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Un dramma nell'Oceano Pacifico
Language: it392 downloads on Project Gutenberg
Subjects
Public-domain ebook sourced from Project Gutenberg #75712.

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Il signor Collin lasciò il timone, ed aggrappandosi ai cordami, ai bordi ed agli attrezzi che ingombravano la nave, per non venire rovesciato dai violenti colpi di mare, che saltavano di quando in quando in coperta con tremendi muggiti, giunse a prua. Un uomo di alta statura, con le spalle larghe, di membra muscolose, impartiva con voce squillante dei comandi ad un gruppo di marinai che tentavano di spiegare una vela di trinchetto che il vento continuava ad abbattere.
— Capitano, — disse.
— Cosa desiderate, luogotenente? — rispose il gigante, volgendosi.
— Abbiamo un naufrago nelle nostre acque. Ho udito due volte gridare aiuto.
— Quando?
— Poco fa.
— Un naufrago qui! Non bisogna perder tempo e virare subito di bordo. Mia figlia non mi perdonerebbe mai di non aver salvato un disgraziato marinaio.
— Ma il tempo è orribile, signore.
— Non importa; tutto si deve tentare per salvarlo. Fate virare di bordo! —
Collin con un colpo di fischietto chiamò i marinai dispersi pel ponte e li dispose ai bracci delle manovre, mentre il pilota Asthor, che si trovava sempre alla ribolla, faceva uno sforzo potente per far poggiare la nave.
Il momento era tutt’altro che propizio per eseguire questa manovra, e tanto meno per tentare un salvataggio.
L’Oceano, smentendo, come del resto ben sovente accade, il suo nome di Pacifico datogli da Magellano che pel primo lo attraversò, era in piena rivoluzione. Montagne d’acqua, irte di candida spuma ma nere come se fossero d’inchiostro, si scagliavano con inaudita rabbia in tutte le direzioni, ora formando baratri spaventevoli che parevano non dovessero finire più, ed ora slanciandosi verso il cielo con muggiti tremendi.
Un vento impetuoso scendeva di tratto in tratto dalle tempestose nubi che correvano all’impazzata pel cielo oscurissimo, e balzando, con un moto circolare, su tutti i punti della bussola, fischiava in tutti i modi scotendo furiosamente l’alberatura della nave, strappando brano a brano le vele, sbattendo i boscelli.
La Nuova Georgia però, nonostante quei doppi assalti, le montagne d’acqua che balzavano sopra i suoi bordi, e le violente oscillazioni, eseguì l’ardita manovra comandata dal suo intrepido capitano. Tornata al vento, si slanciò sulla via poco prima percorsa, tenendo bravamente testa agli elementi infuriati.
Il capitano ed il luogotenente collocatisi a prua, presso l’albero di bompresso, scrutavano attentamente i marosi cercando il naufrago che per ben due volte aveva chiamato «aiuto,» mentre i marinai allestivano le cinture di salvataggio, le corde da lanciarsi e preparavano una baleniera per essere pronti a calarla in mare, se vi fosse stato bisogno.
— Vedete nulla; signor Collin? — chiese il capitano dopo alcuni minuti.
— Nulla, capitano, quantunque noi siamo già nelle acque del naufrago.
Una giovinetta si avanzava verso prua aggrappandosi alla murata ed ai cordami, per non venire travolta dai cavalloni che irrompevano sulla tolda con mille muggiti. Poteva avere sedici o diciassette anni; era una graziosa ragazza, alta, snella, con capigliatura abbondante di un biondo oro, con occhi di un azzurro profondo, di carni vermiglie, non ancora guastate dall’aria marina e dai morsi del sole equatoriale.
Negli occhi, nell’espressione del viso, nelle labbra sottili, s’indovinava in quella delicata personcina una tenacità e un’audacia, che sono ben lungi dal possedere le donne della sua età e soprattutto le donne europee.
Nonostante che la tempesta fosse violentissima e la nave corresse non lieve pericolo, sebbene di solida costruzione e montata da un numeroso equipaggio, quella creatura non sembrava per nulla spaventata, e sorrideva tranquillamente come se si trovasse benissimo anche fra la natura sconvolta.
— Qui tu, Anna! — ripetè il capitano con accento di terrore.
— Sì, padre mio, — rispose la coraggiosa giovinetta, avvicinandoglisi.
— Ma non pensi che un’onda può strapparti dal ponte e trascinarti in mare?
— La figlia di un capitano marittimo non deve essere da meno di suo padre. Eppoi, credi tu che si stia meglio giù che sul ponte, quando vi sono quelle brutte belve che urlano orrendamente? Ah, padre mio, che carico pericoloso portiamo noi!
— Le gabbie sono solide e il quadro di poppa non ha comunicazione colla stiva.
— Lo so, ma quei ruggiti mettono i brividi. To’!... La Nuova Georgia ha cambiato rotta!... E si prepara una imbarcazione!... Cosa vuol dire ciò, padre?
— Non t’inquietare, Anna, — rispose il capitano. — Abbiamo virato di bordo per cercare un naufrago.
— Forse uno dei tuoi marinai è caduto in mare?
— No, ringraziando il cielo. Si tratta di uno sconosciuto che pochi minuti fa gridava aiuto.
— E dove?
— Non lo sappiamo neanche noi.
— Non l’hai veduto?
— No, ma il luogotenente e il pilota l’hanno inteso gridare.
— Pover’uomo!... Bisogna salvarlo a qualunque costo.
La nave virò sul posto mettendosi attraverso al vento, in maniera da non allontanarsi troppo da quel punto. Il capitano, il luogotenente, miss Anna ed i marinai, curvi sulle murate o issati sulle griselle, guardavano attentamente in mezzo alle onde, che le tenebre facevano a malapena distinguere.
— Coraggio! — gridò il capitano, imboccando il portavoce. — Veniamo in vostro aiuto.
— Soccorso!... Annego!... — ripetè la stessa voce di prima, che pareva uscisse di sotto le onde.
— L’abbiamo sottovento, — disse il luogotenente.
— Sì, sì, — confermò il vecchio pilota.
— Maledette tenebre! — esclamò il capitano. — Non si può vedere a tre metri di distanza.
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