Storieta
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passavo la giornata a correre le vie per bastare a' miei bisogni dando lezioni al terzo e al quarto: poi nelle ore libere facevo il letterato, scrivevo su pe' giornali e per le strenne: ma che pane salato vi so dir io! I libraj salariavano le mie vergini muse non con altre monete che di rame.

Eppure tutti in generale i conoscenti mi faceano una cera da non dire, e portavano in palmo di mano il mio talento: ma dite mo se ci sarebbe stato un cane che mi desse un bruscolo? Il più distinto favore onde mi potessero onorare gli era un invito a pranzo.

E la mia buona Giulietta? ah! invano si sarà conservata fedele a' miei destini. Anch'essa dovette appassire come un fiorellino delle Alpi nella solitudine, ignorata dal mondo.

Giulietta m'era da nove anni promessa sposa, senza che mai avessimo tra noi una parola a ridire: buona come il pane, ingenua come l'acqua, al par di me povera e dimenticata, non avea che me solo. Nasceva da un consigliere, che in grazia d'un fallimento era morto impoverito. La vecchia madre sua che stava a casa in una città là su' confini della Polonia, era in sì basse acque da non potersi tener a lato la Giulietta; onde questa serviva in una casa a Berlino come compagna d'una dama, o, a dirla più prosasticamente, come cameriera: e col tenue ritratto del suo lavoro sostentava la madre.

Quante volte non sarei io soccombuto all'umor negro se la buona Giulietta, Dio la benedica, non avesse sostenuto il mio coraggio! Ma ora non eramo più fiori e baccelli: io entrava nel quarantesimo anno, Giulietta toccava già i venticinque, ed io non era che un aspirante, ella una cameriera!

CAPO II.

Fu il ciel che delle lettere il conforto Certo inventò.

Così pensando e ruminando, non avea che finito di vestirmi, quando sento bussare alla mia porta; entra il postino, e mi rimette una lettera, ma molto grossa, che costava niente meno che trenta soldi. Prezzo enorme per la borsa avizzita d'un teologhetto!

Abbandonatomi sul seggiolone, stetti un buon quarto d'ora esaminando la soprascritta e il suggello, strologando da chi mi venisse.

Io ci ho un gusto matto a far così per combattere la mia curiosità; e poi ghiribizzare co' più bei castelli in aria sul contenuto della lettera.

Oggi poi la questione era se aprirla subito o aspettare domani. Non volevo mettermi a rischio di leggere forse notizie sinistre, proprio il mio giorno natalizio: sarebbe stato un cattivo pronostico per tutto l'anno. L'infelice è superstizioso.

Tirai le buschette, e la sorte decise pel no. Cattivo segno! ma la mia curiosità, animata da eroico coraggio, scosse il giogo della sorte e delle ubbie; il suggello fu rotto, — lessi, ed i miei occhi s'empirono di lacrime.

Dovetti deporre la lettera per calmarmi alquanto poi la rilessi. O provvidenza eterna! o mia Giulietta! — strinsi al cuore la lettera, mi posi in ginocchio colla fronte sino a terra, e sparsi le prime lacrime di gioja che avessi versate in vita mia, ringraziando l'Onnipotente della sua bontà.

La lettera veniva dal mio unico protettore, un negoziante di Francoforte sul Meno, nella cui famiglia ero vissuto un pezzo come precettore. Per un caso... No: dove c'è Dio non c'è caso!... Basta: per interposto del mio mecenate, io era chiamato come capellano nelle terre d'un conte dell'impero, ricco sfondato, con settecento scudi di paga, abitazione, giardino e legna, e per giunta la speranza, quando andassi a genio al signor conte, d'esser nominato precettore di suo figliuolo, con assegni particolari. Doveva ai 19 ottobre trovarmi a Magdeburgo, ove il conte faceva una scappata quel giorno, e desiderava vedermi.

Rimasi come stordito: tutti i miei voti erano compiuti. Lesto lesto finii d'affazzonarmi, e colla lettera di nomina in tasca, non corsi no, volai dalla Giulietta galluzzando. La sua padrona era per fortuna in chiesa, onde la trovai sola soletta. Restò spaventata al vedermi com'ero sfiatato, rosso come una brace, scintillante negli occhi; con angoscia mi trasse nella sua cameretta, dove io voleva bene spiattellarle il fatto, ma sì! non poteva formolar parole: piangevo, la stringevo fra le braccia, appoggiava il mio viso ardente sulle spalle di lei, che tremava di spavento.

— Cosa v'è accaduto di sinistro? Cosa potè abbattere tanto il vostro nobil cuore?»

— Oh Giulietta! (esclamai io) il mio cuore è avvezzo ai patimenti, sicchè vedrei il più acerbo destino col sorriso sulle labbra. Ma la gioja è ospite sconosciuta per me, nè ho armi contro di essa. Me ne vergogno: oppure, malgrado la mia filosofia, essa mi opprime.

— La gioja, signor dottore!» disse Giulietta stupefatta.

Nota bene, lettor cortese, che io aveva ottenuto all'Università soltanto il grado di licenziato, ma, per adattarmi alla moda, mi sorbivo a tutto pasto il titolo di dottore in filosofia.

— Vi ricorda (le risposi) quando nel giardino di Sans-Souci ci trovammo insieme la prima volta? quanto eramo contenti! Nove anni scorsero d'allora, o Giulietta, e noi serbammo il giuramento di amore e di fedeltà che prestammo quel dì sotto la volta brillante de' cieli, innanzi al Dio che è dappertutto: benchè senza speranza, lo serbammo religiosamente. — Vuoi venir con me, Giulietta? (io seguitai in tono men tragico, ed era la prima volta che le dava del tu.) Una bella casa, un fior di giardino t'aspettano: vuoi tu dividere la mia felicità? Guarda questa è la nomina: io sono capellano.»

Lesse la lettera, e mano mano che la scorreva, s'infocavano gli occhi suoi, che mai non la m'era parsa così bella. Poi finito, lasciando cascar le braccia, mi fissò un momento silenziosa, e le si gonfiavano negli occhi care lagrimette,

Pari alle stille tremule brillanti, Che alla nuova stagion gemendo vanno Dai palmiti di Bacco entro agitati Al tepido spirar delle prim'aure Fecondatrici.

— Verrò teco dove tu vorrai, Giammaria», essa mormorò, e singhiozzando gettommisi al collo.

Era il primo tu che le usciva dalle labbra: era il primo tu ch'io udissi darmi dopo morta la mia mamma, pover'anima. Noi eramo felici come angeli in paradiso. Pochi istanti dopo, si spiccò da me per gettarsi ginocchioni, e pregare; poi sorse, mi volse uno sguardo ove scintillava una tenera gioja, e la prima domanda fu: — Ma questo è proprio verità? non è un sogno? Mostratemi la lettera: non mi ricordo più del suo contenuto.»

CAPO III.

Lasciar nelle sale del tetto natio Le donne accorate tornanti all'addio.

— È naturale (diss'io a Giulietta) ch'io non entri alla mia parocchia prima d'esser ammogliato. Come potrei ne' primi giorni occuparmi d'una folla di minuzie e d'intersesi mondani? Dov'è lo studio? ove la stanza da letto, e che so io? Tu, Giulietta, tu me le additerai: tu mi tramuterai la casa straniera in patria deliziosa: noi staremo da papi. Solo non ti scordare che il mio studiolo abbia una finestra che dia sul tuo giardino, affinchè la primavera, mentre io lavorerò a tavolino, possa vederti per le redole annaffiare e zappettar le ajuole. Oh che goder di Dio che noi abbiamo a fare!

Ella arrossì, e disse cambiassimo discorso: pure fu lei la prima a rattaccare del modo con cui volea disporre il suo orticello, e a discutere se o no tornasse conto comprare a Francoforte ogni nostro occorrente. Nè avemmo nulla a far di meglio che lavorare sul serio a conchiudere la nostra unione, domandare il congedo di Giulietta alla sua padrona, disdire la mia cameruccia, le mie lezioni, far fare le pubblicazioni di nostre nozze, avere il sì, e tutto.

Ogni cosa andò al solito: mi rallegro e regalucci da tutte le bande; onde mi trovai più ricco che non fossi stato da parecchi anni in qua. Un altro amico di Berlino, di cui avevo allevato i figliuoli, mi offerse, per far il viaggio di Magdeburgo, il suo calessino, ed io non dissi di no, e mi fornii del passaporto necessario.

Per verità il tempo era disastroso; bolliva carne in pentola: la guerra e i suoi guasti coprivano le campagne: il re s'era già avanzato coll'esercito fino a Turingen incontro a Napoleone, sin allora invitto. Noi però ci tenevamo sicuri, nella persuasione che fra un quindici giorni i Francesi sarebbero cacciati di là dal Reno. Via gli stranieri:

O stranieri, strappate le tende Da una terra che patria non v'è.

Per qualche guadagno io aveva composto cinque odi pindariche sulle vittorie de' Prussiani, ove descrivevo tutte le future battaglie, lasciando in bianco solamente il luogo delle azioni. Erano il non plus ultra della poesia classica, e potevo far conto di ricavarne cinque bravi talleri d'argento dai libraj di Berlino. Per tutti i buoni conti posi il manoscritto de' miei canti trionfali in saccoccia, per essere pronto, all'occasione, a fare stampare le prime a Magdeburgo. Ahi, come la speranza era diversa dall'effetto!

Il 14 ottobre, giorno che l'antica potenza prussiana restò annichilata a Jena e ad Auerstedt, presi congedo da Giulietta: tornato appena da Magdeburgo, si farebbe il matrimonio, poi si andrebbe alla parocchia.

Per quanto vago di lusinghe ci sorridesse innanzi l'avvenire, non sapevamo consolarci di questo distacco: pareva non avessimo a rivederci più. Per verità, come dottore in filosofia, io non dava retta ai presentimenti; ma come sposo ci avevo una fede scrupolosa.

— Giammaria, Giammaria! Il Signore sia con te!... Vivi, vivi felice; ma noi non ci rivedremo più — più», esclamò Giulietta singhiozzando. Povera zitella!

CAPO IV.

Viaggio a Magdeburgo.

Il 15 ottobre uscii contento come una pasqua dalla porta di Brandeburgo, portando in tasca la mia nomina e i miei cantici decasillabi di vittoria.

Dovetti, per qualche faccenduola, pernottare a Potsdam; la sera traversai Sans-Souci, e nel giardino e sulla classica piazza, ove la Giulietta, fanciulla allora sui sedici anni, mi aveva promesso eterno amore, rinnovai, dopo nove anni, il mio fedele giuramento.

La notte scrissi fin tardi all'amica mia un'idilio di mie speranze e di mie immaginazioni, dipingendole la felicità del nostro viver futuro nella parocchia, lungi dal trambusto del gran mondo. In mezzo ai quali disegni attaccai della grossa: e deh che sogni dorati vennero a cullare il mio sonno!

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