Storieta
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Il Silenzio

Il silenzio attende. Il silenzio, la più fedele cosa che in vita m'abbia allacciato. Più grande di me, via via ch'io crescevo anch'esso cresceva, sempre pareva volesse ascoltarmi e tacevamo insieme, ed ancora io mi ritrovavo uguale fra le sue braccia, senza statura, senza età, creata dal silenzio stesso, forse, per un suo desiderio immutabile, o forse non mai nata, larva ch'esso proteggeva.

Ancora una volta sono sola, sono lontana, e tutto intorno tace.

Lontano è chi mi ama, chi forse stanotte è pronto a sparire e mi benedice avendo creduto in me. Lontani quelli che ho fatto soffrire e quelli che m'hanno fatto soffrire, quelli che vorrebbero dimenticarmi e non sanno di non avermi conosciuta. E ci sono sfondi dove non sono attesa e dove altri viluppi di luce e d'ombra stanno e palpitano: invano il silenzio li cinge.

Nelle acque ferme laggiù tra i giunchi le stelle riposano.

Perchè debbo cederti, o mio fedele?

Tu che delle inutili domande tanto ripetute fra i singhiozzi facevi entro il mio petto improvvisi guizzi di melodia, tu, s'io guardavo sino al torpore forme docili ed insensate, qualche tizzo che ardeva, qualche rama squassata al vento, un poco di parete bianca o un'allegoria di vele di ali sul mare.

Sono sola, nessun fiato fuor che il mio agita la fiamma di questa piccola lucerna.

Fuori, nel buio, qualcosa dilegua, ad ogni istante muore.

Lontane ugualmente da me la morte e la vita, s'io alfine parli.

Ma come se quest'ora tuttavia fosse la mia ultima.

Come s'io non dovessi mai più ritrovarmi nuova sotto la carezza dell'aria.

È l'ora nostra, o mio fedele, ferma come le acque là tra i giunchi dove le stelle riposano.

LE ALI.

Prendo la mia forza, e prendo la mia pena e la mia ansia.

Chi mi ha fatta così forte?

Per tanto tempo ho creduto fosse un miracolo: sapevo d'avere in me elementi in guerra, la soavità di mia madre e la violenza di mio padre, la timorosa melanconia dell'una e la ribelle baldanza dell'altro, il desiderio di cantare a voce sommessa per me sola e quello d'agire in mezzo al mondo, istinto di dedizione e istinto di conquista in opposizione perpetua: in tutto ciò non vedevo che cespite di debolezza. I miei genitori errarono unendosi, mi dicevo: è nella diversità delle loro tempre la causa del male che porto dentro me senza riparo. E se nonostante il male c'è in me anche tanto incredibile valore, mi dicevo, si tratta d'un prodigio ch'è vano sondare.

Ma, or non è molto, una notte ch'io vegliavo dopo non so quante altre, in una stanza dove saliva il ritmo ferrigno d'un fiume in piena, e nella veglia, giacendo immobile, guardavo fissa al fantasma d'un lungo supplizio da cui mi strappavo allora con un più grande impulso di vita, d'improvviso un pensiero, ch'era insieme una certezza, mi sfolgorò dinanzi nel buio. Pensiero od immaginazione non so. Io non so se i nomi di cui mi servo per tutte le cose di cui parlo sono i veri. Sono stati creati da altri, tutti i nomi, per sempre. Ma quel che importa non è nominare, è mostrare le cose. Quella notte, mentre io ascoltavo la voce del fiume gorgogliar aspra sotto gli archi del ponte e guardavo nel mio petto un dolore già indurito, già pronto a divenir pietra, mi trovai a pensare come in sogno a ciò che aveva unito mia madre e mio padre, al loro amore. Pensai le loro due giovinezze. Io ero stata concepita in un'estasi e in un delirio da quelle due creature allora nuove, belle, vittoriose d'ogni tristezza per me in quel mio primo attimo. Bacio da cui son nata, eri un canto ch'esprimevano per me due innamorati, eri canto pieno, ed io t'ho portato nelle vene, eco che nulla mai ha potuto estinguere. Io la primogenita, frutto di gioia, fusione di due fiamme. Si amavano perchè non si somigliavano, perchè tutto dell'uno meravigliava l'altro. E le loro esistenze si gettavano incontro per me, per formare una creatura unica, che vivesse la vita intera, la vita così diversa in lor due, l'accettasse e l'amasse nella sua totalità. Essi non lo sapevano. Se lo avessero saputo, forse, dopo avermi veduto nascere si sarebbero staccati, forse non avrebbero voluto creare insieme altri figli con diminuito impeto, per un destino meno gagliardo. In me sola s'è trasmesso veramente ciò che li congiunse. Forza d'amore che perennemente solve in me ogni malore. Per quante volte nelle notti offersi il mio cuore ad una scure tralucente e l'ascoltai rintoccare cupo nel gran vuoto, sempre, poi che ancora non era l'ora della morte, potei rialzarmi e tendermi all'alba verso il cielo bianco, tendere le braccia alla giornata nuova. E se quei due, ora così lontani, null'altro m'avessero dato, questo basterebbe, questa volontà chiara di essere.

La lampada della vita — le mie mani l'hanno afferrata.

Creatura mattutina, agito dolce l'aria quando il giorno sorge limpido e sulla fronte benedice e rapisce, veramente fatto di cielo.

Mattini di primavera in cui adolescente scopersi che le rame degli ulivi eran d'argento e fremevano e fervevano nel sole. Mattini dell'ultimo settembre nell'isola di rupi e di rovi così aspra come bella. E altri par che mi aspettino, su rive che ancor non conosco o fors'anche dove già passai in sere grige. Ritorni perfetti di melodie, attimi d'identità luminosa. La terra ed io siamo una sola cosa intensa che solleva l'azzurro.

Ma un altro ritmo anche torna senza mai affievolirsi. Sopra una distesa enorme di mare in tempesta, sul fragore di bianche onde, bianche ali di gabbiani danzano. Sembra che danzino, in accordo con le cime fluttuanti, accompagnano con il volo e con lo svariar dei riflessi candidi la sommossa acqua e la spuma e le nuvole folte a l'orizzonte. Cercano la vita tra il furore, vivono così librandosi con fiera armonia nello spazio iroso. Quando le grandi acque ridiventano color turchese e soltanto più un brivido sottile le sfiora, i gabbiani dileguano.

Ansia, ala inquieta dell'anima mia!

«Signore, fammi diventare grande e brava» pregavo da bimba accanto alla mamma. Unico tempo in cui ho pregato, unica mia preghiera, ed era piuttosto una promessa, quasi un patto.

Ansia di tutto comprendere, di tutto rispettare e sormontare. Attenzione trepida ed instancabile, religiosa vigilanza della mia umanità. Come se io fossi, invece d'una persona, un'idea, un'idea da estrarre, da manifestare, da imporre, da portare in salvo. Respira in me occultamente una vita sacra?

Pur sono quella stessa che sorride nelle fresche aurore, simile ad una corolla sbocciata per quel dì soltanto.

Con mani amorose ho alzata la face trasmessami. Ho contemplato l'agitato mistero del mio spirito, e il lucido aspetto dell'universo, e tanti che ho pensato vivi come me, uomini e donne, ed il pulsar delle vene sulla loro fronte.

Uomini e donne sono sul mio cammino perch'io li ami.

Li amo, li sento vivere, la loro vita si aggiunge alla mia.

Che cosa io sarei senza questi incontri, senza le strade che ho percorso?

Tutto m'attendeva, e nell'ora esatta.

Tutti m'hanno dato. Tutti pareva fossero stati creati per me, per far che divenissi, sì, più grande per ognuno che avvicinavo, e più brava. Li guardavo perdutamente, e così adorando credevo di darmi ed invece prendevo. Grazia di volti e di corpi, bagliori d'anime, gloria di godimenti e di patimenti, messaggio senza fine. Mi son venute parole anche dalle vite deformi e dalle informi. E dove passo ignota, quasi furtiva, ivi pure imagino talvolta di toccare col mio spirito coloro che non mi scorgono, di rapirli un attimo a loro stessi, in un caldo gorgo. Alte vallate, casolari fra i prati, l'erba smorza il fruscìo del mio piede. Che importa mostrarsi e parlare? Un'onda soave corre d'improvviso il cuore di chi là dentro umilmente attende la fine.

E la chimera è qui sempre.

Se scrivo, se scavo nel mio pensiero o nella mia passione, e le parole sono stillanti sangue, credo di darmi ed invece prendo. M'illudo perchè nutro di me la mia preda. Ma colui che m'ascolta è com'era mio figlio quando beveva alla mia mammella ed io lo teneva nelle braccia, cosa mia che faceva preziosa la vita mia.

Affermo me a me stessa: null'altro, null'altro!

Oh, ma affermo tutto ciò di cui mi compongo, tutto che mi sta attorno e ch'io assorbo! Nulla va perduto. E quando anelo ad essere amata è ancora il mio amore per tutte le cose che chiede di venir riconosciuto, è il mondo che vuol esser abbracciato e cantato.

E forse nessuno ha colto su le mie labbra questo sospiro in cui io son tutto e nulla.

Avevo le guance di rosa e lunghi e tanti capelli, avevo dolce la voce e apparivo pietosa, per questo mi hanno sorriso e per le ore d'incanto m'han benedetta. Ma quando son venute le ore tremende, pochi han saputo non odiarmi.

Sempre, quando la vita si fa tremenda e crudele, sento gli uomini bestemmiarla e ricusarla. Li sento chiamarla maligna, imaginarla con un volto che ghigna nelle oscurità misteriose.

Perchè la mia infanzia non conobbe il terrore non ho mai accolto quest'idea d'un insidioso male originario? La notte era per me fin d'allora una immensa pupilla bruna, era la vita che si addensava perchè i figli e le figlie della terra la fissassero senza paura, infinite costellazioni di occhi. E se la malvagità non è nelle tenebre, non può essere neppure nei cuori degli uomini. La bimba ch'io era vedeva talvolta intorno a sè soffrire, vedeva le cause semplici o strane di tali sofferenze, col respiro sospeso scrutava le inesplicabili, ma nulla attribuiva mai ad una volontà cattiva, ad una cosciente volontà. Rina, piccola che ti chiamavi Rina, non bisogna dimenticare ch'eri sana, ch'eri bella, che fiorivi senza stento nel tuo piccolo giardino, arboscello diritto e svelto. Ma dunque in un pantano o nello spacco d'una dura roccia la mia anima sarebbe cresciuta diversa? Queste certezze che io ho creduto di afferrare via via che la mia esistenza si svolgeva, rivelazioni della divinità, potevano restarmi ignote per un piccolo scarto? C'è un destino individuale anche per le idee, anche per la fecondazione della verità? Ed io valgo in quanto sono il prodotto di questo destino, per l'insieme delle mie persuasioni, o per ciò ch'ero prima ancora che incominciassi a pensare, per le virtù con cui sono nata, d'intelligenza, d'ardore, di sincerità, di coraggio, di tenacia?

Mio padre mi parlava. S'egli fosse stato un altro, se anch'egli fosse diversamente cresciuto? Poteva possedere quella stessa forma di mente e non riuscire ad impormela se non avesse ragionato con quella sua gagliarda passione, se non ci fosse stata tanta fresca spontaneità in tutte le sue impressioni, e, nel suo carattere, quell'ardimento sorridente in fondo al quale intuivo qualcosa che posso ora chiamare stoico. Io ammiravo la sua tempra, come ammiravo la sua alta statura. Avrebbe potuto, così qual era, significarmi tutto un opposto mondo di teorie, esaltarmi Iddio o il mistero invece che la volontà o la potenza dell'uomo, ed io l'avrei ascoltato ugualmente tesa tutta per capire, per penetrarmi della sua facoltà di fede, e convinta già al timbro e all'accento della voce, come allo stormir d'un grande albero, come allo scorrere d'una pura acqua.

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