D’UN SUO COMPATRIOTTA.
PARIGI. MAD. LACOMBE, STRADA D’ENGHIEN N.º 12. 1846.
A MASSIMO D’AZEGLIO.
Era lunga pezza, che aveva in animo di dirigervi qualche parola, ma più ragioni inutili a dirsi mi tennero sempre fin’ora in forse, e non ultima fra esse si fu la stima che altissima io portai ognora a voi tanto come a letterato e pittore, quanto come a uomo e cittadino d’Italia: cosicchè fino al giorno d’oggi io mi condussi senza mandar ad affetto il proposto mio, volendo anche illudermi per qualche tempo, por fede nelle vostre parole e dividere con voi e coi vostri seguaci quelle speranze che andavate rinfrescando nei nostri fratelli, ed aspettare insomma che finalmente la lima del più acuto rimorso avesse coll’opra continua di venticinque anni appianato, e corroso il callo che ad ogni magnanimo senso un Principe aveva fatto; Principe che mentre i natali, la patria, le condizioni dei tempi, tutto chiamavalo a grandezza, alla rigenerazione d’Italia, prefferse vigliacco infangarsi nella massima delle viltà, e macchiarsi della più schifosa fra le infamie.
Di qui potrete già addarvi, che io non vi intendo parlare nè di arti nè di lettere, sia perchè troppo difficile e malagevole si è il comparire in un’arte o scienza qualsiasi edotto discorrendo con persone in esse dottissime, chè ad altri per quanto io mi sappia non è mai incontrato quello che accadde all’immortale Cornellie, il quale poetando comparve valoroso guerriero al gran Turrena; nè io d’altronde vorrei arrischiarmi di guadagnar la taccia che ebbe quegli il quale fu ardito d’entrare di guerra al cospetto d’Annibale. Altra adunque più importante causa mi induce a dar di piglio alla penna, ed a distendervi questo opuscolo, causa d’alta levatura, perchè si riferisce al bene del nostro paese, alla futura sorte della nostra nazione; e siete voi istesso che non solo me ne avete in mente destato l’idea, ma anzi mi vi avete costretto, vuoi colle pur troppo bugiarde speranze che vi affaticavate in far riporre dagli italiani nel braccio di Carlo Alberto, vuoi col vostro libretto che ha per titolo: Degli ultimi Casi di Romagna, dove insieme a molte buone e belle verità avete pur lasciato, scusate alla mia schiettezza, sfuggire dalla vostra penna non poche corbellerie, dalle quali pensai prendere le mosse, appellando col nome di osservazioni i capitoli in cui di esse sarò per entrarvi.
OSSERVAZIONE I.
L’epoca de’ tiranni è molto lontana da noi.
Pag. 5. MASSIMO D’AZEGLIO.
Quantunque io mi convenga pienamente su di alcuni punti del vostro scritto, pure non è che io non abbia a tenere per assurde varie sentenze, in cui vi siete lasciato forse dalla poca vostra esperienza in siffatte cose trascinare, il perchè non è che io supponga, sono anzi fermamente persuaso che tutto quello voi avete detto, l’avete detto di vera ed intima convinzione; chè se ciò non fosse neppur d’una parola in risposta vi crederei degno. Secondo le vostre viste l’epoca dei Tiranni è molto lontana dai nostri giorni, anzi a pagina quinta del vostro libro non temete di asserire che vuolsi considerare una Fanciullaggine Alfieriana il dire tirannici gl’attuali governi d’Italia; ma dalla maggior parte degli Italiani, ossia dai veri Italiani si pensa ben altrimenti, credetelo, onde la sentenza che voi lanciate contro di chi da voi dissente potriasi in mirabile modo ritorcere su di voi, e su chi infatuato del vostro nome giura ciecamente nelle vostre parole. L’esempio di Papa Gregorio; del Duca di Modena, del Re di Napoli, e di Carlo Alberto parmi debba essere più che bastante a convincere chiunque della verità. È vero che essi più non commettono le follie e le stravaganze che molte volte contro gli antichi oppressori della nostra patria destavano più la compassione che non l’odio, più il disprezzo che non la vendetta, ma è vero altresì che essi si reggono sul soglio con un dispotismo assoluto, il quale basta di per se per caratterizzare tiranno qualsiasi regnante; è vero altresì che le più inaudite prepotenze furono nei costoro stati commesse e si commettono tuttavia, che in spessissime occasioni il sospetto solo, il timore di qualche sinistro, una pretesa prova di morale induzione loro fu ragione sufficiente per farli appigliare ai più vergognosi e prepotenti partiti, per apportare la ruina a delle intiere famiglie, per cacciare individui innocenti in esiglio; o nei ceppi senza che processo di sorta venisse su d’essi instituito ad esaminarne la colpa, anzi senza che talvolta potessero perfino penetrare tampoco la cagione del loro arresto, delle loro persecuzioni, e non sono adunque costoro Tiranni? È fanciullaggine Alfierana il crederli tali mentre al primo rumore, alla più breve causa brandiscono la mannaja? Oh Massimo mio! dove diamine avevate la testa quando ciò scrivevate? Perchè non informarvi esattamente prima di ciò che intendevate communicarci? Perchè non interrogarne gli individui del ceto infimo e medio, invece di chiederne lingua ai compri letterati ed artisti, ai nobili che non ponno soffrire l’agonia della loro aristocrazia, che solo ancora in Piemonte minaccia vita e trionfo? sì perchè non addentrarvi nei misteri della società, e studiarne le piaghe che l’avviliscono, immalvagiscono, e la rendono inatta perfino al giusto lamento, all’indignazione, al solo pensiero, non che all’intrapresa della più bella fra le vendette? Se voi ciò aveste fatto vi sareste facilmente convinto essere assai più crudele la tirannia dei nostri Principi attualmente regnanti, che non era quella degli antichi, tanto più pensando ai tempi in che viviamo, e facendone il paraggio colle passate età. Gli antichi nostri padroni per attutarsi nel loro potere, per rendere temuto il loro nome apertamente calpestavano le leggi umane e divine, spargevano il sangue dei loro sudditi; i Principi del giorno d’oggi fingono di rispettare l’opinione pubblica, fingono d’ignorare tutto, mentre tutto sanno quanto i loro ministri fanno di prepotente, di tirannico, e d’infame e per ritardare sempre più l’ora della ruina del loro dispotismo, che veggono fatalmente avvicinarsi, non solo ricorrono alla scure come i loro maggiori, ma come Polinice appo il Tragedo Senecca si mostrano disposti di gridare quando che sia: io brucerei e padre e moglie e figliuoli, piuttosto d’uniformarsi alle imperiose esigenze del secolo, e discendere alle riforme volute dall’incivilimento. E voi cotestoro credete pazzia nominare tiranni? almeno non aveste lanciato qual sarcasmo contro quella grande anima del Tragico Italiano! che tutti dovremmo imitare non fosse in altro che nell’intenso desiderio d’esser utile alla patria, giacchè niuno più del fiero astigiano dimostrò mai d’intendere l’animo e la mano con più fervore e costanza alla causa della nostra indipendenza nazionale. Onde se qualche goccia di sangue italiano ci scorre anche nelle vene, se qualche fibra non guasta dal cancro della viltà anco si agita nel nostro animo alla nuova di qualche aggravamento, alla vista che ogni giorno più va crescendo la nostra schiavitù, e lo stesso pensiero, lo stesso affetto vorrebbesi, non che inceppato, servo, credetelo pure, lo dobbiamo in gran parte alle scritture di quell’immortale, ai forti e maschi concetti, in cui si apriva quella mente, alle energiche, libere ed infocate espressioni in cui irrumpeva quell’anima. Nè con ciò credete io vi voglia far da predicatore, chè solo intendo di rendervi avvertito che se mai conviene andar molto a rilento in affibbiarsi la giornea di giudici su gli altri, è senza dubbio quando abbiamo a fare con chi su noi giganteggia, su chi fu destinato a spargere torrenti di luce immortale sul cammino della sua vita, come Alfieri, simile a cui se uno per paese nella nostra penisola presentemente vi fosse per tenacità di volere, di desiderio, o di operare, non staremmo gran fatto a crollare quel giogo che da tanto tempo pesa sul nostro collo, ed a cui un gran numero di noi così si mostrano assuefatti da potere a ragione essere paragonati a que’ giumenti che più non paiono sapere camminare se non gravita loro sul dorso la solita soma.
OSSERVAZIONE II.
Non vedo, che a chi ho osato stampare liberamente le sue opinioni sul presente e sul futuro stato d’Italia sia stato torto un capello....
Pag. 4. MASSIMO D’AZEGLIO.
Siano pure, come voi e l’aristocratico per eccellenza vostro Balbo volete, i nostri Signori persone di temperato costume ed illuminate, cosa dicerto la quale non vi si potrebbe menar buona, qualora un colpo d’occhio si desse alla loro vita pubblica, o privata, ma niuno senza dubbio mai troverete, il quale sia sì nuovo delle cose governative dei varii stati del nostro paese, e sì baggèo da credere all’opinione vostra, siccome a detto infallibile, che cioè il più gran rischio a cui uno possa farsi incontro per dire schiettamente quella verità che a tali Governanti non potrà giammai andar a sangue, sia la perdita degl’impieghi, mentre non v’ha villaggio sto per dire della nostra penisola, che non porga la testimonianza di rigorosissime e barbare provvidenze prese non che contro chi fu conosciuto autore di simili scritti, contro a coloro i quali furono intesi parlare semplicemente di patria indipendenza, o furono sospettati d’appartenere a qualche società di liberali, o creduti divulgatori o possessori trovati di libri politici, di cui proibita se ne era l’introduzione. E voi ci venite dicendo che chiunque può scrivere quanto gli pare e piace sugli abusi, sugli infami trattamenti, e pessimi modi di procedere dei governi senza correr grande pericolo? Niuno vi niegherà che i Principi nostri abbiano dimostro qualche volta di non ardire affrontare direttamente la pubblica opinione, di trovarsi in forte imbarazzo nel dover prendere misure di rigore contro qualcuno che o cogli scritti o colla condotta li inquietasse; allora nelle loro determinazioni si ingegnarono di parere moderati, giusti, ed anche generosi, ma voi non mi potrete nemmanco contendere, che essi solamente ciò hanno fatto, fanno, e faranno in quelle occasioni, che temono un altro procedere loro riuscirebbe di pericolo e danno maggiore, cioè quando hanno che fare con persone di gran fama, di gran popolarità; il perchè quand’uno gode la simpatia, la stima e la venerazione della moltitudine facilmente trascina i più dei concittadini nel suo partito, e li obbliga a congioire e a compatire secolui nelle prospere e nelle tristi venture, ed al punto dal farci avere in non cale qualsiasi sagrificio quando si trattasse di salvare il loro capo, di arrivare qualche grande intento. In questi casi torna più a conto dei nostri Tiranni far orecchie da mercanti, far le finte di non vedere o di non sapere, addimostrarsi moderati ed anche generosi, e nell’istesso tempo guardare in segreto modo di rimediare alla meglio la cosa, e trattandosi di scritti di troncarne ogni via alla pubblicità. Che stranezza sarebbe infatti, che il popolo vedendo agire il governo con rigore e crudeltà contro di un qualche suo rappresentante, si levasse a rumore, e facessegli pagare lo scotto coll’ultima di tutte le antecedenti sue prepotenze? Così sembrami non dobbiate far le maraviglie come niuno con voi pensi che l’esempio di Niccolini libero in Toscana, e di Balbo libero in Piemonte possa riprodursi, ogni qualvolta uno scrittore osasse alzare alta e libera la sua voce contro il proprio governo, tanto più poi che riguardo al Balbo ci sarebbero molte cose a dire. Non sapete voi che egli appartiene a quel ceto di cui qualsiasi azione non può essere che buona, e lodevole? Non sapete che egli è di quel legno che in Piemonte è Sacro, e guai a chi lo crede infetto, ovvero lo tocca? Di più meditate le sue speranze, e poi ditemi qual utile si sia ottenuto o si otterrà da un libro che ci viene a predicare impossibile la nostra redenzione tanto, che sta in piedi l’impero ottomano, mentre offuscata, e spenta non è l’odrisia luna? Credete voi che la pensi in fatto della sorte futura della nostra Italia medesimamente che voi, uno che fa partire le nostre speranze dal Turco? Vi ingannereste a gran partito se ciò fosse, io l’ho studiato più davvicino di voi, penetrai più intimamente nell’animo suo, e vi ripeto che egli è troppo aristocratico, è troppo ligio allo splendore della sua casta, per essere davvero amante dell’indipendenza della nostra nazione; aristocrazia della nobiltà piemontese, ed indipendenza italiana son due contrarii, son due forze, di cui una trionfando, necessariamente deve rompersi e spegnersi l’altra: pochi si sentono capaci di resistere all’ambizione e loro basta l’animo come a voi di rinunciare a tanto privilegio di schiatta.