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About this book

La Cintia è una drammatizzazione barocca di Giambattista della Porta, ambientata a Napoli e strutturata come una commedia in più atti. Il testo si apre con un’esuberante invocazione al pubblico, dove il narratore descrive la magnificenza di un palcoscenico ricco di ornamenti, logge dorate e luci che sembrano sfiorare le stelle. Subito dopo, la scena si sposta su una serie di personaggi – Mitieto, Cintia, Arreotimo e altri – che introducono una trama di inganni, travestimenti e conflitti familiari. Il dialogo iniziale tra Mitieto e Cintia già svela il nucleo della vicenda: una giovane cresciuta sotto mentite identità di genere, costretta a confrontarsi con il proprio padre e con le convenzioni sociali dell’epoca.

Lo stile è tipico del teatro italiano del XVII secolo, con un linguaggio ricco di metafore, invocazioni classiche e una retorica ampollosa che enfatizza l’onore, la virtù e la passione. La voce dei personaggi è marcata da un ritmo declamatorio, adatto a una rappresentazione scenica. Chi apprezza il teatro barocco, le complesse dinamiche di genere e le sottili critiche sociali troverà in La Cintia un esempio affascinante di dramma italiano, ideale per studiosi di letteratura teatrale e lettori curiosi di scenari storici ricchi di artificio e sentimento.

Characters in La Cintia

  • MitietoYoung nobleman in 17th‑century Neapolitan attire, dark curls, velvet doublet, lace cuffs, feathered hat
  • CintiaAndrogynous youth in elaborate court costume, flowing silk shirt, breeches, long hair hidden under a cap, delicate features
  • ArreotimoMiddle‑aged gentleman, greying beard, rich brocade coat, powdered wig, dignified posture

The opening · free to read

La Cintia

«SEBETO FIUME» FA IL PROLOGO.

Oh che pompa, oh che grandezza, oh che superbo spettacolo è questo ch'oggi si rappresenta agli occhi miei! quando si vidde mai tanto ornamento di sí superbo apparato? Veggio gli alti palagi, i dorati tetti, le ornate logge e i sacri tempi della mia gran cittá ridotti in picciol seno, e d'una Napoli forse un'altra Napoli. Onde qui tanti lumi che non so se questo apparato sia asceso al cielo per arricchirsi delle sue stelle, o se le stelle del cielo sieno qua giú discese per illustrarlo? E se ben il sole è di sotto il nostro emisferio, qui nondimeno si vede in mille parti diviso, sí che par veramente che di bellezza egli contenda col cielo. Ma perché dico «lumi», se sono vivi smeraldi, infocati rubini e giacinti di dorato splendor fiammeggianti? o forse la primavera l'ha ornato col prato de' suoi infiniti e vari fiori? O felici occhi miei, e quando vedeste voi mai in un ridotto tante illustrissime persone, quando tanta bellezza di donne? Veramente come l'Italia avanza tutto il mondo di pregio, cosí è ella avanzata dalle felici campagne dove risiede questa beata patria.

Ed ecco tutta la grandezza di Campagna chiusa in questo luogo; anzi quanto di pompa, di bello e di magnificenza possiede l'intiero mondo, tutto oggi si rinchiude in questa sala. Laonde se Venere con le sue grazie è discesa dal cielo per goder cosí onorata compagnia di gentildonne, le quali con lo splendor de' lor occhi lucenti hanno fatto qui in terra un picciol cielo, se Marte con la sua gloria per sedersi fra questi illustri cavalieri, se Giove con la sua maiestá per starsi fra sí giustissimi senatori, se Mercurio con la sua eloquenza per aiutar sí nobilissimi rappresentatori che hanno oggi a recitarvi la favola; non vi debbia esser di maraviglia che vi compaia ancora il vostro Sebeto, picciol fiume e umile sí bene, ma glorioso e grande per bagnar solo le mura dell'alma cittá di Napoli. Ché, lasciando le mie fiorite sponde, l'erboso letto e l'onde piú chiare di stillato argento, vengo ad un sí solenne spettacolo e ad allegrarmi con esso voi, o miei illustri e magnanimi figli; posciaché per cosí fatta ragione posso far gloriosa concorrenza col Po, col Mincio e col famoso Tebro.

Qui la copia col ricco corno feconda il bel vostro paese; qui la moltitudine del popolo contende con la grandezza della cittá, perché la cittá con la sua grandezza non cape in se stessa e il popolo è quasi infinito: la sua capacitá è cosí grande che non si può imaginar cosí gran popolo che basti a riempirla, e il popolo è cosí numeroso che non si può imaginar cittá che basti a capirlo; onde si può ben dire che l'un resti dell'altro vincitore. Qui è il tempio della religione, qui il trono della giustizia, qui la vera sede della pace, qui il rifugio de' miseri, qui il seggio della magnificenza, qui il cielo pieno di felici influssi, qui fioriscono i nobilissimi intelletti, qui cantano per le mie rive piú assai canori cigni che per le vaghe rive di Meandro, qui il valor della cavalleria, le leggi e le armi e i buoni costumi che bastano a far felice ogni cittade; onde non è maraviglia se cosí io me ne pregio, me ne glorio e me ne vanto.

Ecco qui una compagnia di nobilissimi cavalieri che vogliono recitar una comedia a queste bellissime gentildonne. Voi dunque con la piacevolezza de' vostri angelici visi aggradite le lor fatiche, accioché poi con maggior animo ve ne rappresentino dell'altre. Vivete dunque felici e lieti, ch'io, veggendo dar principio alla favola, mi ritiro a piú riposta parte per ascoltarla.

Persone Che Rappresentano La Favola

MITIETO vecchio servo di Arreotimo CINTIA giovane innamorata sotto abito di maschio Balia di Lidia AMASIO giovane sotto abito di donna PEDOFILO padre di Amasio SINESIO vecchio padre di Erasto e di Lidia LIDIA innamorata ERASTO innamorato DULONE servo di Erasto Capitano Balia di Cintia ARREOTIMO padre di Cintia.

La favola si rappresenta in Napoli.

ATTO I.

SCENA I.

MITIETO vecchio, CINTIA sotto abito di maschio.

MITIETO. Talché, per dirvelo liberamente, Cintio mio caro, né maggior bellezza accompagnata da onestá, né maggior chiarezza di sangue congionta con umiltá trovarete, né maggior amor senza gelosia si vede in donna giamai di quello che porta ella a voi. E se in tutte le cose è qualche termine o modo, solo in amar voi ella non serva né termine né modo. Ella è non men d'opre che di nome chiara; si chiama Lidia, che è la pietra del paragone dove tutte le virtú si scuoprono e s'affinano: talché come cosa illustre e singulare, o sia in casa o sia in piazza o nelle chiese, tira a sé gli occhi e tien le lingue sospese e i pensieri di ciascheduno; e par che la natura e la fortuna l'abbiano dotata di tante grazie solo per farla vostra compagna. Onde di tanto favore voi dovreste a Dio un perpetuo rendimento di grazie; e voi sempre piú duro e ostinato in rifiutarla perseverate.

CINTIA. Mitieto, io non ho visto né il piú duro né il piú ostinato uomo di te, che, avendomi ostinatamente tutt'oggi intronato il capo, ancora perseveri a molestarmi.

MITIETO. La cagione n'è Arreotimo vostro padre, il qual mi sforza a far questo ufficio con voi e pensa che il difetto venga da me, come io non sapessi persuaderlovi acconciamente, perché è rissoluto che voi abbiate ad ammogliarvi.

CINTIA. Se ben a mio padre io sia stato in tutto ubidiente e abbia fermo proposito d'esser cosí sempre per l'avvenire, pur nel fatto della moglie voglio ubidire a me stesso, perché io son quello che ho da vivere e morir con lei.

MITIETO. Egli non vi obliga piú ad una che ad un'altra, ma vuol che la finiate tosto, perché molti anni vi vien dietro con diverse spose, e voi attaccandole or un difetto or un altro le rifiutate tutte, come se nel mondo non si trovassero donne di voi degne.

CINTIA. Come ti sforzi di persuadere a me, perché non ti sforzi di persuadere a mio padre che faccia altro pensiero?

MITIETO. Voi sapete ch'ogni padre desia vedere i nepoti, e massime chi è padre di un solo.

CINTIA. Non vedrá mai mio padre, dandomi moglie, da me generar figliuoli.

MITIETO. Che sète forse ammalato? Voi sapete che son stato vostro balio, e l'affezion grande, che v'ho portata da picciol bambino, s'ha occupato il luogo della natural creazione, che mi posso dir vostro padre: se vi nascondete da me, a chi dunque nel mondo vi palesarete?

CINTIA. Mitieto, quando arai intesi i miei guai, a te dispiacerá di avergli intesi e a me d'avergli raccontati: però per tôrre all'uno e all'altro questo travaglio sará meglio ch'io taccia e soffrisca.

MITIETO. Manifestate il vostro male, ché l'infirmitá conosciuta si può rimediare, ma la taciuta va sempre di male in peggio.

CINTIA. Dimmi, posso fidarmi io di te?

MITIETO. Questa domanda è un'occolta maniera di notarmi d'infedeltá, poiché dubitate se debbo tacer cosa che son tenuto per debito a tacere.

CINTIA. Oimè, che tremo e mi vergogno palesare il mio secreto! Sappi, Mitieto mio caro, ch'io son femina.

MITIETO. Femina? ed è possibil questo?

CINTIA. Cosí non fusse mai stato!

MITIETO. O Dio, che intendo!

CINTIA. Nulla ancora delle gran cose che sei per intendere.

MITIETO. Ma come son stato io cosí cieco che, avendovi tenuto in braccio tante volte e vestito e spogliato tante volte, non mai me ne sia avveduto?

CINTIA. Come volevi tu accorgertene, se la diligenza di Ersilia mia madre fu tale che né l'istesso mio padre ne fece accorgere?

MITIETO. Deh! manifestatemi di grazia la cagion del tutto.

CINTIA. Stammi tu dunque ad ascoltare.

MITIETO. Ma raccontatelo di grazia come se aveste a raccontarlo in una scena.

CINTIA. Sappi che quanto Ersilia, la mia madre, fu bella e nobile tanto fu poco agiata de' beni della fortuna; abbitava qui presso ad Arreotimo mio padre, il quale invaghitosi di lei corruppe la madre, le serve e tutti di casa con danari, e si godé di lei. Ella che ben sapea l'arte di rendersi altrui soggetto, mostrandosegli grata in ogni cosa e soggiogandolo con la sua bellezza, lo ridusse in poco tempo a tale che oltra di lei non vedeva, né sentiva altro diletto che di udirla ragionare e di averla sempre in braccio. Onde ella divenne il tutto; ed egli le promise liberamente che se di lei avesse avuto un maschio, che sommamente desiderava, la sposarebbe e la farebbe erede del tutto; ma partorendogli una femina, le donarebbe quattromila ducati, e del resto lascerebbe erede Sinesio, questo vicino suo grandissimo amico. Or mia madre, che altro non bramava che uscir di peccato e restituirsi nell'onore, si voltò a Dio con i piú efficaci prieghi, con le piú ardenti lacrime che mai uscissero da cor di donna, aggiongendo voti a voti e pregandolo che le concedesse un maschio. Ecco s'ingravida e partorisce me, nel cui picciol soggetto si vede raccolto un grande apparato di formidabili accidenti....

MITIETO. Come dunque nascose il parto ad Arreotimo?

CINTIA.... Ella avea determinato vincer l'impresa ad ogni modo, e come prudente ch'era, s'avea preparato una comare che le trovasse un maschio, per mostrarlo quel giorno ad Arreotimo. Venne il tempo del parto, e le successe ogni cosa come desiderava; sicché Arreotimo vide in scambio di me un maschio, ed io fui mandato a battezzare, e di Cintia che si dovea, Cintio mi si pose nome. Fu tal poi la sua accortezza che non lo fe' accorger mai ch'io fussi femina, fidandosi solo d'una mia balia. Arreotimo la sposò secondo la promessa e l'instituí erede nella sua morte; essendo anch'io bambina, passò di questa vita, restando io sola miserabil reliquia di tanti affanni. Or sia detto assai della mia madre, del mio nascimento, e torniamo a' casi miei....

MITIETO. Gran meraviglie son quelle che mi raccontate.

CINTIA. Maggiori ne udirai.--... Venuta ch'io fui all'etá convenevole, Arreotimo mi mandò alla scuola con Erasto, figlio di Sinesio, acciò, per essere amendue d'una istessa etá, l'emolazione avesse me spronato agli studi. Apparai lettere, e le mani nate alla conocchia e all'aco rivolsi a maneggiar cavalli e armi e tutte quelle arti che rendono illustre un cavaliero, non lasciandomi superar da Erasto, anzi lasciandomelo dietro di gran lunga. Lodava molto mio padre quest'amicizia, veggendolo ornato di tante lettere e di tante buone creanze, anzi non voleva ch'io trattassi con altro che con Erasto; onde nacque tra noi una amicizia strettissima, trattandosi fra noi di risoluzioni onorate, di desidèri di belle imprese e d'esser compagni a gran fatti....

MITIETO. E in un petto di donna potea capir animo sí valoroso?

CINTIA. Ascolta, di grazia.

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