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Avvertenza

Questo volume di pagine carducciane differisce dalle altre prose scelte del Carducci, anch’esse di nostra edizione, in quanto gli scritti qui raccolti appartengono tutti allo studio della nostra letteratura e ne seguono dall’alto lo svolgimento e la storia. Naturalmente, pur non essendone escluso nessuno dei piú importanti, non tutti gli scritti critici del Maestro sono in questo volume; giacché anzitutto ne avremmo troppo ingrossata la mole e, secondariamente, non avremmo potuto raggiungere quella armonia delle parti che ci sembrava necessaria al carattere particolarissimo del libro.

Il quale, comunque, sarà prezioso per le persone colte e per i giovani studenti. Quelle potranno agevolmente, e senza dovere far ricerche nei venti volumi delle Opere, trovar qui il miglior succo del pensiero letterario carducciano; questi avranno in queste pagine un prezioso sussidio per lo studio della storia letteraria. Talché noi non sapremmo consigliarne abbastanza vivamente ai signori professori l’adozione.

Per quanto ad altri sia piaciuto affermare diversamente, è certo che nessuno, dal 1860 in poi, ha veduto cosí chiaramente e cosí precisamente come il Carducci nei fatti e nei fenomeni della nostra letteratura. Dai grandi discorsi sullo svolgimento della letteratura nazionale a quelli sull’opera di Dante, del Petrarca, del Boccaccio; dagli studi sui trovatori a quelli sul Magnifico, sul Poliziano, sull’Ariosto, sul Tasso; dagli scritti polemici e critici sul Tassoni, sul Muratori, sul Monti a quelli sui lirici settecenteschi, sul Metastasio, sul Foscolo, sul Leopardi, sul Manzoni, sul Prati, sul Guerrazzi, sul Panzacchi: tutta la storia critica ed estetica della letteratura italiana si svolge ai nostri occhi con una serietà, con una precisione, con una ricchezza e una finezza di osservazioni e di impressioni veramente meravigliosa. E poi, quale mal critico o storico del nostro tempo ha potuto avere — con bellezza sua e vantaggio straordinario dei lettori — il sussidio di una prosa come quella del Carducci, che pare scolpire le idee e svelare i concetti piú oscuri, che si giova di una cosí toscana dovizia e varietà di lingua, e di uno stil nervoso e robusto che ricorda a tratti quello del Machiavelli?

Non abbiamo creduto opportuno di ingombrare il volume di note: salvo, s’intende, quelle che il Carducci stesso appose qua e là ai suoi scritti. Poichè errare è umano e poichè ogni giorno gli studi fanno progressi, vi sono, anche in queste pagine del Carducci alcuni pochi e poco notabili errori. Il lettore, se mai, li rileverà da sé. Non era necessario, per esempio, far sapere che i terrori del Mille sono ritenuti oggi una leggenda, o che Guido Reni non è contemporaneo di Tiziano. Le persone anche mediocremente colte lo sanno, ormai, senza che vi sia necessità di una apposita nota.

Crediamo fermamente che se il Carducci fosse ancora in vita, si compiacerebbe altamente di questo volume in cui uno dei suoi discepoli migliori ha raccolto e amorosamente curato il fiore delle prose critiche del Maestro. Il tenue prezzo gioverà poi a far conoscere vie piú questi scritti in cui splende una cosí grande luce di bellezza e di Verità.

L’opera Di Virgilio

[È il discorso Per la inaugurazione d’un monumento a Virgilio in Piétole, tenuto in Piétole il 30 novembre 1884 — Opere, I, 191-202].

I.

Primus ego in patriam mecum, modo vita supersit, Aonio rediens deducam vertice Musas; Primus idumaeas referam tibi, Mantua, palmas; Et viridi in campo templum de marmore ponam Propter aquam, tardis ingens ubi flexibus errat Mincius et tenera praetexit arundine ripas.

Nessuna parola in questo luogo e in questo giorno poteva essere pronunziata innanzi a quella di Virgilio; nessuna, prima dei solenni versi con i quali egli offeriva alla patria la corona sua di poeta, con i quali poneva su i dolci campi nativi l’imaginato tempio della sua gloria.

Dopo adombrate nelle ecloghe le agitazioni e perturbazioni della sua gioventú e del suo popolo tra il tumulto delle guerre civili; su ’l terminare il poema della pacificazione d’Italia, le Georgiche; fermo già il pensiero alla epopea della nazione e dell’Impero d’Italia e di Roma, la Eneide; Publio Virgilio Marone, nel florido vigor della vita, a quarant’anni, dagli ozi felici di Partenope chiedeva con i voti gli auspicii non alle glorie antiche della Grecia, non alla presente fortuna di Roma, sí alla sua Mantova, alla veneta umbra etrusca città «gens illi triplex», verso la quale e carità del luogo natio e le fatidiche memorie del vecchio popolo italiano lo richiamavano. — Io primo — cantava —, cosí la vita mi basti, ritornando dalla vetta aonia condurrò meco in patria le Muse: io primo porterò a te, o Mantova, le palme idumee; e ne’ campi tuoi verdi alzerò un tempio di marmo presso dove il Mincio erra largo in lente curve di avvolgimenti e veste le rive d’una molle cintura di canne. — In mezzo il tempio ei vuol porre la effigie di Cesare: a onore di Cesare cento quadriughi saranno agitati in corso lungo il fiume ocneo e celebrati su la pianura di Bianore i giuochi di Grecia; ai quali indirà le prove e assegnerà i premi egli il poeta, nello splendor della porpora, coronato d’oliva. Nelle porte del tempio saranno effigiate le battaglie di Cesare e le armi di Quirino vittorioso: staranno attorno in marmo di Paro i discendenti di Assaraco e di Giove, gli eroi troiani, e Apollo in mezzo di essi.

Il monumento sórse, ma non in picciolo campo, sí nella estensione dei secoli: il monumento sórse, ben altro che di marmo pario: voi lo sapete, è la Eneide. Ma in cotesta affettuosa fantasia di cittadino è l’imagine vera della poesia virgiliana: dalla tranquilla verdura di questo piano lombardo, su ’l nitido specchio del largo fiume, ella sorge, nel candido splendore del marmo pario, serena, pura, solenne; e intorno a lei si agitano in basso i rumori gloriosi dei popoli e dei condottieri de’ popoli.

Non dunque un monumento a Virgilio: troppo solenne se ne levò uno da sé. Non l’encomio: il nostro eloquio, tutto ancora mortificato dalle bassezze della servitú e già chiazzato dalle macchie della licenza, troppo suona inferiore e discorde a quella perfetta armonia d’arte che è la poesia virgiliana. Io, se il mio proposito, signor Prefetto e signor Sindaco e voi tutti spettabili uomini del Comitato e di Pietole, non paiavi ardito, io mi proverò d’interpretare e dimostrare, come voi, con devozione di posteri e con reverenza d’italiani intitolando dal nome di Virgilio il vostro comune e la effigie di lui, quasi nume presente, collocandovi in mezzo, faceste cosa degna in tutto dell’antica Italia. Io toglierò il poeta dalle scuole degli eruditi, dalle academie dei letterati, dalle aule dei potenti, e lo restituirò a te, o popolo di agricoltori e di lavoratori, o popolo vero d’Italia. Egli è sangue vostro e vostra anima: egli è un antico fratello, un paesano, un agricoltore, un lavoratore italico, che dalle rive del Mincio salì al Campidoglio e dal Campidoglio all’Olimpo.

II.

In questa dolcezza profonda di paesaggio corcato nel verde, egli aveva il podere paterno, tra la collina e la palude giuncosa, oltre la quale tremolava la distesa del Mincio: qui aveva un vigneto, un verziere e grasse terre da pascolo: anche avea nel podere sorgenti vive, e i suoi stagni popolati di cigni, e fresche ombre di alberi: alle quali seduto nella splendida primavera poteva sentire il ronzio delle sue api dalla siepe vicina, e il gemito dei colombi, suo amore, dalla casa tra gli olmi, e mesto nella lontananza il canto del potatore. Temperato e modesto crebbe in abitudini di silenzio e meditazione; e dal consentimento del quieto paesaggio alla placida vita, dalla monotonia della natura con l’anima, aspirò una tristezza serena, che è il fondo, su cui ondeggiano le fantasie, sorridenti tra le lacrime, della sua gioventú, il fondo da cui si leva il pensiero malinconico e alto della sua virilità. — Qui fresche acque, qui teneri prati, o Licori: qui vorrei tutta passare la vita con te. — Ma no — gridò il veterano invadente, rompendo a mezzo con l’aspra voce il sogno del poeta: — via di qua, vecchi coloni. E nelle ecloghe quel Melibeo che migra, quel Titiro che rimane spettatore della rovina del paese, quei compianti di servi e di giornalieri, sono la voce della vecchia Italia; la voce di tutti i lavoratori mal compressa dal gladio dei veterani di Cesare; l’ultima querela delle tribú rase di su ’l suolo della patria dalla accentratrice restaurazione di Silla. La vecchia Italia avea fermato co ’l diritto e con la religione la proprietà del suolo, e con ciò assicurata la produzione, la ricchezza, la libertà. L’aristocrazia romana e la rivoluzione militare strapparono il dio Termine. La Repubblica è finita. «Barbarus has segetes?» diventa nei secoli il grido della misera Italia.

Virgilio ebbe poi dalla prudenza dei nuovi dominatori ristoro ai danni: cangiò le nebbie mantovane e il piccolo podere agli splendori di Pausilipo e Baia e al predio di Nola. Ma da quella iniqua mutazione delle paterne fortune, da quella violenta perturbazione dei sogni suoi giovanili, l’animo buono di lui, osservante del diritto e amante della quiete, fu impresso per modo che ne contrasse un abito di naturale malinconia; ma, anche pervenuto alla matura potenza dell’arte sua, egli dipingerà pur sempre con la memore fantasia i grandi riposati paesaggi della pianura natia sotto un velo di caligine candida che non è ombra.

III.

E pure quest’anima sí presto offesa dal dissidio della vita si direbbe che per la stessa ferita assorbisse la gran freschezza della speranza, anzi della fede, in una felicità promessa al genere umano, in una età d’oro che esso, quando che sia, pur deva percorrere su questo pianeta. Onde il poeta, o persuaso delle tradizioni etrusche del millenario, o inspirato da un’eco di sentimenti messianici che venia dall’oriente, tra il tumulto ancora delle armi civili esclamava,

Aspice venturo laetentur ut omnia saeclo.

E il primo passo verso quella letizia avvenire gli parve dover essere la pacificazione dell’Italia nella ristorazione dell’agricoltura: indi il poema sí civile delle Georgiche.

I vincitori, partita che ebbero l’Italia tra i veterani, si accorsero aver fatto il deserto: e Mecenate poté ben consigliare al colono di Mantova, volesse con la poesia risvegliar l’amore dell’agricoltura, forza già di Roma e d’Italia, nei popoli dalle guerre venturose disaffezionati alle campagne omai guaste, volesse conciliare i veterani, nuovi possidenti, ai vecchi coloni nell’amor del lavoro. Ma l’inspirazione del poema è piú lontana, piú alto il pensiero. È il pensiero dei repubblicani di parte plebea. I Gracchi volevano con la legge agraria richiamare il popolo dagli ozi turbolenti del fòro alla operosità buona dei campi, volevano con le rusticane virtú premunirlo dal guasto delle mollezze orientali, volevano in fine rendere italiana Roma per salvar la repubblica. Virgilio volle lo stesso per rialzar l’Italia e conciliarla a Roma che andava impersonandosi nell’impero. Il vecchiarello Coricio, lavoratore contento di un picciol pezzo di terra, è la condanna dei latifondi che perderon l’Italia. E se nel motivo politico il poeta di Cesare accompagnasi ai Gracchi, nell’idea morale ed umana che si fa dell’agricoltura di quanto non avanza l’aristocratico agricoltore Catone! «Divini gloria ruris» è un sentimento ignoto ai signori dei grandi predii, è un’espressione nuova nell’antica poesia. Per Catone la terra era l’instrumento del guadagno: per Virgilio è la madre pia degli uomini eguali:

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