
Public-domain ebook
Dal profondo
by Ada Negri
Language: it527 downloads on Project Gutenberg
Subjects
Public-domain ebook sourced from Project Gutenberg #36060.

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The opening · free to read
Ti fui compagna per le ignote strade del mondo e all'ombra dei crocicchi, in una vita lontana che fu mia, fu mia come questa non già che s'attorciglia al mio collo e al mio cor, segni imprimendo di ferro e corda nelle nude carni. Avevi, come adesso, una giacchetta logora, un viso a lama di coltello, una bocca di fame e di sarcasmo; e andavi senza meta, e andavi senza dolore, solo con la tua miseria, e gran signore della libertà. Lo so.--Per te non c'era e non c'è posto nel mondo disegnato a quadratini ben distinti, con cifre di classifica ben chiare.--V'è qualcuno che ti crede un barbaro--e ti esecra--ed ha paura di te.--Non io, che son della tua razza. Non mi conosci più?... Forse ti sembro più bella adesso, flessuosa nella sottil guaina di velluto fulvo che mi fa somigliare a una pantera. So pettinarmi a onde, con la grazia delle dame che passano in carrozza; e fingere il sorriso, anche nell'ore dello strazio, e mentire una promessa, e offrir la mano e il thè, soavemente, a chi, se volga il dorso alla mia soglia, fa la mia vita ed il mio nome a brani. Ho braccialetti d'oro; ma mi pesano ai polsi. Ho una collana di rubini, ma non la metto, chè mi par la riga vermiglia incisa dal capestro al collo d'un «sospettato» del Novantatrè. Sono rimasta zingara, nel fondo del cuore.--Non si mente al proprio sangue. E t'invidio.... Tu sei libero e forte: non hai padre, nè madre, nè fratelli che vivano di te, che al tuo destino s'aggrappino: il tuo letto è nell'Asilo Notturno: la tua casa è tutto il mondo. Domani puoi senza rimorso ucciderti, per compiere una tua vendetta oscura contro la vita.--Amare anche tu puoi, una donna o un'idea perdutamente amare; e viver per l'amor tuo grande, poi che intatto ti resta il tempo e il sogno. Forte e libero tu fra tanti schiavi, addio. Colei che passa è tua sorella; ma la folla l'inghiotte--e ognun va solo col mistero di sè, fino alla morte.
T'ho vista ieri, irta ferrigna immobile dietro le sbarre d'una vasta gabbia. Non guardavi già tu la gente piccola che ti guardava.--Ferma sugli artigli d'acciajo, gli occhi disperati al torbido cielo volgevi, al cielo!...--Uno scenario t'hanno fatto di rocce, per illuderti: perchè tu creda ancor d'essere in patria, fra pietrami di grotte e di valanghe, fra protervie di rupi e di ciclopici templi, sospesi in vetta a' precipizii, in faccia al vento che a procella sibila. --Ma non t'illudi tu.--Vedi le sbarre, sai che è finita.--Io voglio ora una storia dirti d'uomini saggi, che le proprie mani a foggiar la propria gabbia adoprano, --d'oro o di ferro--quasi sempre d'oro:-- e bene assai la temprano e la rendono inaccessa, e là dentro si rinserrano, e si lamentan poi d'essere in carcere, guardando il mondo co' tuoi occhi d'odio vano e di vana disperazïone. Tu almeno, tu fosti ghermita al laccio, fosti ferita, tu, nella battaglia feroce, prima d'esser come un cencio ignobile fra mano al tuo nemico. E stai senza speranza e senza gemito vile; e chi passa ti può creder morta o sculta in bronzo, così immota e diaccia t'irrigidisci, chiusa in un disdegno indomito per tutto che non sia l'ebbrezza della libertà perduta. E, se tu comprendessi, con un colpo di rostro lacerar vorresti il volto di chi t'offende con la sua pietà.
E tu, che passi e non mi guardi, rapida, inguainata nella nera tunica, avvolto il collo nel tuo boa di martora, che, pari a un serpe flessile e contrattile, t'accarezza, ti bacia e t'assomiglia!... Ne' tuoi capelli bene si dissimula qualche filo d'argento, sotto il morbido tòcco a turbante. Hai messo un vel di cipria a nasconder le prime ombre del tempo sul volto.--Non sei vecchia: non sei giovane: sei donna, in piena voluttà d'imperio sulla vita e sull'uomo.--Ascolta: guardami: ugual ti sono un poco, e molte femmine ti sono uguali, e al nostro fianco passano in questo istante, e sola ognuna credesi ad amare, a soffrire, ad esser viva. Se a' tuoi piedi la soffice pelliccia e la veste procace e le spumose trine cadesser, te lasciando nella bianca fralezza dell'ignudo corpo, sapresti tu vestir questo tuo corpo d'un'anima?... Scrutar ben io vorrei il tuo tormento interïor, per ansia di leggere in un vivo umano libro. Ma tu menti: a te stessa anche tu menti, menti se piangi, e se sorridi: t'hanno insegnata la grazia d'una maschera bella, fin dai sereni anni d'infanzia: modi, leggi, costumi e fede e dogmi altri creò per te: solo ti chiesero d'esser leggiadra: nè tu mai dall'intimo di te stessa traesti, a colpi d'unghia, la verità che ognuno in cuor si porta. Vuoi darmi la tua mano?... Una son io (la mia razza è di zingari, e nei boschi sostano intorno a fuochi di bivacco le carovane de' miei padri ancora) una son io che, se lo sguardo figge in un volto, quel volto si scolora; e dalle vinte labbra esce il segreto che il cuor chiuso vorrebbe.... .... o bella femmina voluttuosa, serpentina e tortile come il tuo boa, per questa volta il pallido tuo viso dica quel che a te nè ad altri dicesti mai: la verità tua vera: una cosa divina, che la scuola del mondo contraffece, deturpò, ridusse a stampo: uno sprizzar di sangue vermiglio, al colpo d'una lama corta.
Non domandarmi perchè son venuta. Lascia ch'io sieda qui, presso il tuo letto. Sei stanca, è vero?... Ti fa male il petto. Oh, non celarti fra le coltri, muta!...
Dio mi donò le mie piccole mani perchè soavi fossero ai dolenti: perchè con gesti di blandizia, lenti, molcesser l'ansie degli spasmi vani.
Io son Fata Dolcezza.--Se parlare m'ascolti un poco, in te tutto si queta: io la posseggo, la malia secreta che può tutte le pene consolare.
Io non so donde venga alla mia voce tanta soavità che il cor ne trema. O sconosciuta, in questa ora suprema abbandònati a me con la tua croce!
Corpo disfatto dalle febbri, cuore convulso, aridi labbri vïolastri, sudate chiome, tese al par di nastri neri intorno al terribile pallore;
vita che lotti nel disfacimento, io ti penetro tutta, io ti fo mia: chiudi gli occhi, raccogli in una pia rete di sogni il tuo lungo tormento!...
--Non ricordare.--Hai singhiozzato, nelle notti eterne, anche tu?...--Non ricordare. Il passato è lontano, è morto, è un mare di nebbia ove si spengono le stelle
e tutto affonda: la tua pena oscura di carne schiava, e le dolcezze troppo brevi, e il giogo dei sensi avidi, ah, troppo per te pesante--e l'ultima tortura,
sai, quella che ti assilla insino al fondo, l'inconfessato orror della vecchiezza sola, senza una casa, una carezza, un bambino, un perchè d'essere al mondo....
.... Or tu sei pura come il fil di luna che di silenzio il tuo lettuccio fascia: tu sbocci dalla vita che ti lascia siccome fronda dalla scorza bruna:
i tuoi occhi socchiusi hanno tra i cigli un sogno d'alba che per vie di cielo salga, spargendo rose senza stelo frammiste a nivei calici di gigli:
e in pace arridi alla tua morte bella, tu fra le braccia mie, tu consolata dalla mia passïone, o Innominata che nel nome di Dio mi sei sorella.
--Ho sonno. Fammi il segno della Croce, mamma.--«In nome del Padre, del Figliuolo, dello Spirito Santo.--» Amor mio solo, ecco, e t'addormi alla sommessa voce.
Come calmo il tuo sonno!... Or che non senti, piangere posso, bimba, al tuo guanciale. Ho tanto male al cuore, ho tanto male, che la mia vita strazierei coi denti.
V'è un modo, per fuggir l'affanno atroce. Ma tu mi tieni col tuo dolce laccio, tu che non puoi dormir s'io non ti traccio in fronte, a sera, il segno della Croce.
Ora mia, tutta mia, di solitudine piena!... Dardeggia l'anima al suo vertice, vermiglia come il sommo di quegli alberi che il sol d'Ottobre, declinando, imporpora. Fui dunque cieca sino a ieri?... I liberi giochi dell'ombra e della luce, il ritmo d'ogni forma terrena, le flessibili grazie dei bimbi e delle donne, i rapidi voli nel cielo di quell'auree frecce che son gli uccelli, e l'anelar degli uomini verso un lor segno, e l'acre ansia di gioja e di potenza che a lottar li scaglia, nulla io vidi sinora?... Alita e sfolgora la vita bella, dentro e intorno a me!... La vita è bella, anche se il cuore piange!... Ov'è il torvo dolor che inconsolabile ieri mi parve--e m'uncinava fibra per fibra--ed io per isfuggirlo uccidermi volevo?...--Forse in quel polverìo d'atomi che in un raggio di sol purpurei danzano?...-- Serenamente or mi contemplo vivere: ondeggia il ritmo del mio sangue al ritmo dell'ore in terra, delle stelle in cielo: carne son io che si fa luce ed aria, puro elemento dell'eternità.
Sotto altri cieli io vissi, in altra forma, con altro cuore. Fiammule e baleni d'allora, erranti lucciole tra' fieni, risfavillano in me, s'io vegli o dorma.
Io so chi fui, nel tempo già travolto in vorticoso baratro d'oblìo. Di vertigin barcollo, se nel mio vivo mister le antiche anime ascolto
destarsi in onde d'energia, frammiste a strappi di ricordi.--Non si muore.-- Chi nacque un giorno, in gioja ed in dolore per mille aspetti immortalmente esiste.
Compagna fui di minatori: moglie, figlia, sorella: impuro il corpo, impura l'anima: chiusa nella gabbia oscura, calai ne' pozzi con virili spoglie.
Rauco il respir, sudato il collo, ansanti d'ardua fatica, a mezzo il corpo ignudi, all'ombra delle vôlte ìnfere, i rudi uomini miei m'apparvero giganti.
Giocai con essi a sfida e a rimpiattino colla Morte, tra i fumi del grisou. E qualcuno di noi non tornò più nel sole. Io sì, tornai, pel mio destino.
In una sporca alba fangosa, «Muori, muori, muori!...» gridai, fra un'accozzaglia di disperati, pronti alla battaglia rossa, verso le case dei signori.
Ero una furia, coi capelli a serpi, colle fiamme negli occhi, con le labbia sfigurate dagli urli. Ebbra di rabbia i sassi disselciai, svelsi gli sterpi,
maledissi, colpìi, caddi, travolta venni sotto lo scalpito irrompente dei cavalli. E passò sulle mie spente membra il sinistro orror della rivolta.
Ebbi un piccolo viso di sognante bambina, bronzeo sotto il nero casco dei ricci. Modulai nel gergo basco le canzoni del vento e delle piante.
Due stracci in croce mi facevan bella; il mio fiato sapea di fior silvano; per un soldo, nel palmo della mano, lessi la buona e la mala novella.
Lavai, cantando, i panni alle sorgenti boschive, e fui Nausicaa gioconda che mentre lava specchiasi nell'onda, sorridendo a' suoi glauchi occhi lucenti.
Libera principessa della tenda gitana, a notte noverai nei cieli gli astri, e composi con ben scelti steli magici beveraggi di leggenda.
Nell'albe fresche, fra l'aulir dell'erba nuova, ornai le mie trecce di monete tìnnule--e v'era chi languìa per sete della mia bocca:--io l'irridevo, acerba....
Ma venne un giorno chi mi fece muta sotto il suo bacio.--Più non so chi fosse.-- Rivedo, a lampi, quelle labbra rosse fra la turba che passa e che saluta.
I brividi dell'odio e dell'amore finsi per mille pubblici, su palchi di legno: ed ogni folla che s'accalchi suscita in me l'alto ricordo in cuore.
Flessi a ogni gioco la mia grazia varia, vita morte follia da me fu espressa: Cordelia pia, Desdemona sommessa, Lady Macbeth sinistra e sanguinaria.
La mia bocca mutevole in un'ora ebbe note di gioja e d'innocenza, e lo stupor del sonno e la scïenza del male, e l'urlo tragico che implora.
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