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Colei che non si deve amare: Romanzo
Language: it527 downloads on Project Gutenberg
Subjects
In: Novels
Public-domain ebook sourced from Project Gutenberg #69294.

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Dal primo all’ultimo giorno della sua vita Stefano del Ferrante non ebbe che rovesci di fortuna. Il mondo è pieno di queste vittime oscure, che camminano per un lento calvario e non cadono mai del tutto sotto il peso della loro croce.
Gli erano morti, nella sua prima età, il padre e la madre, durante una morìa di quell’anno che mietè molte vite. Un congiunto lo raccolse nella propria casa per allevarlo con i figli suoi. Non fu misericordia; Stefano ereditava qualche bene di fortuna, che il congiunto gli dilapidò. Egli lo venne a sapere più tardi; fu consigliato anche ad intentargli una lite, ma non ne fece nulla. Era un uomo soave e riconoscente, che non amava molestare il prossimo nè gettarsi a capofitto nel gran pelago della carta bollata. Studiò con fatica, ma studiò; non ebbe invidie piccole nè ambizioni grandi; fu sin dal principio un uomo laborioso ed umile. Prese una laurea in chimica, laurea che lo costrinse ad essere uno spostato; si mise a speculare e perdette, a commerciare e fallì.
Egli diceva di sè stesso con grande rassegnazione: «Ho avuto un grave torto: quello di venire al mondo.» E come ricchezza, nella sua storia povera, non ebbe che un amore; uno di quegli amori caparbi e malinconici che si accendono talvolta nelle anime lievi.
Prima di allora non aveva conosciute altre donne che quelle incontrate nelle case di piacere alla vigilia dei giorni festivi, ed aveva pur intessuta qualche tresca fugace con le serve amorose che addobbano di farsetti opulenti le finestre dei quarti piani, o con le vispe sartine che vanno per via come coditrémole nelle sere d’Aprile, quando i tigli si mettono in fiore.
Ma la sorte, la mala sorte, gli fece incontrare un giorno colei che doveva subitamente irrompere come una fiera tempesta nel suo cuore tranquillo; e con la risoluzione dei timidi Stefano Ferrante la sposò.
Era una siciliana e si chiamava Grazia; il colore, il sapore della sua terra calda eran rimasti in lei, ne’ suoi occhi vivi, nella sua femminilità lussuriosa, nella sua voce vibrante, nel suo spirito irrequieto.
Vedova d’un architetto, senza figli, senza ben di Dio, l’opinione pubblica non era indulgente con lei. Dicevano che avesse calcate le scene dei teatri di varietà prima di andare a nozze; che avesse avuto un processo, e clamoroso, ma finito in nulla come tutti i processi clamorosi, per certe bazzecole del buon costume; che fosse stata perfino rapita, e che taluni gentiluomini di laggiù se la fossero contesa aspramente col denaro incruento e con le lame affilate.
Questi fieri isolani son fra noi gli ultimi custodi della nostra bella tradizione cavalleresca: sanno battersi ancora, e degnamente, anche per una donna che non ne valga la pena.
Grazia era dunque bellissima, capricciosa, dissoluta; amava il lusso, gli svaghi, le avventure d’amore. Si diede a Stefano una sera ch’egli le andò a genio — e questo non era difficile, — Stefano la sposò un giorno ch’ella venne a dirgli d’essere incinta.
A quel tempo egli era impiegato e guadagnava con abbondanza il pane quotidiano; invece Grazia nulla possedeva, tranne il suo bel corpo da ballerina, la sua capigliatura luccicante, i pochi gioielli di pregio che le restavano in memoria d’altri tempi avventurosi. Ma l’aver al fianco un uomo che pensi al pane quotidiano allorchè gli anni volgono su lo sfiorire, la maldicenza infuria, e stringe la paura della solitudine, son tutte cose che possono facilmente persuadere una bellissima donna a prendersi un marito di nessun conto. D’altronde Grazia non era cattiva; quel giovine alto, biondo, con gli occhi pieni di rassegnazione, la voce dolorosa, quel giovine che l’amava d’un amore così devoto, riusciva talvolta a suscitare in lei un senso misto di tenerezza e di pietà.
Solo non poteva essergli fedele, come non lo era stata a nessuno, mai. Era nata per piacere, per godere, per sentirsi desiderata e per lasciarsi prendere; le mancava quella piccola forza del rifiuto che rende così preziose alcune donne mediocri. E Stefano era tra quelli che ignorano affatto il coraggio della ribellione; si rassegnò a questa come a tutte l’altre disgrazie della sua vita, chiudendo la sua immensa infelicità in qualche lieve sospiro.
Gli nacquero da queste nozze quattro figli. Che fossero tutti suoi, egli medesimo non avrebbe osato giurarlo. Ma li amò tutti d’uno stesso amore, e diede loro successivamente i nomi di Arrigo, Luisa, Paolo e Anna Laura.
Intanto i capricci della moglie, il carico della famiglia, le avversità dei piccoli commerci, lo ridussero in pochi anni a non possedere quasi più nulla delle sue lente economie; sicchè, per campar la vita, con la sua Grazia che metteva scandalo in tutto il vicinato e con quei quattro ch’eran nati di lei, scese un altro gradino, si ritrasse a vivere nel suburbio della sua città laboriosa, mise un’insegna nella strada ed aperse bottega.
Siccome aveva qualche nozione d’ottica prese a fare l’occhialaio. Questo lavoro minuto e paziente assecondava la sua natura timida, e poich’era giunto all’estremo della sua discesa umana gli pareva, stando curvo sopra le sue lenti, di vivere finalmente in pace.
Coi figli, col tempo e coi disagi anche la moglie si emendò; piano piano, a forza di lavoro e d’economia, la piccola bottega si mise a prosperare. I figli crescevano belli e robusti; le loro voci, i loro giochi empivano d’allegrezza la casa; e quest’uomo ch’era nato fra gli agi, portando un nome quasi gentilizio, in quella velata miseria si sentì qualche volta felice.
Aspettava un cliente mattiniero per buttargli lì, fra un citrato di magnesia ed una polverina di calomelano, qualche frase affabile su la decadenza dell’arte lirica italiana, ricordando i bei tempi dei tenoroni di cartello e delle prime donne «quelle sì! che ti cavavan fuori certe note filate da far venire la pelle d’oca a un satanasso di turco!» E parlar d’altro ancora: medicina, politica, letteratura.... Egli era, per somma sfortuna, l’aborrito farmacista enciclopedico e sapeva di tutto un po’.
Siccome il Riotti e il del Ferrante stavano bottega a bottega, ed anzi all’interno davano su la stessa corte, venne a passar di lì il primogenito dell’occhialaio, il piccolo Arrigo, con la sua cartella sotto braccio, che se n’andava a scuola.
«Dove l’avranno nascosta? Dove l’avranno nascosta...»
canticchiava il placido farmacista.
— Buon giorno, signor Riotti, — fece il bimbo, con la sua vocina così ben educata, cui mancava l’erre.
— Ve’, Rigoletto!... — esclamò sbadatamente il farmacista. E il nomignolo, da quel giorno, gli rimase, lì, tra il vicinato.
Arrigo era un fanciullo veramente a modo: si teneva molto pulito, studiava benino, si mostrava rispettoso con tutti; ma ciò che gli nuoceva era una sua smoderata e puerile vanità, la quale si tradiva in tutte le cose della sua piccola vita. A scuola, per esempio, — una scuola privata e diretta da un sacerdote — egli non trattava se non con bimbi di famiglie aristocratiche, e tornato alla retrobottega paterna li nominava per i loro titoli di conti e di marchesi con una certa compiacenza nel parerne l’amico. Così pure si vergognava non poco nel dover rincasare a piedi, seguendo un’arruffata e povera servetta, mentr’essi avevano ad aspettarli domestici e carrozze stemmate. Era stato il primo errore nella sua educazione, quello di fargli frequentare una scuola gentilizia piuttosto che mandarlo con altri discoli ai corsi pubblici. Ma il buon del Ferrante, nella sua dimessa veste di bottegaio, non sapeva del tutto scordare lo lontane origini, e serbava il suo primogenito a miracolosi destini. Il piccolo Arrigo aveva inoltre una cura eccessiva della propria persona e del vestire; già si azzimava come un piccolo moscardino, faceva i capricci per indossare nei giorni della settimana gli abiti della domenica e affettava con tutti le maniere d’un imberbe marchesino. Era d’intelligenza lesta, duttile, scaltra; aveva uno spirito d’osservazione e d’imitazione davvero sorprendenti; diceva con l’aria del perfetto conoscitore, di questa o quella cosa: «Oh!... non mi pare «chic!....»; aveva imparato qualche vocabolo francese e ne usava con molta compiacenza; criticava le «toilettes» delle sorelline, a scuola chiamava «miss» quella che gli portava il paniere della merenda, e per non confessare a’ suoi nobili amici d’esser figlio d’un occhialaio diceva di suo padre con sussiego: «È un professore d’ottica.» Coi bambini della sua corte trattava poco volontieri e di essi parlava con visibile antipatia.
Queste abitudini signorili solleticavano un po’ l’orgoglio de’ suoi genitori, della madre sopra tutto, ch’era rimasta una frivola donna nonostante il maturare degli anni. Arrigo somigliava singolarmente alla madre: ne aveva gli occhi luminosi e la bocca delicata, ne aveva qualche volta l’accento caldo, i gesti rapidi. Ma il padre voleva farne nullameno che un avvocato, poichè, per tutte le famiglie borghesi, avere un figlio togato vuol dire oggidì quel che voleva dire una volta l’avere un figlio prete od ufficiale. Si fanno perciò dalle famiglie grandi sacrifizi di tempo e di danaro, si crea nella nostra società una falange senza numero d’inoperosi, di spostati e di tristi, che per tutta la lor vita dovranno pentirsi di queste paterne ambizioni. Ma data una tale sovrabbondanza di giurisperiti, è naturale che nel nostro bel paese chi ha torto abbia sempre ragione.
Il farmacista Riotti, ch’era sistematicamente di parer contrario a quello del suo vicino, non la pensava per l’appunto così, e con una delle sue più fresche immagini soleva dire «che il professionismo è la cancrena degli stati, l’acqua morta in cui s’impaluda la nave del progresso umano.»
Se avesse avuto un figlio, lui, ne avrebbe fatto uno scienziato od uno speculatore; diceva di aver egli stesso, in persona, una spiccata tendenza per tutte le scienze a base di calcolo e d’invenzione. Ma la vita lo aveva distolto dal suo diritto cammino e la natura gli era stata scortese; invece d’un maschio, nel quale avrebbe potuto specchiarsi, aveva lasciato alla sua vedovanza una femmina, una bella e grassa femmina, cui, per venerazione certo al grande Manzoni, aveva imposto il nome di Ermengarda. Tuttavia, per brevità, la chiamava Eugenia; nome ch’era stato pur quello della sua defunta consorte: Di questa figlia, che aveva press’a poco l’età di Arrigo, il Riotti era però sommamente vanaglorioso e non cessava dal magnificarne co’ suoi vicini le qualità modeste ed operose, quando i giuochi o gli strilli dei bimbi del Ferrante venivano dalla vicina corte a disturbare le sue pacifiche meditazioni.
Il farmacista era un uomo corpulento, che tradiva nella stessa maniera del vestirsi una certa quale agghindata maestosità; le sue maniere si facevan untuose con chiunque stesse al di sopra di lui, e dottorali o protettrici con quanti credesse da meno della sua magnifica persona. Aveva una faccia sanguigna, lucida, con lineamenti grossi, e portava intorno al mento una corta barba fuligginosa. Era un uomo che aveva letto, imparato assai; letto e imparato sopra tutto nei giornali, nei romanzi d’appendice o in qualche peregrino manuale acquistato nelle fiere.
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