Storieta
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About this book

Il volume è una raccolta di poesie che prende il nome da Isaotta Guttadàuro, figura mitica a cui il poeta si rivolge con litanie d’amore e di lode. L’opera si apre con un canto dedicato a “madonna Isaotta”, in cui il sole rosso sorge sopra il colle d’Orlando e i balconi si riempiono di rose, mentre la voce narrante implora la dea di rispondere alle preghiere. Segue un dialogo immaginario tra il cantore e la donna, intriso di immagini di gioielli, viti d’oro e paesaggi idilliaci, che conducono il lettore in un percorso onirico tra balzelli di luce, valli e valli di viti. La struttura è frammentata in ballate numerate, ognuna delle quali dipinge scene di natura, corte, e incontri fantastici, mantenendo un tono di lode e ricerca di un tesoro simbolico.

Lo stile è tipicamente decadentista, con un linguaggio ricco di aggettivi, metafore barocche e una musicalità che richiama le forme poetiche della fine del XIX secolo. La voce è alta, quasi oracolare, e si muove tra lussureggianti descrizioni di paesaggi e l’intimità di un dialogo amoroso. Chi ama la poesia simbolista, i testi che fondono mito, natura e sensualità, troverà affascinante questo viaggio lirico; è particolarmente indicato a lettori interessati alla poetica di Gabriele D’Annunzio e alle atmosfere romantiche dell’epoca.

Who appears in Isaotta Guttadàuro ed altre poesie

  • Isaotta GuttadàuroEthereal woman with dark flowing hair, golden brocade gown, roses on balcony, luminous skin

The opening · free to read

--O madonna Isaotta, il sole è nato vermiglio in cima a 'l bel colle d'Orlando: ei su' vostri balconi ha ravvivato le rose che morìan trascolorando. Sorga da l'ampio letto di broccato or la vostra beltà lume raggiando. O madonna Isaotta, il sol che v'ama con un lucido cantico vi chiama; e gridano i paoni a quando a quando.

Udite voi salir nostre preghiere o ancor vi tiene il Sonno in tra le braccia? Dolce sarebbe a' nostri occhi vedere i primi raggi su la vostra faccia ove il trapunto lin de l'origliere ne la notte lasciò sua rosea traccia. Palpita il vostro sen con più veloce ansia a' richiami de la nostra voce, mentre la fante il busto alto v'allaccia?

«Levasi a lo mattin la donna mia ch'è vie più chiara che l'alba del giorno, e vestesi di seta Caturìa, la qual fu lavorata in gran soggiorno a la nobile guisa di Surìa», canta l'Antico nel poema adorno. «Il su' colore è fior di fina grana, ed è ornato a la guisa indiana; tinsesi per un mastro in Romanìa».

Levasi da 'l gran letto in su l'aurora la mia donna; e la sua forma ninfale tra le diffuse chiome a l'aria odora e a 'l sol risplende più bianca del sale. Tutta di gocce tremule s'irrora ne 'l lavacro di marmo orientale. Miran le statue a torno quella pura forma e tessuta ad arte in su le mura ride la greca favola d'Onfale.

Ridono i fatti di Venere dia su 'l cofano di cedro, alto lavoro d'artefici maestri di tarsìa, che sta ne 'l mezzo d'un bacile d'oro; ove con signorile atto la mia donna gitta incurante il suo tesoro di smeraldi, rubini e perle buone che piovon come per incantagione sovra il metallo nitido e sonoro.

Ella, composta in vago atteggiamento, a mezzo de la rara conca emerge; e la fante con anfore d'argento pianamente d'ambrate acque l'asperge. Al diletto ella freme, e con un lento gesto la chioma rorida si terge. Come tondi i ginocchi e come bianchi! Han dal respiro un dolce moto i fianchi e il petto ad ogni brivido s'aderge.

O madonna Isaotta, è dura cosa ir le beltà non viste imaginando. A voi conviene omai d'esser pietosa poi che da tempo in van prego e dimando. La bocca picciolella ed aulorosa, la gola fresca e bianca in fine quando concederete al bacio disiato? O madonna Isaotta, il sole è nato vermiglio in cima a 'l bel colle d'Orlando.--

II.

Così chiamai l'amata in nona rima, sotto il grande balcon di tiburtino ov'han lo scudo i Guttadàuro-Alima con gocce d'oro in campo oltremarino. Dormìa la villa ne 'l silenzio: in cima a li aranci de 'l nobile giardino aprivano i paoni le gemmanti piume verso la luce, e de' lor canti striduli salutavano il mattino.

Ella apparve.--Buon dì, messer cantore!-- disse ridendo con gentile volto. --Non questo è il tempo gaio de 'l pascore, ma voi siete di ver loquace molto. Or seguite a trovar rime d'amore, chè con benigno orecchio, ecco, v'ascolto.-- Io le dissi:--Madonna, io son già fioco. Or voi di sì salutevole loco scendete a me che son di pene avvolto!--

Ella tacque; ed il capo inchinò mite: ne li occhi le ridea novo pensiere. Tutta quanta di porpora una vite saliva da l'inferïor verziere, e le bacchiche foglie colorite mesceansi con le rose a le ringhiere. Avean piegato un dì li aspri sermenti a la copia de' grappoli rubenti che il padre Autunno infranse nel bicchiere.

Ella disse ridendo:--Io pongo un patto, vago sire, a la mia dedizïone. --Il vago sire--io dissi--accoglie al tratto quel ch'Isaotta Guttadàuro pone. Ed ella:--Quando un sol grappolo intatto ne' vigneti che bagna il Latamone lungh'esso il chiaro colle solatìo troveremo, io sarò pronta al disìo vostro e sarete voi di me padrone.--

III.

Ella discese allora: un giuramento fece sicuro il gran patto d'amore. E prendemmo la china. Senza vento era l'aria; ne 'l placido candore erano i campi senza ondeggiamento, brevi selve di canne erano in fiore. Quasi una gratitudine beata al sole offrìa la terra bene amata: era novembre, il tempo de 'l sopore.

D'innanzi, il Latamon, fiume regale, lambiva in suo lunante arco i vigneti ove l'ebro clamor vendemmiale ed i carmi de' rustici poeti salutato avean già l'almo natale de 'l vino autor di gioia, ora quieti. Disse Madonna:--Siate accorto e saggio: quivi incomincia il pio pellegrinaggio.-- D'in torno s'inchinarono i canneti.

Io dissi:--Non mi giova la fortuna, o madonna Isaotta, ne 'l trovare.-- Ed ella a me:--Non ha virtude alcuna il fino Amore per v'illuminare? Il grappolo tardìo dove s'aduna da lungo tempo, come in alveare, la dolcezza del miele a 'l lento foco de 'l sole, aspetta noi per qualche loco.-- Io dissi:--Non mi stanco di cercare.--

Noi camminammo giù per la vermiglia china che discendeva all'acque d'oro. Da lungi a quando a quando una famiglia di villici sorgendo da 'l lavoro ci guardava con alta maraviglia; e le fanciulle interrompeano il coro. Venendo innanzi con giulivo ardire una gridò:--Che mai cerchi, o bel sire?-- Ed io risposi a lei:--Cerco un tesoro.--

Noi così camminammo: ella men lesta, poi che non concedeami anco la mano. In guardare tenea china la testa, bella come la bella Blanzesmano allor che cavalcò per la foresta a fianco a 'l suo Lancialotto sovrano. Le fronde sotto i pie' stridevan forte; ma a quelle viti ignude aspre e contorte li occhi chiedevan la dolce esca in vano.

Disse Madonna:--Riposiamo al fine.-- Era lungi un trar d'arco il bel rivaggio. L'alta erba mareggiava in su 'l confine placidamente, come biada a maggio; or sì or no giungea da le colline di citisi e di timi odor selvaggio. Pareva il sol d'autunno per le chiare vie de 'l cielo un novello orbe lunare: i vapori facean mite il suo raggio.

Ella disse. Non mai le sue parole ebber soavità così profonda: cadevan come languide viole da l'arco de la sua bocca rotonda. E quel sorriso fievole de 'l sole ancor la testa le facea più bionda. Era, d'intorno, un grande incantamento. Era il diletto mio qual d'uom che, lento, in giaciglio di fiori ampio s'affonda.

Tacque. Uno stuol d'augelli, d'improvviso, attraversò con ilari saluti. Noi trasalimmo, come ad un avviso misterioso de la terra; e, muti, impallidendo ci guardammo in viso. Poi prendemmo sentieri sconosciuti. I pioppi nudi e senza movimento parevan candelabri alti d'argento; ed i lauri fremean come leuti.

IV.

Oh ne la valle concava d'Orlando inaspettata vista del tesoro! Giacea la bella vigna fiammeggiando con tralci di rubino e foglie d'oro; e uno stuolo d'augelli roteando facea ne 'l mezzo de la vigna un coro, --O madonna Isaotta, ecco la vita!-- io le gridai, con l'anima rapita. Ed in alto gridò lo stuol canoro.

Io la trassi a quel loco: ella più lesta venìa, chè forte io la tenea per mano. Tutta rosea volgea da me la testa, bella come la bella Blanzesmano allor che la baciò per la foresta l'amato suo Lancialotto sovrano. E le dissi:--O Madonna, io tengo il patto. Per voi colgo il fatal grappolo intatto.-- Ella mi diede il bacio sovrumano.

II.

Ballata D'astíoco E Di Brisenna

Amor, quando fiorìan ne 'l bel paese il biondo Astíoco e Brisenna reina, da 'l colle a 'l pian, da 'l fiume a la marina sonavan alto le tue chiare imprese.

La terra di Brolangia era un verziere, in figura d'un sistro, ismisurante. Il verde paradiso due riviere cingeano, come braccia d'un amante. Il suol crescea meravigliose piante, nudrito da le pingui alluvïoni. Quivi tennero lieti eptameroni il dotto Astíoco e Brisenna cortese.

La bontà che venìa da' lor costumi era sì dolce, o Amore, e sì profonda che il suolo si coprìa di rose e i fiumi volgean oro smeraldi ambra ne l'onda; e, come ne la Tavola Ritonda, ragionavano i tronchi e le fontane, potea la Luna su le menti umane, munían gl'incanti ai prodi elmo e pavese.

Su la cima del bel colle d'Orlando sorgevano i palagi, aperti a 'l giorno. Diecimila colonne scintillando ricorrevan per l'alte moli a torno. Vi saliva una scala, in doppio corno, ampia, coperta di fanti e d'arcieri, di messi, di valletti e di levrieri, di dame e di donzelle in ricco arnese.

Convenivan le donne de' poeti ivi, in un luogo detto Galaora; e sedeano in su' fulgidi tappeti, ove li amor di Cefalo e d'Aurora, illustri opere d'ago, uscieno fuora qua e là di tra le vesti ricoprenti. Sedean le donne, in bei componimenti di grazia, ad ascoltar la serventese.

Oh fontana d'Elai, per molti getti ricadente ne 'l vaso di porfíro, che dieci ninfe e dieci satiretti reggean, piegati ad una danza, in giro! Immergeavi una coppa di zaffiro Brisenna, e la porgeva a 'l rimatore. Celava l'acqua in sè virtù d'amore che in cor mortale si facea palese.

Ma le belle traevansi in disparte. Venivan quindi per eguali torme di sette; e digradando in lungo ad arte imitare volean l'ímpari forme de 'l flauto che il dio Pan seguendo l'orme di Siringa construsse in su 'l Ladone. Come le canne, l'agili persone tutte vibravano, a la danza intese.

Ogni torma correa verso l'eletto. Ad una ad una le bocche fragranti, le bocche dolci più che miel d'Imetto, egli baciava, splendido in sembianti. Fuggia la torma, ed ecco l'altra avanti. E svolgeasi così, lungo i roseti, la danza; mentre li èmuli poeti a tal vista fremean nuove contese.

Oh fontana d'Elai, dove son l'acque che un dì fluiron per sì larga vena? Dov'è il murmure tuo che tanto piacque a 'l mite Astíoco e a Brisenna serena? Cadde una notte ne 'l tuo sen la piena Luna, divelta per forza di carmi. S'infransero a 'l tremore orrido i marmi, e fumaron stridendo l'acque incese.

III.

Pur jeri (uscían da la recente piova i cieli, tersi più che vetri schietti) andavam co' ginnetti pe' boschi de la valle cavalcando.

Ella, dritta in arcioni, agile e franca, reggea ne 'l pugno i freni e moveali con varia maestría. Piegava ad arco il ginnetto la bianca chioma e fervea con leni giochi, sommesso a quella tirannía; e la sua leggiadría e la beltà d'Isotta e il bosco intento e li albori sereni, che di velari penduli d'argento adornavano il bosco in tutti i seni, facean così gentil componimento ch'io mi chiesi:--Non forse in lor balía hannomi i Sogni?--E stetti dubitando.

BALLATA II.

Non m'avevano i Sogni in lor balía; chè mi disse la Bella, ad un radore: --Senti soave odore di viole, che giunge a quando a quando!--

Su' freschi venti odore di viole giungea, soave e forte; trepidavano li alberi novelli, in torno; e aprivan loro gemme a 'l sole le rame ésili e torte; e verzicavan fitti li arboscelli, come verdi capelli ondeggiando ne l'aria ad ogni fiato. E parevan le morte ninfe rivivere, e parea rinato Pane al mondo, ed alfin parean risorte tutte le deità del tempo andato, ma quali un dì le vide il Botticelli in su' poggi di Fiesole vagando.

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