostrava di divertirsi assai. Nel Tivoli poi son rimasto più di otto ore e ho studiato l’ingenuità beata di un popolo, che è felice, perchè si sente bene, e che non ha bisogno di innebbriarsi per godere della vita. L’ingenuità è virtù sparita da un pezzo nelle razze latine: nel Tivoli di Copenaghen ve n’era tanta da allagare tutta l’Italia. Quella brava gente si divertiva sulla slitta russa, si divertiva a tirar le boccie, si divertiva a romper le pipe con palle di legno, e un avviso a stampa invitava il pubblico ad ammirare la straordinaria bellezza della fioritura dei tulipani.... Oh chi darà anche a noi un pochino di questa cara, di questa _sancta simplicitas?_[1]

Ed ecco che io sto per chiudere la mia descrizione e non vi ho detto nulla di Copenaghen; ma il mio carattere ufficiale di antropologo mi fa studiare con più vivo amore gli uomini; e d’altronde aprite una guida e vi troverete la descrizione dei monumenti, dei musei, delle chiese.

La Danimarca ha eretto al suo Torwaldsen un vero tempio, dove si trovan riuniti in originale o in copia tutti quanti i suoi lavori. È un palazzo e una chiesa nello stesso tempo, dove potete ammirare tutti i frutti di uno dei più operosi artisti moderni.

L’Italia non ha saputo fare altrettanto per il suo Canova, per il suo Raffaello, per il suo Michelangelo; ma è anche vero, che i danesi non erano tanto ricchi di glorie dell’arte, e ogni nostra città è un museo e un tempio in una volta sola.

Il museo preistorico e il museo etnologico di Copenaghen sono i primi del mondo senza contrasto, ed io non ve ne potrei parlare leggermente, come non si può parlare che in segreto e a bassa voce della donna amata. Vi ho passate tante e tante ore da abbacinarmi gli occhi e da rendermi paralitiche le gambe. Steinhauer e Worsoe me ne fecero gli onori con quella grazia e con quella cortesia, che sono una virtù carissima di tutti gli scandinavi.

Da poco tempo nel bellissimo castello di Rosenborg si è fondato un terzo museo, che raccoglie i prodotti artistici e industriali dell’età moderna, e così voi senza uscire da Copenaghen, potete seguire l’evoluzione storica del lavoro umano dalle ciclopiche ascie di selce dei padri degli scani fino alle ultime chincaglierie del nostro secolo chincagliere.

Copenaghen è una città bella e severa. Qualche palazzo con architettura puramente greca, e tutte le case senza balconi; vie larghe e diritte; alberi dovunque. Ciclopismo e mancanza di gusto dappertutto. Tramvays che sembrano torri, omnibus che paiono balene, e gente che cammina vestita in modo da farci credere, che i sarti non esistano in Danimarca e che i vestiti furon mandati a Copenaghen da un lontano paese per gente non mai veduta.

Ii

Da Götaborg a Stocolma ho attraversato la Svezia, seguendo la via dei laghi e trovando ad ogni momento insufficienti le parole ammirative del nostro dizionario e anche tutte le altre più mirobolanti del vocabolario tedesco, ad ammirare tutte le bellezze, che passavano dinanzi ai miei occhi innamorati: wunderschön, wundergross, wunderhübsch... In Scandinavia bisogna sapere il tedesco, e sulle coste della Norvegia conviene conoscere l’inglese per non vivere isolati in mezzo a un mondo che non intendiamo e che non ci intende. Pur troppo però anche il tedesco e l’inglese non servono che per parlare colle persone colte; nelle botteghe, col popolo minuto, cogli impiegati delle ferrovie ci vuole la lingua universale della mimica e quella ancor più eloquente del denaro e delle minaccie; i due poli entro i quali si muovono e si fanno muovere tante cose di questo mondo sublunare.

La mia ammirazione durò tre giorni e tre notti, e all’ultimo era talmente esaurita da potersi dir morta. I poveri nervi umani hanno anch’essi dei confini e la coppa della gioia ha pur troppo un fondo che si trova presto.

Consiglio i touristes di non prendere il battello a vapore a Götaborg, ma di raggiungerlo colla ferrovia a Traulhettan, per poter visitar meglio e con maggior calma le incantevoli cascate del Gotaelo. Così ho fatto; e a piedi, assaporando voluttuosamente il morbido e fresco contatto dei muschi e delle borraccine, son passato d’una in altra cascata, sulla guida del vispo e biondo monello, che portava scritto sul suo berretto: Cicerone N. 12; una parola italiana giunta fino nell’interno della Svezia e portata in capo del più caro e ingenuo ragazzetto, ch’io m’abbia visto. Altri undici ciceroni gli eran compagni alla stazione, ma appena videro di non essere stati scelti a nostra guida, ci salutarono cortesemente, senza neppur lanciare al cielo una bestemmia o dare un pugno al fortunato rivale. Quanta differenza fra quei ciceroni numerizzati di Traulhettan e i nostri, che non portan numero sul berretto, ma che sono così spesso insolenti, brutali e insopportabili!

Chi ha veduto le cascate classiche della Svizzera troverà che queste della Svezia sono meno grandiose, ma in nessun luogo ne vedete in maggior numero e che si succedono con maggiore varietà. Qui il fiume si precipita d’un colpo da una grande altezza, circondando una rupe con una chiesuola e un po’ più in là raccoglie un getto di spuma per lanciarlo in un abisso nero, stretto e profondo; mentre a un mezzo chilometro di distanza le acque spumeggiando fanno fra le rupi tre o quattro salti, che si alternano con ondosi riposi, a guisa di un cavallo, che fremendo caracoleggi. Fanno cornice alle cascate colline gentili coperte di pini e fabbriche di carta di legno o casette romantiche, che fanno spuntare attraverso gli alberi un profilo civettuolo.

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