
Public-domain ebook
Delle speranze d'Italia
by Cesare Balbo
Language: it200 downloads on Project Gutenberg
Subjects
In: History - European·History - Modern (1750+)·Politics
Public-domain ebook sourced from Project Gutenberg #76738.

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by Cesare Balbo
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In: History - European·History - Modern (1750+)·Politics
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The opening · free to read
Pochi anni sono io scrissi sulla storia d’Italia e sugli insegnamenti pratici a trarne, un libro ch’io serbava a rivedere e pubblicare in altri tempi. — Ma ora voi. Signore ed Amico, trattando quasi il medesimo assunto nel vostro libro del Primato, avete fatte inutili molte parti del mio. A che ridire men bene tante cose magnificamente dette da voi, e nelle quali consentiamo? A che, per le poche nelle quali dissentiamo, ripor io con fatica quelle fondamenta dei diritti e dei doveri pubblici italiani, da voi poste, a parer mio, irrevocabilmente? A che ricominciar sempre, rinnegando i predecessori, per profferir sè solo capo di scuola e d’idee, come fanno taluni a grave danno delle scienze, e, che è peggio, delle pratiche più importanti? — Meglio edificare sull’edificato da voi; accettar da voi ciò che mi par dirittamente sancito dalla vostra eloquenza ed autorità; e partir indi per progredire, se mi sia possibile, poi.
Così ho tentato fare. E non, riprendendo e troncando il mio libro or invecchiato, ma facendone uno nuovo, che mi parve meno ingrata fatica, non, del resto, riferendomi di continuo a voi, in quella forma polemica che suol riuscir poco grata a’ leggitori, per l’obbligo imposto loro di tener a mente due libri insieme; ma facendone uno che possa star da sè, e sia piuttosto una sintesi delle mie idee, che non un’analisi di quelle di nessuno.
Ad ogni modo questo libro ebbe occasione ed origine da voi; e mi venne incominciato con impeto, appena io m’ebbi in quattro o cinque dì, studiato, annotato, e, come si suol dire, divorato il libro vostro; e incominciai riconoscendo ed avvertendo tale origine. Ma finito ora, e sperando non aver offeso nel dissentire voi, che stimo, venero ed amo in vostra persona, ed aver espressa la mia ammirazione per tante parti de’ vostri scritti, ho pensato dedicarvi questo come protesta di tali mie intenzioni e speranze.
Novembre 1843.
CESARE BALBO.
Quando voi, Signore ed Amico, mi faceste il favore di accettar la mia prima dedica, voi mi esprimeste il generoso timore che il vostro nome «recasse forse pregiudizio nel concetto di alcuni alle pagine mie». Ma uno più grave e più certo io ne previdi loro, dall’aver io mirato a moderazione politica non dissimile dalla vostra. È naturale, immanchevole: non si può camminar diritto in mezzo ad una via accalcata, senza urtare di qua e di là, dalle due parti, a destra ed a sinistra, bianchi e neri. E questa è anzi la bellezza, questa la fortezza della vera moderazione politica: che, mentre le parti estreme non si propongono se non un avversario a rimuovere e combattere, la nostra se ne propone due. Noi dunque (se mi concediate continuar a mettere in queste cose il nome mio dopo il vostro), noi non abbiamo raccolto qui se non ciò che seminammo; non abbiamo se non la guerra che movemmo. Se non l’avessimo preveduta, noi avremmo avuta poca cognizione degli affari umani; se ce ne meravigliassimo ora, avremmo senno poco costante; se ci fermassimo o, peggio, ci arretrassimo, poco cuore.
In tutti i paesi dove duran parti (e patenti o latenti elle durano all’età nostra dappertutto), molti sono i quali amano la patria meno che non una frazione di essa, men che la parte o talora il ceto proprio; molti che amano la stessa parte propria, meno che non odiano gli avversari; molti che pretendono tutto conservare, e molti che tutto mutare, e molti che vorrebbero non solamente conservazioni o mutazioni, ma rivoluzioni od all’indietro od all’innanzi; e queste stesse, men come mezzi di profitti patrii, che di propri, profitti chi di roba, chi di gloria, chi di vendette. E a tutti questi è bello, è santo l’opporsi di qua e di là, il porsi fortemente in mezzo, in tutti i paesi del mondo. — Tuttavia, in quelli dove sono patenti le parti, dove apertamente si può combattere, e per esse e contro ad esse, è minore il pericolo senza dubbio, e per ciò la fortezza de’ moderati. Colà essi possono colla parola, cogli scritti, colle azioni quotidiane e pubbliche, dimostrare la sincerità e virtù della propria moderazione; possono distinguersi da tutti quegli uomini deboli, dubbi o doppi, che sono gl’impostori della parte moderata, il pervertimento della virtù della moderazione; e se non possono scartar tutta la noia vegnente loro e dagli avversari e dalla «compagnia empia e malvagia», che è in qualunque parte, anche buona, essi possono pur prevedere non lontano l’accrescimento, ed in ultimo la vittoria della propria. Colà essi hanno compenso alle ingiustizie presenti, nella certa e non lontana giustizia de’ posteri.
Ma non così ne’ paesi dove le parti latenti s’esagerano in quel segretume, che diventa lor necessità e natura. Sotto tal velo e scudo sorgono di qua e di là quelle, come che si chiamino, leghe difensive od offensive, ma principalmente esclusive, che si rivolgono poi con ardore contra a chiunque lor non si affratella e le sdegna, contro a chiunque parla chiaro e pubblicamente; sorgono quelle purificazioni sempre stolte anche quando son fatte dalle parti vittoriose, più stolte quando dalle parti ancora combattenti, stoltissime quando non è instaurato nemmeno un aperto combattimento. Qui ogni anima sdegnosa, respingendo i segretumi, riman respinta da quasi tutti; rimane non solamente, come altrove, poco accompagnata, ma quasi solitaria; non ha per difendersi in suo modo aperto nè le opere, che le sono vietate sia che soverchi l’una o l’altra parte estrema, nè le parole, che non vi son pubbliche mai; se scrive, ella ha contra sè non una, ma due censure, quella pubblica della parte soverchiante, e quella segreta della parte compressa; quella che sembra voler conservar tutto, anche gli stranieri, e quella che tutto mutare, anche gli strumenti da cacciar gli stranieri; volendo serbarsi pura secondo la propria coscienza, riman dichiarata impura di qua e di là; rimane quasi exlege, fuor delle caste onnipotenti, senza speranza di vincere vivendo la doppia guerra arditamente bandita, senza speranza di niuna giustizia di posteri vicini. — Non è dubbio; in tali paesi sono peggiori che altrove le condizioni de’ moderati; maggiori le difficoltà, i pericoli loro. E maggiore quindi il merito, la fortezza della moderazione.
Peggio ancora ne’ paesi (come Italia) dove durando da lungo tempo la compressione e i segretumi, le parti estreme abbian fallito più volte l’una e l’altra nell’imprese che pretesero fare per la patria. Allora, provata da sè, dimostrata altrui, la propria impotenza, esse sogliono attribuirla alla patria; allora molti di coloro di qua e di là a cui questa non diede retta, sorgono ad impedire che ella la dia a nessuno; allora di qua e di là si rivolgono molti non solamente contra chiunque fa o dice diverso da essi (caso consueto dappertutto), ma contra chiunque fa o dice qualunque cosa in qualunque modo (caso eccezionale in questi infelicissimi paesi); allora sorge e si spande non solamente la generazione degli indifferenti (caso consueto anche questo), ma la generazione de’ disperanti (caso eccezionale e pessimo fra tutti). Perciocchè è vero che alcuni disperanti talor si veggono anche ne’ paesi di parti patenti[1]; ma in quelli essi sono sempre pochi al paragone, non si moltiplicano, non fanno schiatta; nè il possono, spinte innanzi come sono ivi le parti dalle discussioni quotidiane. Ma ne’ paesi di parti compresse, latenti e fallite, si moltiplicano, di qua e di là ed anche in mezzo, i disperanti. E si dividono e suddividono allora in generi e specie numerose. V’è quello che si potrebbe chiamare il disperante truce; quello che ripete il detto classico «unica salvezza essere il disperare», che si rallegra ad ogni male sopravegnente, ad ogni nuova inimicizia, ad ogni turbamento scoppiato, perchè son tanti passi alla desiderata disperazione universale. V’è all’incontro il disperante languido, il quale langue a tutto ciò che desta l’altro, a tutto ciò che desta chicchessia; langue a tutti i fatti, a tutte le occasioni, a tutte le speranze; e quest’è la specie più numerosa e più volgare di qua e di là. E v’è di qua e di là il disperante importante, che della sua disperazione s’è fatta un’autorità, una abilità, o, come si suol dire, una posizione; dalla quale poi egli guarda di su in giù, gravemente sorridendo, a chiunque non dispera sapientemente con esso. E vi sono i disperanti allegri, che si dan buon tempo; e i disperanti speciali, che non veggono speranza se non nella loro specialità (i men cattivi forse, perchè almeno operano in essa); e perfino i disperanti pretendenti religione, pretendenti smettere ogni pensiero della patria, verso cui è pure uno de’ primi doveri della cristiana carità. Tutti questi insieme poi fanno una massa, una pluralità, una generazione fatale alla nazione intiera, che incoraggiano allo scorarsi; fatale specialmente a chiunque fa, scrive o parla per incuorare; più fatale a chi incuora a ciò che sia da fare moderatamente, cioè immediatamente, continuamente, universalmente. — E in tal paese dunque è più bello che in qualunque altro il porsi forte contro ai disperanti di qua e di là, ed anche di mezzo.
E ciò avete fatto voi, Signore ed Amico, indubitabilmente nel vostro libro del Primato; ciò spero anch’io, or seguendovi ed ora osando scostarmi da voi. E quindi non è la dedica, è il titolo stesso quello che potè nuocere al libro mio; è quella parola di Speranze sollevata contro a tutti i disperanti d’Italia. Ed io la sollevai, confesserollo, con imprudenza compiuta; non pensai, nè incominciando, nè inoltrando, ai disperanti. Mi rivolsi, incominciando, contra a coloro che trovan tutto bene in Italia, e non pensai a coloro che trovano tutto male; mi rivolsi, inoltrando, contro a coloro che han troppe speranze, e non pensai a coloro che non ne hanno nessuna: non pensai vivesse uno che disperasse intieramente di una nazione di venti e più milioni d’anime in questa età progressiva, in questa operosità universale. Stolto io! or m’avveggo, ne sono molti: alcuni alti ed altissimi, alcuni bassi e bassissimi; alcuni dentro, alcuni fuori; alcuni bianchi, alcuni neri; moltissimi. Delle Paure, e non Delle Speranze d’Italia, avrei dovuto intitolare e fare il libro mio per costoro; e lusingando negli uni la paura dello spauracchio nero, negli altri la paura dello spauracchio bianco, avrei servito a tutte le paure; servito forse a quelle persecuzioni ed a quegli apparecchi di vendette che sono sole ed impotenti operosità degli uni e degli altri disperanti; servito almeno all’ozio universale, figliuol consueto delle reciproche paure. Peccato ch’io non abbia pensato in tempo a tutti costoro, a tutto ciò!
Ma ora non v’è rimedio: il libro è fatto, ed è lì; manifesto di speranze moderate, co’ suoi tre capitoli rivolti contro a quelle di tutto mutare, e co’ suoi dieci contro a quelle di tutto conservare; ondechè il meglio che se ne possa fare oramai è compararlo, co’ manifesti delle due parti estreme. Perciocchè molti di questi furono fatti da gran tempo; e si possono fare facilmente da destra e da sinistra tutto dì, che che si dica in contrario. Que’ di destra si possono fare e pubblicare più facilmente in Italia, que’ di sinistra più facilmente fuori, che non si potè da me. Il mio libro ebbe incontro a sè quelle due censure, la pubblica e la segreta, testè dette; mentre i libri estremi non avrebbero se non l’una o l’altra. Ma il fatto sta che non sono queste censure altrui l’impedimento massimo a far libri di parti estreme; è la censura propria, è l’impossibilità di far gravi, sinceri, leggibili o almeno durevolmente letti tali libri. Di corsa, in segreto, tra pochi, tra consenzienti e confratelli tutto è facile ad esprimersi, tutto facile ad esagerarsi; e l’una esagerazione s’accavalla anzi sull’altra continuamente. Ma in iscritto, ma in istampa, in un libro che pretenda a qualche gravità, crescono per le mani poi le difficoltà, e talora le impossibilità intrinseche agli scrittori estremi, ma sinceri. Ed a questi è che io dico: vogliate prendere la penna in mano, e distribuir capitoli ed argomenti, e pesar ragioni l’une con le altre, e cassare contraddizioni, ed aggiungere complementi; e vedrete quali libri usciranno dalle esagerazioni, o piuttosto vedrete che non farete libri o che vi modererete da voi. — In tutto il corso del presente scritto io ho fatto poco conto di letterati e di libri, e il rifò; perchè un libro è in somma poca cosa dappertutto, pochissima in Italia, dove colle due censure un libro di interessi italiani è ingrato a fare, difficile a pubblicare, impossibile a diffondersi, ondechè non può avere se non effetto minimo sull’opere nazionali. Ma i libri, inutili sempre a chi non li legge, poco utili talora a chi li legge, hanno almeno questo di buono per chi li fa: che non si posson fare se non più moderati di gran lunga che non i semplici detti, e talor che le azioni; hanno questo vantaggio, di non potersi scrivere da niun uomo sincero senza moderar le proprie opinioni. Ei fu già osservato e detto da gran tempo: che la pratica degli affari pubblici suol moderar gli uomini più estremi; che le opposizioni venute al governo si moderano naturalmente. Ma la pratica dello scrivere modera e deve moderare anche più: chi scrive non ha nè verso altrui, nè verso la propria coscienza la scusa qual che ella sia delle passioni momentanee[2]. — E fu pur detto che la carta tollera tutto; ed è vero; ma quella che tollera troppo, riesce poi intollerabile, e non è a lungo tollerata.
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