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Donne e poeti
Language: it321 downloads on Project Gutenberg
Subjects
In: IT Letteratura·Biographies·Essays, Letters & Speeches
Public-domain ebook sourced from Project Gutenberg #45595.

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The opening · free to read
Il poeta ha toccato da molti anni il vertice della fama; e vi siede tranquillo, con il consenso generale, senza contrasti.
Leone Tolstoi è glorificato insieme e scomunicato. Intorno al Carducci non risuonano ora che lodi; e s'inchinano a lui, da un pezzo, anche gli avversari di un tempo. Lo stesso Max Nordau, che ha messo tanto studio a trovare il bacillo della «degenerazione» negli scrittori contemporanei più in voga, si è come fermato dinanzi al Carducci: anzi ha espressa la sua meraviglia che un ingegno così libero e animoso sia insieme così equilibrato e così sano; e abbia potuto fiorire nel nostro tempo...
Che potrei io aggiungere adesso al gran coro plaudente? Vorrei invece riunire qualche sparso fiore di ricordi e posarlo sull'altare della memore Amicizia.
Ricordo, come se fosse adesso, la prima volta che sentii il suo nome. Andavo per via Cavaliera, a Bologna, verso l'Università insieme al mio povero amico Adolfo Borgognoni; e lo udivo ripetere ogni tanto, a voce spiccata, come un ritornello, questi due ottonari:
Sul Palagio de' Priori Ne la libera città...
Gli chiesi di chi fossero e mi nominò Giosuè Carducci. Quello stesso giorno, cercai in biblioteca il periodico ove erano stampati (parmi che fosse la Rivista Contemporanea) e lessi tutta l'ode con cui il poeta aveva salutata l'alba del moto italiano a Firenze, nel 1859.
Non dico che proprio l'ode mi entusiasmasse; anche perchè, in quel tempo, nei bolognesi s'ondeggiava ancora, quanto a gusto di poesia, tra il Manzoni e Paolo Costa, e leggevamo troppi sonetti di monsignor Golfieri; ma quella vigoria nella strofa semplice e schietta e quel buon sapore di Trecento nella lingua, mi penetrarono; e quando rividi il Borgognoni, gli declamai a memoria quasi tutta l'ode. La grande canzone A Vittorio Emanuele ribadì poi nel mio animo quella prima impressione favorevole; e cominciai a volgere dentro di me la speranza che il rinnovato popolo italiano potesse trovare il suo poeta giovane in Giosuè Carducci.
Bei tempi e dolci a ricordare! Nella libreria Marsigli e Rocchi (antecessori Zanichelli) una sera conoscemmo Francesco Buonamici, nominato di fresco a una cattedra di diritto nella Università di Pisa. Passammo una piacevole serata col giovane professore pisano, parte seduti dal libraio e parte passeggiando sotto i portici. Con la sua bella parlata toscana, il Buonamici discorse prima con noi del Salvagnoli suo maestro, del quale era stato, credo, segretario durante il Governo provvisorio di Firenze; poi attaccò a parlare del suo amico e condiscepolo Carducci con sì caldo entusiasmo che un poco ci mise in diffidenza. Fummo però lieti di sapere che il poeta maremmano aveva già in Toscana, specie tra i giovani, una schiera di ammiratori. Per conto suo, il Buonamici mostrava di non dubitare che ormai quello doveva essere considerato come il primo poeta d'Italia; ed esortava noi a conoscerlo meglio dalle poesie stampate. Col tempo avremmo veduto meraviglie.
Ripeto che, con tutte le nostre buone disposizioni, la voglia di obbiettare non ci mancò. E il Prati? e l'Aleardi? A ogni modo, quella specie d'apostolato del Buonamici, di una eloquenza così sincera, non fu senza effetto in me e nell'amico Adolfo. E poichè s'era allora quasi indivisibili, ci demmo a cercare insieme e a leggere con passione tutti i versi e le prose del Carducci che potemmo avere sotto occhio. Quando poi, di lì a qualche mese, si seppe che il ministro Mamiani — ricusando il Prati — aveva nominato il Carducci alla cattedra di letteratura nella Università bolognese, la nostra curiosità e la aspettazione furono grandissime.
E si sa quale sia la sorte frequente delle aspettazioni grandissime; e toccò anche al Carducci. Nè con la prolusione al corso, nè con le sue prime lezioni sulla Divina Commedia, ottenne egli subito un successo clamoroso. Eravamo avvezzi al tono e alle forme delle «lezioni d'eloquenza». Non era allora il Carducci parlatore facile, e non voleva essere fiorito; ma a tutti impose presto il convincimento che la materia avesse in lui un maestro di forte ingegno e, per la età sua giovanissima, mirabilmente preparato; e che per lui, come per il Gandino e per il Teza, si venisse instaurando alla nostra Università un metodo d'insegnamento letterario e filologico assai diverso da quello di prima.
Del poeta allora non si parlava; e pareva che amasse di celarsi dietro l'insegnante.
Sapendomi arrivato da Bologna, molti mi chiedevano del Carducci. — Che fa? Come si trova a Bologna? Che incontro hanno fatto le sue lezioni? — Io che, prima di partire, avevo trovato modo di conoscerlo, cercai naturalmente de' suoi amici e, a breve andare, mi vidi ammesso nel numerato cenacolo. Erano, oltre il Buonamici, Narciso Pelosini, Felice Tribolati, Diego Mazzoni, Giuseppe Puccianti... Durante i miei quattro anni, furono essi per me la compagnia preferita; e non solamente per la naturale affinità degli studi.
Essendo spesso tra Pisa e Bologna, io divenni in qualche modo l'intermediario tra il Carducci e gli amici pisani; e vedevo passarmi sotto gli occhi le vicende e gli umori di quella amicizia. Gli umori non erano sempre tranquilli; e pareva che le opinioni e le manifestazioni letterarie decidessero perfino delle amicizie in quegli animi giovanilmente inquieti e irritabili.
Insomma, il Carducci era per quella piccola schiera come un capo lontano; e quindi facilmente discusso, perchè il capo e perchè lontano. Il più pronto a mostrarsi scontento di lui era il Pelosini. Io lo chiamavo il «Conte di Provenza», del quale avevo letto che passò la sua vita a meravigliarsi perchè non era nato lui il primogenito, invece di Luigi XVI. Aveva presa infatti il buon Narciso dentro al cenacolo una certa aria di «pretendente», un poco perchè sentiva grandemente di sè e un poco per il suo valor vero. Egli aveva esordito poetando con molto successo; e da qualcuno si era sentito a dire che i suoi versi valevano meglio di quelli del Carducci... Come poteva egli non tener conto di un'opinione tanto ragionevole?... Fra gli amici pisani, così appassionati e gelosi delle pure tradizioni del cenacolo, era dunque nato il sospetto che Giosuè Carducci, vivendo al di là dell'Appennino, letterariamente non si guastasse. Bologna era quasi la Lombardia; e questa voleva dire romanticismo, manzonismo e chi sa che altro! L'ombra di Pietro Giordani li ammoniva a vigilare.
Un giorno arrivò a Pisa un giornale con una lirica di Giosuè intitolata Carnevale. Era tutta piena di Voci: voci dai palazzi, voci dai tugurî, voci dalle soffitte, voci perfino da sotterra: una fantasia macabro-sociale, che mandava insieme odore di Proudhon e odore di Victor Hugo. Fu accolta dagli amici malissimo; e ci videro una prova di più che il triste loro sospetto, pur troppo, s'avverava. Se ne parlava come d'uno scandalo doloroso! L'ultimo a leggerla fu Cice Tribolati, uno dei più cari, più colti e più bizzarri spiriti che io abbia mai conosciuto. Spasimava per il secolo XVIII, le parrucche, gli spadini, i guardinfanti, il marchese Algarotti e il rapè, che fiutava con passione; e diceva d'amare anche l'imperatore Nerone; e teneva sempre due pistolette cariche sul suo scrittoio, egli mite e gentile e impressionabile come una vecchia gentildonna del suo gran secolo preferito... Letta la lirica carducciana, il Tribolati volle subito uscire dal caffè Ciardelli ove s'era fatto insieme colazione; e piantatosi in mezzo al Lung'Arno, quasi deserto e pieno di sole, alzò le braccia esili gridando con voce che volle essere terribile: — Dio dall'arco d'argento! — Era la sua classica e unica bestemmia. Poi si lasciò andare sul lastrico e si rotolò per un tratto, ammaccandosi la tuba e riducendo in misero stato il pastranetto color tortora. Accorsero alcuni credendo una disgrazia e fecero per sollevarlo. Allora l'irato uomo se la pigliò in quegli importuni: — Si levassero di torno!... Se a lui piaceva di passeggiare i Lung'Arni a quel modo, o che doveva importare ad essi? — Io e Romeo Cantagalli, testimoni, avemmo a morire dal ridere...
Ma poi gli umori del cenacolo pisano si calmarono; benchè altre e più ostiche sorprese a loro serbasse Enotrio Romano!
Una intima conoscenza col Carducci io però non la feci che qualche anno dopo, finiti i miei studi e tornato da un anno d'insegnamento in Sardegna. Nel 1867 rimasi a Bologna libero di me e vi fondai la Rivista Bolognese, a cui il Carducci collaborò. Così la nostra amicizia si strinse e si mutò in una consuetudine della vita, a me carissima e, ho ragione di credere, gradita anche a lui. Non è già che io vivessi molto col Carducci, poichè le nostre abitudini erano alquanto diverse; ma quando l'occasione si presentava, facevamo volentieri delle lunghe chiacchierate. La sua fama di poeta si andava intanto consolidando e ampliando. Io ammiravo con passione i suoi versi e ne parlavo con passione; ed era una gioia per me quando me li leggeva prima di darli alle stampe; ed egli mostrava di leggermeli volentieri.
Alcune volte, alla buona stagione, nel pomeriggio, ci davamo un poco al vagabondo e si finiva in qualche osteria di campagna a pranzare insieme. Al momento ch'egli traeva di tasca il foglio per leggere, io mi sentivo dentro una scossa per la viva impazienza e pareva che tutta l'anima mi si raccogliesse negli orecchi onde non perdere una sillaba. In tal modo io, forse il primo, ascoltai parecchie di quelle liriche potenti, che fra poco dovevano diffondersi per tutta Italia a combattere, a vincere, a trionfare. Così, o in circostanze poco dissimili, io conobbi l'ode per Edoardo Corazzini, La Consulta araldica, quella per la decapitazione di Monti e Tognetti e quella In morte di Giovanni Cairoli. Poi, dopo il settanta, il canto Per l'anniversario della Repubblica francese, Io triumphe! Versaglia... Scoppi di collere civili, rimpianti amari, glorificazioni radiose. Era quello il tempestoso periodo dei Giambi ed Epodi. Ma ai rombi della tempesta si interponevano degli strappi di serenità; e allora erano sonetti meravigliosi come quello Il Bove; o salivano dal cuore dell'uomo le voci degl'intimi affanni, e un consenso di dolcezza e di pietà infinita pareva che venisse dalla campagna silenziosa nella luce del tramonto, mentre il poeta diceva i suoi versi.
L'albero a cui tendevi La pargoletta mano, Il verde melograno Da' bei vermigli fior,
Nel muto orto solingo Rinverdì tutto or ora E giugno lo ristora Di luce e di calor...
Ho ricordato che, in quel tempo, la poesia e l'arte carducciana si dilatavano nel trionfo, prendendosi allegre vendette delle piccinerie della critica, dell'invidia, della diffidenza, delle stesse lodi lesinate con avara mano e condizionate da riserve infinite. Ma le resistenze erano ancora fortissime; ed è curioso adesso ricordare come, in generale, si negassero al verso del poeta toscano proprio quei pregi che ora maggiormente vi ammiriamo: la agilità magistrale e l'armonia multiforme. Ma che intendevasi allora in Italia per verso «armonioso?» Anche non pochi di quelli stessi che erano propensi ad ammirarlo per vigore di concezione lirica ed altro, lo chiamavano verseggiatore duro, duro, duro!... Poco prima che uscisse la edizione Barbèra, io, avutane licenza dal Carducci, pubblicai l'_Idillio maremmano_ in un giornale bolognese e ai miei lettori domandavo: è duro anche questo?... Certo è che il tema simpatico e le mirabili bellezze dell'_Idillio_ operarono rapidamente molte conversioni; come moltissime, e per ragioni più complesse, dovette poi operarne l'ode alcaica Alla Regina d'Italia.
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