Storieta
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About this book

Il racconto di Carlo Collodi si presenta come una favola giovanile incentrata sul burattino Pinocchio, ma il suo inizio si svolge in una bottega di falegnami dove una misteriosa “vocina” si fa sentire dal legno. Il maestro Ciliegia, spaventato, tenta di ignorare il suono, ma la voce persiste, facendo scoppiare una serie di scambi caotici tra lui e il legno stesso, che culminano nella consegna del pezzo a Geppetto. Da qui nasce il progetto di trasformare quel tronco in un burattino capace di ballare e di fare acrobazie, mentre i due artigiani si scambiano parrucche e insultano il soprannome “Polendina”. Il testo si muove rapidamente tra dialoghi vivaci e descrizioni di una stanza povera, preparando il lettore al viaggio di Pinocchio dalla creazione al suo primo balzo fuori dalla casa.

Lo stile di Collodi è marcato da un linguaggio colloquiale, ricco di giochi di parole, ironia e un ritmo veloce tipico della narrativa ottocentesca italiana. La voce narrante alterna descrizioni dettagliate a battute scherzose, creando un’atmosfera che ricorda le fiabe popolari ma con una satira sottile verso i personaggi adulti. Chi apprezza storie di avventure immaginarie, i giovani lettori affascinati da personaggi ribelli e le loro peripezie, troveranno in questo libro un divertente intreccio di fantasia e critica sociale, ideale per chi ama le fiabe che parlano anche al cuore adulto.

Characters in Le avventure di Pinocchio

  • PinocchioYoung wooden puppet with painted cheekbones, bright eyes, straw hair, wearing simple 19th‑century peasant shirt
  • maestro CiliegiaMiddle‑aged carpenter, flour‑stained apron, rough hands, dark beard, cap, rustic workshop attire
  • GeppettoElderly woodworker, weathered face, white beard, simple linen shirt, worn leather apron, humble expression

The opening · free to read

— Non mi picchiar tanto forte! —

Figuratevi come rimase quel buon vecchio di maestro Ciliegia!

Girò gli occhi smarriti intorno alla stanza per vedere di dove mai poteva essere uscita quella vocina, e non vide nessuno! Guardò sotto il banco, e nessuno: guardò dentro un armadio che stava sempre chiuso, e nessuno; guardò nel corbello dei trucioli e della segatura, e nessuno; aprì l'uscio di bottega per dare un'occhiata anche sulla strada, e nessuno. O dunque?...

— Ho capito; — disse allora ridendo e grattandosi la parrucca — si vede che quella vocina me la son figurata io. Rimettiamoci a lavorare. —

E ripresa l'ascia in mano, tirò giù un solennissimo colpo sul pezzo di legno.

— Ohi! tu m'hai fatto male! — gridò rammaricandosi la solita vocina.

Questa volta maestro Ciliegia restò di stucco, cogli occhi fuori del capo per la paura, colla bocca spalancata e colla lingua giù ciondoloni fino al mento, come un mascherone da fontana.

Appena riebbe l'uso della parola, cominciò a dire tremando e balbettando dallo spavento:

— Ma di dove sarà uscita questa vocina che ha detto ohi?... Eppure qui non c'è anima viva. Che sia per caso questo pezzo di legno che abbia imparato a piangere e a lamentarsi come un bambino? Io non lo posso credere. Questo legno eccolo qui; è un pezzo di legno da caminetto, come tutti gli altri, e a buttarlo sul fuoco, c'è da far bollire una pentola di fagioli.... O dunque? Che ci sia nascosto dentro qualcuno? Se c'è nascosto qualcuno, tanto peggio per lui. Ora l'accomodo io! —

E così dicendo, agguantò con tutt'e due le mani quel povero pezzo di legno, e si pose a sbatacchiarlo senza carità contro le pareti della stanza.

Poi si messe in ascolto, per sentire se c'era qualche vocina che si lamentasse. Aspettò due minuti, e nulla; cinque minuti, e nulla; dieci minuti, e nulla!

— Ho capito — disse allora sforzandosi di ridere e arruffandosi la parrucca — si vede che quella vocina che ha detto ohi, me la son figurata io! Rimettiamoci a lavorare. —

E perchè gli era entrato addosso una gran paura, si provò a canterellare per farsi un po' di coraggio.

Intanto, posata da una parte l'ascia, prese in mano la pialla, per piallare e tirare a pulimento il pezzo di legno; ma nel mentre che lo piallava in su e in giù, sentì la solita vocina che gli disse ridendo:

— Smetti! tu mi fai il pizzicorino sul corpo! —

Questa volta il povero maestro Ciliegia cadde giù come fulminato. Quando riaprì gli occhi, si trovò seduto per terra.

Il suo viso pareva trasfigurito, e perfino la punta del naso, di paonazza come era quasi sempre, gli era diventata turchina dalla gran paura.

II.

Maestro Ciliegia regala il pezzo di legno al suo amico Geppetto, il quale lo prende per fabbricarsi un burattino maraviglioso, che sappia ballare, tirar di scherma e fare i salti mortali.

In quel punto fu bussato alla porta.

— Passate pure, — disse il falegname, senza aver la forza di rizzarsi in piedi.

[Illustrazione: Un vecchietto tutto arzillo, il quale aveva nome Geppetto.]

Allora entrò in bottega un vecchietto tutto arzillo, il quale aveva nome Geppetto; ma i ragazzi del vicinato, quando lo volevano far montare su tutte le furie, lo chiamavano col soprannome di Polendina, a motivo della sua parrucca gialla, che somigliava moltissimo alla polendina di granturco.

Geppetto era bizzosissimo. Guai a chiamarlo Polendina! Diventava subito una bestia, e non c'era più verso di tenerlo.

— Buon giorno, mastr'Antonio, — disse Geppetto. — Che cosa fate costì per terra?

— Insegno l'abbaco alle formicole.

— Buon pro vi faccia.

— Chi vi ha portato da me, compar Geppetto?

— Le gambe. Sappiate, mastr'Antonio, che son venuto da voi, per chiedervi un favore.

— Eccomi qui, pronto a servirvi, — replicò il falegname rizzandosi su i ginocchi.

— Stamani m'è piovuta nel cervello un'idea.

— Sentiamola.

— Ho pensato di fabbricarmi da me un bel burattino di legno: ma un burattino maraviglioso, che sappia ballare, tirar di scherma e fare i salti mortali. Con questo burattino voglio girare il mondo, per buscarmi un tozzo di pane e un bicchier di vino: che ve ne pare?

— Bravo Polendina! — gridò la solita vocina, che non si capiva di dove uscisse.

A sentirsi chiamar Polendina, compar Geppetto diventò rosso come un peperone dalla bizza, e voltandosi verso il falegname, gli disse imbestialito:

— Perchè mi offendete?

— Chi vi offende?

— Mi avete detto Polendina!

— Non sono stato io.

— Sta' un po' a vedere che sarò stato io! Io dico che siete stato voi.

— No!

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