Storieta
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Il volume “Nabuco” di Ferdinando Fontana è un poema drammatico che prende avvio con una narrazione biblica: il grande re babilonese, figlio di Nabopolassar, assedia Gerusalemme due volte, conquista la terra e, accecato dall’orgoglio, si crede superiore a Dio, finché la divinità lo rende folle e lo condanna a vagare come bestia nelle foreste. Dopo questo epico incipit, l’autore‑editore inserisce una prefazione che spiega la volontà di inserire l’opera nella raccolta “L’orrenda Macchia”, destinata a sostenere la propaganda contro la guerra. Il testo si dipana in una lunga argomentazione politica, in cui Fontana denuncia le menzogne dei partiti, elogia i modelli svizzeri e americani e difende l’idea di una società civile che rifiuti la violenza armata. Il poema, dunque, è sia una rielaborazione storica che una dichiarazione di impegno pacifista, presentata con un tono appassionato e didattico.

Lo stile è tipico della fine del XIX secolo: una prosa ricca di citazioni, riferimenti a autori contemporanei e un linguaggio retorico che mescola lirismo a argomentazione politica. La voce narrante è quella di un intellettuale impegnato, che usa il dramma storico per veicolare idee di riforma sociale e di pacifismo. Chi apprezzerà questo libro sarà un lettore interessato alla letteratura italiana dell’epoca, a temi di storia biblica reinterpretati in chiave moderna, e a testi che coniugano arte poetica e dibattito politico. Ideale per chi ama le opere che, oltre a raccontare, cercano di influenzare il pensiero del loro tempo.

Characters in Nabuco

  • NabucoMajestic Babylonian king, long dark beard, jeweled crown, flowing royal robes, stern gaze
  • NabopolassarAged Babylonian monarch, white‑streaked beard, headdress of gold filigree, regal mantle, dignified expression

The opening · free to read

La fine del nostro secolo, caratterizzata dagli eserciti immani, rassomiglia ad una foce strozzata da rupi enormi, alla quale faccian capo molti fiumi. Tutte le grandi quistioni, che agitarono sempre l'umanità, vi ribollono e vi rigurgitano, volendo ogni onda, ogni opinione passare per la prima; ma, fino a quando le rupi enormi--gli immani eserciti--staranno, sobboliranno invano le contese di priorità e rigurgiteranno ben anco in dolorose reazioni, poichè la paralisi, cioè la confusione, cioè la menzogna (che è il peggior male di tutti!), laddove impera lo spettro della guerra, si impadronirà sempre più di ogni partito, accada ciò nelle monarchie o in una repubblica come la francese.

Mentono infatti i conservatori d'ogni tinta, chiusi fra le crescenti spese d'armi, che la loro politica richiede, e la necessità di non poterla abbandonare; e si cammuffano da liberali, persino da socialisti, pur di procrastinare la propria rovina. Mentono i repubblicani delle monarchie e quelli della repubblica francese: impotenti i primi a smuovere popoli inermi, dinanzi ai quali stanno falangi tanto raffinatamente armate, da valere ogni loro soldato un battaglione di vent'anni fa; impotenti i secondi a fondare una vera repubblica, cioè federale come la svizzera e l'americana, e a compiere le riforme sociali, sola missione che possa avere una repubblica moderna. Mentono persino i socialisti, che, pur tanto numerosi e tanto bene organizzati in Germania, anzichè poter mettere in pratica il loro programma, debbono ancora, o chinar la testa agli ulani minacciati dall'imperatore, o limitarsi a lottare, sul campo ristretto d'un parlamentarismo eunuco com'è il tedesco, contro un'aumento di spese militari.

La necessità prima, dunque, la più urgente, è quella di abbattere quelle rupi; e il prender parte all'agitazione di chi mira a tale scopo è obbligo di ogni uomo che voglia pretendere il nome di civile, qualunque sia la sua opinione politica. Poichè, egli non può accampare il solito sofisma: «esser la guerra una _necessità storica_» dovendo parergli evidente che le necessità storiche sono un derivato puro e semplice degli ambienti sociali; sicchè, se in tempi dal giure ristretto, quasi ancor schiavo della forza, poteva esser necessità il mantenimento della guerra, nei nostri, dal giure allargato, cioè capace di surrogarsi ai metodi arcaici della forza, diventa appunto necessità storica la sua abolizione.

Nè queste ragioni son di quelle, come si suol dire, campate in aria; no; poichè già abbiamo popoli che ce le mostrano ogni dì in pratica, quali la Svizzera e gli Stati-Uniti, che--per consenso universale,--sono a fatti più innanzi di noi nei metodi di civiltà.

Ivi la donna (pietra ai paragone, questa, per i popoli e per gli individui) è meglio trattata; non da mercanti di schiave truccati da cicisbei, come da noi, ma da galantuomini: nell'educazione, nelle leggi; tantochè essa può sperarvi molto meno lontana la propria compartecipazione alla vita politica. Il fanciullo più amato, non vezzeggiato soltanto. Il debole meno schiacciato dalla forza brutale, da balzelli, dal caro dei viveri, dalle fiscalità.¹ Il giure così perfezionato da render sacra l'ospitalità ai perseguitati politici. L'istruzione diffusa, larga, popolare. E, finalmente, i partiti politici, base prima della vitalità d'un popolo, nettamente definiti; non essendovi possibilità di confusione là dove tutte le opinioni possono essere ampiamente discusse, non soffocate da quei cannoni, i quali, come argutamente disse Filippo Turati, «hanno sì le bocche rivolte al confine, ma sparano dalla culatta».

¹ Negli Stati-Uniti le leggi obbligano il Governo a non far lavorare più di 8 ore tutti i suoi impiegati ed operai; colà non esiste il terribile libretto degli operai, il salario dei quali è, in media, 4 volte maggiore di quello d'un operaio italiano, mentre i viveri vi sono più a buon mercato che in Italia; colà finalmente gli operai sono armati, tantochè, prima di porsi in sciopero, gli operai di Homestead poterono esercitarsi alle armi liberamente su piazze pubbliche, preparandosi alla difesa!

Poichè è bene intenderci: Coloro che accusano gli amici della pace di voler ridurre gli uomini ad esser conigli o capponi, non possono essere che sciocchi o gente in mala fede; l'opera degli amici della Pace mirando appunto evidentemente allo scopo diametralmente opposto.

No, non contro la difesa delle genti, ma contro l'offesa, muove la propaganda degli amici della Pace, dei demolitori dei grandi eserciti; essa mira, non a togliere le armi che ognun può impugnare a propria salvaguardia, ma a sciogliere la coalizione delle armi fatta a danno di tutti; non a toglier la rivoltella a chi deve attraversare un bosco, ma a strappar i tromboni dalle mani dei briganti che attendono al varco.

Ciò è tanto evidente, che gran parte della loro propaganda ha per argomento la Nazione Armata e che i migliori loro uomini, come il Colajanni, ad essa dedicano attività di studi indefessi[1] volgarizzando, sì, l'odio all'arme liberticida, disumana, ma, in pari tempo, l'amore all'arme che si brandisce per il diritto; dimostrando a luce meridiana, che, perchè la guerra non sia, occorre che tutti abbiano un arme; che quello delle armi non deve essere un mestiere, ma un diritto; che padrone dell'armi deve essere soltanto il popolo, la collettività, non una parte sola di esso; che la sola forza di un paese sta nel programma: «Tutti militi, nessun soldato» La qual cosa accade appunto nella Svizzera; laddove, (secondo gli stessi scrittori appartenenti ad eserciti permanenti) non solamente lo spirito militare è senza paragone immensamente più sincero, la mobilitazione più facile, la difesa sacrosanta della patria più sicura; ma la pace vi è naturalmente mantenuta, poichè ogni infame idea di conquista, cioè di aggressione alla patria altrui, vi sarebbe impossibile, chè gli stessi cittadini si solleverebbero contro a colui che osasse loro proporla, adoperando così quelle loro armi non per la guerra, ma contro alla guerra. Forte popolo, forte davvero, perchè fornito del buon senso di quel barcajolo, (di cui, forse, leggerete più innanzi) il quale, interrogato se in certo viaggio dovevasi portare una spada, che pur aveva servito a orribili gesta, esclamava:

Un arme?... Sempre!... Finchè è tristo il mondo!

¹ Vedi Rivista Popolare fascicoli III, IV e V. (Luglio--Settembre 1893)

Chi non vede queste cose è un cieco; chi le vede e le nega è un iniquo; chi, giudicando l'età presente alla stregua delle passate, va predicando che i «bagni di sangue» sono necessità storiche è un rètore; chi crede che l'umanità potrà progredire,--cioè perfezionarsi fisicamente e moralmente, strumento vivo (nelle mani d'una forza ignota) la cui missione è di debellare la materia colle scienze, colle arti, con ogni umano ingegno--senza sciogliere prima la coalizione degli eserciti, senza prima escludere le cause d'ogni terrore, d'ogni inciampo, d'ogni indebolimento, d'ogni impellente menzogna giornaliera, che la obbliga a vivere nel minuto e non nel tempo,--costui è un visionario; chi odia la guerra e non offre, per quel che vale, la propria forza a coloro che si agitano per abolirla, è un vigliacco.

E poichè in memoria di quell'uomo veramente civile che fu Francesco Siccardi, l'_Unione Lombarda_ fece appello agli scrittori italiani per un opera letteraria, che rispondesse e giovasse ai suoi ideali, io credetti mio dovere di scrittore e di uomo civile di rispondere a quell'appello presentando al pubblico questo poema drammatico.

E qui, certo, qualcuno esclamerà: «Un poema drammatico!...--Ma credi proprio tu, che questa fosse la miglior forma letteraria, che potevi scegliere, specialmente a questi lumi di luna di verismo, e specialmente ora (e si può dire da molti anni) che i versi trovano, sui palcoscenici e nelle platee, avversari così numerosi e quasi nessun amico?»

In parte rispondo nel Prologo a queste osservazioni. In linea generale rispondo quì:

Il temperamento letterario italiano è innegabilmente lirico: lo provano le schiere innumerevoli dei nostri musicisti; lo prova il fatto, che, non soltanto furono e sono poeti due terzi almeno dei nostri grandi scrittori, ma poeti furono altresì la maggior parte dei nostri grandi uomini; che poeti furono: e scultori come Michelangelo, e pittori come Salvator Rosa, e principi come Lorenzino De-Medici e Vittoria Colonna, e prosatori come Boccaccio, e statisti come Macchiavelli, e matematici come il Vinci; e furon persino uomini di governo Dante stesso ed Ariosto.

Aggiungasi l'attitudine al verso ed al canto delle nostre plebi; la devozione con cui, a Napoli, a Palermo, a Roma, il popolo oggi ancora sta a sentire i declamatori della Gerusalemme e dell'_Orlando_; i molti poeti vernacoli d'ogni provincia d'Italia (notate: quasi nessun prosatore vernacolo!) cioè i poeti più ingenui, direi quasi più indigeni, fra i quali molti sommi davvero e innegabilmente eguali, se non superiori, a poeti e scrittori nella lingua nazionale, come il Porta, il Meli, il Belli.

Che più!--Dopo tante lotte e tanti trionfi alterni di classici, di romantici, di veristi, ecc.; dopo tanta letteratura di indole così varia e così mirabile, che ci venne d'oltr'alpi, il temperamento lirico degli italiani è rimasto tal quale; sicchè si può affermare con sicurezza che basta ricordare i Sepolcri del Foscolo, tanto al più raffinato critico guanto al mediocrissimo dei lettori d'Italia, perchè la loro ammirazione scoppi egualmente sincera, come se tutta l'intima loro natura si risvegliasse, non sminuita neppure dal giusto tributo offerto ad altre forme letterarie nostrali o forestiere che sieno.

I nostri musicisti, infatti, sono quasi esclusivamente operisti; l'opera, anzi, è nata qui. Il risorgimento delle lettere vi dà, addirittura ai primordi, commedie dello stesso Macchiavelli e di Bruno, insuperate ancora nell'arditezza. Il poema di Dante si chiama Commedia! Decisamente il teatro noi italiani l'abbiamo nel sangue, se--come alla lirica--statisti e filosofi al par di quelli, gli dedicano parte della loro vita.--L'abbiamo tanto nel sangue, che gli anglo-sassoni ci chiamano persino una «nazione teatrale».--Al che si potrebbe rispondere: che l'indole d'ogni popolo è fatale, ed ognuno--anche l'anglo-sassone--ha la propria, coi suoi difetti e colle sue virtù, colle sue esagerazioni e coi suoi equilibri. Ma si potrebbe soggiungere: che, per noi, il conservar questo temperamento teatrale è quistione anche di gratitudine; poichè esso ebbe la benefica influenza di tenerci vivi, nel mondo e fra noi, quando lo straniero ci schiacciava; quando, cioè, non potendo combattere battaglie, Guerrazzi scriveva dei libri, sì, ma, sulle scene, Goldoni era in fiore, e vi risonavano le melodie di Rossini, di Donizetti, di Bellini, di Verdi e i versi di Alfieri, di Niccolini, di Manzoni e di Romani.

Quanto al gusto, alla moda odierna, mi sembra esagerata l'affermazione di coloro, i quali ritengono che al pubblico ripugni il verso sulla scena drammatica.

Al pubblico ripugna soltanto la monotonia, e piace la varietà. Il verso gli venne in uggia quando se ne abusò, come gli venne in uggia la commedia a tesi, e come sta per venirgli in uggia la pochade per lo stesso motivo.--Ma già, nel Prologo, accenno a queste cose; qui mi sia concesso di osservare: che i fatti danno torto, anche nel presente, a quella affermazione; poichè, laddove il verso compare ancora sulla scena drammatica (e non son rare le volte) purchè vi compaja come varietà e non come consuetudine, e purchè gli attori siano eccellenti, il pubblico, specialmente la classe popolare, affolla ancora il teatro più dell'ordinario.

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