Storieta
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Milano

Il favore che ottenne dal pubblico la prima serie della nostra BIBLIOTECA DI CLASSICI, sì da richiederne una seconda edizione già sotto ai torchi, e gli incoraggiamenti che da ogni parte ne vennero al nostro Istituto, ci inducono a proseguire nella impresa, guidandoci con più larghi criteri a maggiori intendimenti. I quali forse non consentirebbero che alla raccolta si mantenesse l'antico titolo di BIBLIOTECA DI CLASSICI; ma noi lo manterremo: chè se non a tutti gli scrittori ai quali daremo luogo, si conviene quell'appellativo com'è comunemente inteso, tutti meritano d'essere divulgati e ancor letti. E la Biblioteca nostra se non di classici, certo di scrittori eccellenti, conterrà così quanto la letteratura italiana ha in tutti i secoli di più pregiato e famoso.

Argomento

I paladini ascoltano il discorso Del tavernaro con pallida gota: Pur coraggiosi con le zampe d'orso Salgono il monte del crudel Nicota. Gli gonfiano la moglie, e dan soccorso Alle lor donne, nè temono un jota: E Rinaldo ed Orlando in compagnia S'ubbrïacan ben bene all'osteria.

Io credo, donne, a cicalar da insano, Quando veggo le cose de' mortali Talor soggette a qualche caso strano, Che al vecchio Giove si rompan gli occhiali, O che in quel punto gli cadan di mano, E che allora ci assalgan tutti i mali: Come fa il lupo che al destriero sbruffa L'acqua negli occhi, e nel collo l'acciuffa.

Perchè non so capir che gusto s'abbia Egli, che tanto amico è del piacere, D'amaro fiele bagnarci le labbia, Perchè il buon vino non si possa bere; E dove è pace, seminar la rabbia; E di cavalli e d'aste e di bandiere Coprire i piani; e le messi bramate Vedere ove percosse, ove bruciate.

E le procelle e l'altre traversìe, Che ci vengono sopra a tutte l'ore, Calcoli, gotte, ed altre malattìe Che c'empiono d'affanno e di dolore, Creder dovrò ch'egli dal ciel c'invìe? E pur le manda per segno d'amore; Anzi che sono agli uomini da bene Sospette l'allegrezze e non le pene.

Perchè a guisa di quei che fan gli arazzi, A chi vede il rovescio, e non il dritto, E' par che faccian cosacce da pazzi. Qua miri un storpio che di là sta ritto; Qua carboni, e di là sono topazzi; Qua un occhio brutto, un mostaccio sconfitto, Di là begli occhi, bel viso, bel labro: Tali son l'opre dell'eterno Fabro.

E intanto ho detto qualche scioccherìa, Perchè troppo dispiacquemi il frastuono Che turbò la dolcissima allegrìa De' fidi amanti. Avrìa voluto un suono D'arpe e di cetre, e simile armonìa, Di che le Grazie fanno largo dono A chi gliel chiede; e non trombe e timballi, O feroce nitrito di cavalli.

Nicota, il padre del guerriero ucciso, Ebbe da quei che in fuga furon posti Dai tre Franchi guerrier, subito avviso Com'essi erano forti e ben disposti; E come avevan del lor sangue intriso Il suolo; e che non è uom che si accosti A loro; tanto grande è la paura; E che fuggendo solo uom s'assicura.

Temette il vecchio del suo Serpedonte; E messi insieme seimila destrieri, Egli per duce lor si mise a fronte: E come fendon l'aria gli sparvieri, O come sasso che cade dal monte, O come volan li nostri pensieri; Così van quelli in su la molle arena, E presti sì che la segnano appena.

E questo ne avvenìa, perchè stregone Esimio era Nicota, e la mogliera Faceva la medesma professione; Chè in quei paesi la magïa nera Ha spaccio assai, e se ne dà lezione; E v'è una scuola di buona maniera Più vasta ancor del Collegio Romano, E vi s'affolla il popolo africano.

E le lor donne al Cavalier del Pianto Diero in custodia, e insieme lo pregaro Ch'egli con esse s'invïasse intanto Verso del porto: e ciò gli fu discaro; Chè avrìa voluto a' tre guerrieri accanto Fare ancor egli alcuno atto preclaro; Ma pur s'acqueta, chè chiaro comprende Che alcun non v'è che le donne difende.

Ma fatti non avea dugento passi, Che mille gli son sopra coi cavalli; E chi con spade e chi con dardi e sassi Lo fere, e va gridando: Dàlli, dàlli. E mentre che da lui difesa fassi, Ed al colpir non si pone intervalli, Le tre donne son prese, e via portate Sovra i destrier con gran velocitate.

I paladini intanto fanno cose Non più vedute o più sentite dire. Fatte le arene son sì sanguinose, Che una barchetta sopra vi può ire. Nè sono queste iperboli ampollose, Che soglion dirsi affine d'ingrandire; È mera storia, ed io punto non dubito Che il sangue s'era alzato più d'un cubito.

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