Storieta
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Xxxi Dicembre

Trentun dicembre, mille e novecento undici, mezzanotte.--Taci e pensa, anima.--Nella vigile ed intensa tua fiamma, vivi; ma il Destino è spento.

Più non si specchia innanzi a te il domani. Nulla aspetti, nè chiedi. La speranza sparve, col sogno. Il tempo che t'avanza sarà come la sabbia fra le mani.

Troncato è il laccio che alle creature t'avvinse, pel tormento e per l'ebbrezza. --Lontanissima, e sola.--Hai l'aridezza della rinunzia sulle labbra dure.

Nella rigida notte, aspre le stelle, simili a chiodi per martirio infissi nelle vôlte dei cieli, entro i tuoi fissi occhi incrociano l'iridi sorelle.

Fuor del tempo, del peso e dello spazio, da te sôrta, in te chiusa, in te bastante, stai. Si consunse il corpo palpitante nelle stimmate stesse del suo strazio.

Quel che ti scosse, amore, odio, rimorso, quand'eri carne appassionata e cuore schiavo, e fece di te tutto un dolore vile, in ansia di tregua o di soccorso,

or cadde: è cencio a terra, è coccio a mare. Nuda or tu sei fra veli d'aria: forte di te soltanto: e ignori se sia morte o vita la tua nova alba stellare.

Vegli fra due voragini, in oblìo. .... Vuoto di solitudini senz'orme, rombar sordo di fiumi, alito enorme di venti, ombre di nubi....

han, nel profondo ove s'accolgon bieche, (e chi dir non le volle in sè le udrà sempre) un'allucinante fissità di facce spente, di pupille cieche.

O creatura dalle chiuse labbra, sulla parte di te che fu soppressa il tuo silenzio è pari a una compressa gelida su ferita che si slabbra.

O creatura che disìo non chiama più, che amor più non sveglia!... Un'ora sola a te segnava Iddio per la parola che non dicesti: ed or dentro ti clama.

Rannìcchiati in disparte, ingoia il pianto, avvilùppati d'ombra. È tardi adesso per la tua verità. Tu sei già presso la soglia eterna, ove il silenzio è santo.

La Casa Del Silenzio

Casa ch'io sogno, le tue basse mura soffoca, a spire, l'edera malvagia. D'intorno, ove la piana ampia s'adagia, una quiete millenaria dura.

La passïon dell'edera t'allaccia tutta, dalle radici alla cimasa. Tu quasi il sol più non iscorgi, o casa bruna, nascosta in boschi senza traccia.

Attinge l'acqua con antica corda al pozzo, e coglie l'erbe, e l'acciarino batte, per suscitar dentro il camino la fiamma, una schiavetta muta e sorda.

Nel focolare ardono ceppi enormi, e le mobili lingue azzurre e gialle s'inseguono, s'intrecciano, farfalle e serpi, in guizzi, in fughe, in nodi informi:

l'allegrezza selvaggia della vampa sibila, rugge, splende, s'invermiglia d'odio e di sangue, e snoda ed attorciglia tentacoli.--E m'esalto, io, della vampa.--

D'essa mi nutro, e del mio chiuso cuore. Ho, per la sete, qualche frutto, e il secchio. Ricopersi d'un vel ciascuno specchio per non tremar davanti al mio pallore.

Ch'io non ricordi!... Che il passato in torbide acque sprofondi come bestia morta scagliata a fiume lungi dalla porta di casa, a che il suo lezzo non ammorbi!...

Ch'io non ti porti più così ferita pel mondo, camminando su rasoi taglienti, anima ignuda, che non vuoi morire, e tanto sprezzo hai per la vita!...

.... Giardin ch'io sogno, i tuoi cancelli spranga. Bizzarri e inestricabili viluppi di tronchi e fronde, e rose e rose a gruppi sorgon dal suolo che non sa la vanga.

In te il silenzio è cosa viva, ch'io stringo a me come un mazzo di corolle. D'esso mi nutro, e del mio sogno folle. D'esso mi fascio, e son simile a Dio.

Che è che romba per gli androni, ed empie di sè la casa, e palpita e volteggia nell'aria?... È il cuore, è il cuor che mi vaneggia, è il sangue che mi batte entro le tempie.

Che è che balza su la brage, e nella cappa rugge una sua rossa parola?... .... Anima, tu, che esulti d'esser sola, e ardi, e dal tuo rogo esci più bella.

La Soglia

La soglia è grigia, di corroso sasso. L'erba s'inciuffa tra le fenditure. Offese il tempo un «salve» inciso in pure linee di grazia sul gradino basso.

La gran porta di quercia non ha chiave per aprir, non anello sul battente. Immota, nulla vede e nulla sente dalla prim'alba al palpitar dell'ave.

--Pietra, e silenzio.--Investe a vampe il sole il travertino antico, e lo schiaffeggia la pioggia, e in gelidi aliti volteggia la neve ad esso intorno, e le viole

spuntano tra gli spacchi, e fruga il vento dove può, come può, strisciando al muro: muta la porta sta, quale su duro volto un serrato labbro vïolento.

Dietro di sè con spranghe e con uncini di ferro asserragliandola, gli Amanti stanchi del mondo e de' suoi vani incanti la sbarrarono un dì contro i destini.

Stanchi del mondo e sol di sè beati, l'un sul labbro dell'altra, il verde assenzio bevvero dell'esilio e del silenzio, ne l'immemore gaudio avviticchiati.

Che fu di loro?... In essi ancor non langue la febbre che li fa con torvo acrore cercar coi baci entro la carne il cuore, ed agli amplessi dà sapor di sangue?...

O pur la sazietà così li torse che l'un nell'altra incastrò l'ugne a scempio, sibilando, accanendosi nell'empio strazio, che in arma il pazzo amor ritorse?...

O pur, per vie segrete, per recessi opposti, al sol tornarono, alla vasta luce, alla libertà che amor sovrasta, in cerca d'aria, in cerca di se stessi?...

.... Pietra, e silenzio.--Sulla soglia l'erba cresce, e s'affolta, solo umile accento di vita; e par che plachi in cento e cento piccoli baci una follia superba.

Dice: Perchè?...--Con un aulir selvaggio e dolce, dice: Si trasforma amore. Casa che soffri come un chiuso cuore, perchè non t'apri, ora che torna maggio?...

Le Due Siepi

Sale a fatica--e come il piè la regga ignora, e come a sè dischiuda il varco-- fra i rovi aguzzi di due siepi ad arco la Donna che non ha chi la sorregga.

Dalla diritta tunica vermiglia emerge, quale fiamma dalla face, il volto, che un'insonne e pertinace cura protende, solca ed assottiglia.

Non più di carne: d'anima è quel volto senza bellezza, senza gioventù. E pur nessuna donna al mondo più superba apparve, nel suo crin disciolto.

Chiude, è vero, le pàlpebre sugli occhi talvolta, stanca; con la floscia piega sui labbri di chi sè da sè rinnega, mal raffrenando il pianto che trabocchi.

Si domanda: Perchè?...--Se una parola le alitasse, or, sul collo, e fosse bacio più che parola!... se, improvviso, un laccio umano le cingesse, ora, la gola!...

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