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I Nuovi Tartufi

«Questa fu la sua fine: ecco le sue virtù. O Muzio, noi rendiamo omaggio a te che fosti così operoso membro delle nostre adunanze fraterne, egregio sposo, ottimo padre, eccellente amico, dei poveri soccorritore larghissimo, consolatore degli afflitti..... Tu non corresti mai dietro alla gatta altrui se non era più bella della tua. Tu non divorasti mai i tuoi figliuoli come Saturno, e solo consentivi che il tuo padrone li affogasse onde non assottigliassero il tuo mangiare. Animoso difensore della verità, tu avresti dato per lei la vita se tu ne avessi avuto due. Benefattore dei poveri, ponevi da parte per loro le teste dei pesci quando ti eri sazio dei corpi. O amici, sforziamoci imitare questo filogatto, onde essere degni un giorno di lasciarci dietro simili desiderii. Intanto, dormi in pace, o Muzio, e la terra ti sia leggiera.»

HOFFMANN, Orazione funebre del gatto Muzio.

«Da quel caso in poi la mia infanzia scorse per una sterilità spaventevole di sensazioni..... ed io soprattutto m'irrito contro gli stupidi genitori che assettano i loro figli negl'Istituti ove tutte l'educazioni di natura diverse sono tagliuzzate sopra il modello medesimo.»

HOFFMANN, Manoscritto del gatto Murr.

Mi stese la mano,--come tutte le sere quando io lo lasciava sopra la soglia della sua casa dopo avere percorso più miglia lungo il lido del mare silenziosi e mesti.

Giovani entrambi, quantunque d'indole, di corpo e di voglie affatto diverse, una invincibile tristezza ci univa finchè gli durò la vita, la quale fu breve e senza gioie: egli rassegnato, io ribellante; egli mansueto, almeno in sembianza, io iroso; egli sazio del presente, disperato del futuro, io dell'avvenire fidentissimo, e cupido d'impadronirmi del tempo; egli argomentatore per via di formule, io pieno di fantasimi; egli pauroso di darsi in balía delle immaginazioni, io non che inchinevole, lieto di lasciarmi trasportare dal torrente della fantasia; egli biondo e di sguardo azzurro e tranquillo, io nero e bieco: e nonostante, la tristezza comune ci tenne uniti. Così ai tempi del Terrore in Francia il taglio del ferro congiunse in fondo della paniera con bacio sanguinoso la testa del nobile e del plebeo, del bello e del brutto, dell'animoso e del codardo!

Mi stese la mano con la quale egli soleva stringere la mia,--più forte se alla stretta non aggiungeva parola;--meno forte se l'atto accompagnava con un saluto di addio, o con un desiderio di rivedermi il giorno veniente.

Povero amico! l'amarezza infinita che contristò tuoi pochi giorni non poteva trovare conforto nel mondo, però che non derivasse da obietti o da casi esteriori, ma sì da incognita, interna, ed arcana scaturigine del cuore; e come se sapesse che presto avrebbe abbandonato la vita, così per averla maggiormente in odio pose ogni studio a inacerbire i disagi fisici e morali, come se essi non fossero di per se medesimi abbastanza incomportabili.--Nonostante a lui piacque così; e quantunque di beni largamente provvisto, egli sempre repugnò adoperarli se non in quanto i bisogni più urgenti della vita desiderassero. Sofferse il freddo, sprezzò ogni comodo, fu schivo di masserizie eleganti e di arnesi leggiadri. A un tratto parve talentarsi di libri, e ne acquistò dei rari; all'improvviso si rimase, per paura che questa passione lo vincesse, ripetendo il detto dell'Ecclesiaste: nella molta scienza è molta angustia, e tutto è vanità ed afflizione di spirito.--Nelle vesti procedè squallido oltre il dovere, se togli i pannilini che costumò sempre candidissimi ed eletti. Però temendo che da simili abitudini non gli venisse fama di miseria, tenne usanza di comprarsi panni finissimi e ordinarsi vesti secondo correva il costume; e se il sarto glieli portava, ei li chiudeva negli armarii senza darvi più caso; se poi il sarto non li portava, ed ei li dimenticava.--Un vero santo Simone Stilita, che logorò i suoi giorni in cima alla colonna. Nella notte che trapassò a sorti migliori (e fu di mezzo agosto), essendo io solo dei suoi amici rimasto in camera con lui, aiutato dai servi lo vestii nobilmente di pantaloni bianchi di rara tela russa, sottoveste di raso operato, abito di bel panno turchino con bottoni di oro, camicia e fascetta di battista, e tutto il corredo come se aspettasse in riposo l'ora di andarsene al ballo. Invero anche nella morte era bello; ed egli parve desiderarla come il pellegrino stanco l'ombra dei platani paterni cresciuti su le sponde del rivo.--E dico parve; perchè un giorno,--pendendo uno specchio alla parete di faccia al letto in cui giaceva, e alla porta per la quale io entrava,--mi soffermai a contemplarlo nello specchio, e vidi che piangeva.--Certo io non saprei ben dire se piangesse il fiore della giovanezza perduta, o per tedio che la morte ritardasse tanto a scuoterlo giù dall'albero della vita; pure dacchè stava in potestà sua concluderla, e il modo nè il coraggio gli mancavano, dubito nol facesse per amore della esistenza, dalla quale, per quanto sappiamo, non ci è dato separarci senza rammarico, e forse senza spavento.

E quella sera strinse la mia mano più forte, e non profferì parola; ed io che, sebbene roso dalla medesima malattia, sopportava gravemente vederlo per quel modo disfatto dal verme della tristezza, lo richiamai e gli dissi:

"Ascanio, stasera abbiamo una solennità alla quale potremmo convenire,--non fosse altro per divagarci..."

"Quale?"

"L'adunanza del Mutuo Insegnamento per la distribuzione dei premii. Paionmi cose degne di vedersi quei giovanetti in virtù della istruzione chiamati a nuova vita, e la esultanza dei parenti, e la carità pubblica..."

"_A egregie cose accendono le urne dei forti, o Pindemonte..._ Va tu se vuoi; per me non mi lascio prendere a queste lustre..."

"Ma qui non vedo insidia; e tu, o Ascanio, diffidando sempre di tutto e di tutti, farai come colui che lasciava morirsi di fame per paura di veleno..."

"Di' piuttosto che per avere bevuto troppo veleno ormai non temo più tossico.--Io parlo a te senza ira e senza amore, e non vorrei che tu lo ridicessi a persona, almeno finchè io viva,--_perchè le voglie son piene già della usanza pessima ed antica, del ver sempre nemica_,--come avvertiva Messere Francesco. Ora dunque come per me si poteva considerai attentamente i nuovi istituti, i nuovi metodi di ammaestrare, e i provvedimenti di pubblico bene e di carità, sotto due aspetti, per le intenzioni e per le conseguenze, o se vuoi meglio, nelle cause e negli effetti. Per le intenzioni prima di ogni altra cosa ho detto:--E chi sono eglino questi che ci danno ad intendere come nei tempi scorsi non occorressero istituti di pubblica carità? Gli antichi, mossi dal bisogno maraviglioso di esercitare misericordia, distinsero le sventure pubbliche non altrimenti che la botanica classa in famiglie le varie generazioni dei fiori, e fondarono a sollievo di ciascheduna fabbriche singolari delle quali noi smarrimmo perfino il nome. Così chiamarono Xenodochia le case destinate a conforto dei pellegrini stanchi dalla via: Orfanotrofia quelle ove gli orfani nudrivansi ed educavansi: Nosocomia le altre per gl'infermi: Ptocotrofia ove i poveri trovavano sostentamento: Gerontocomia ove i vecchi avevano sollievo negli anni estremi della vita: Brefotrofia ove i neonati e gli esposti si accoglievano. I più sinceri istituti di carità sorsero dalla mente del popolo, perchè la sventura è maestra di soccorso agli sventurati: haud ignara malis miseris succurrere disco. Così narrano che il calzolaro Sorore inventasse gli ospedali, e i facchini di Firenze la Misericordia; ma non posso astenermi da notare come nei tempi che chiamiamo barbari i baroni e i cattani del contado si mostrassero larghi di ospitalità ai pellegrini più abietti e perfino ai Giudei, tenuti a quei giorni in orrore. Che cosa significa pertanto questa odierna iattanza per avere fatto poco e male quello che i padri nostri fecero copiosamente e bene? Che cosa significa questa libidine di appiccare su pei canti i cedoloni per un poco di carità? Perchè suonare trombe, accendere falò, e stampare nome, cognome e titoli di questi rivenduglioli di beneficenza? Qui dentro ho visto vanità somma, e voglia di ostentare in apparenza quanto si toglieva alla sostanza.--Certa trista femmina, quasi sempre presidentessa degli Asili infantili, ad una povera madre che la supplicava di soccorso per nudrire quattro figliuoli in un giorno che l'era mancato il lavoro, ebbe la svergognata audacia di rimproverarle la troppa fecondità!--E cosiffatte femmine si danno un gran dimenío per iscrivere lettere, visitarsi, convocare adunanze, e trovare di ogni maniera motivi per uscire di casa e frequentare ritrovi... dove la carità non guadagna e il buon costume scapita...! Il marito torna a casa, e non trova la moglie: aspetta lungamente e invano. Ove andava ella? Allo Asilo. Ove si trattenne ella? Allo Asilo. Guai se si avvisa muovere lamento! La turba femminina lo scomunica co' ceri gialli, lo dichiara Turco e antropofago, lo mette all'indice come un libro proibito; e se lo condannano a meno che ad essere arso vivo, egli è per giunta. Mentre vedi mandare a male danari in carte, sopraccarte, ceralacche, e stampe, tu rideresti di rabbia, o mio nervoso Gualberto, se sapessi quante libbre di carne queste male femmine hanno cuore di mettere in pentola per farne la minestra a novanta o cento fanciulline; e se un macellaro...--oh indecentissimo personaggio in mezzo a tante profumate dame!--e se un macellaro, senza che nessuno lo sappia e senza che gl'importi che veruno lo abbia a sapere, non mandasse quotidianamente tanta carne che basti a cavarne un po' di sostanza, e' tornerebbe lo stesso che immollare il pane in acqua di Arno.--La ipocrisia, non so se in seguito, ma almeno fin qui, era ottimo mezzo per fare fortuna. Gli uomini per ora non seppero avvantaggiarsi dei casi passati. Il retaggio della esperienza non iscende ai posteri, egli è un legato che ogni generazione si porta seco nella fossa;--e tu, Gualberto, troverai di leggieri questo essere vero, quantunque volte pensi come da Adamo in poi i pesci si prendano con gli ami, gli uccelli con le reti.--Ora devi sapere, Gualberto, che vive una generazione di uomini, che io chiamerò gli Svelti, i quali noi trovammo nel mondo, e ce li lasceremo. Questi Svelti si persuasero che l'antico ordine di cose se ne andava, ed un altro nuovo stava presentissimamente per subentrare; s'ingannarono, perchè la pelliccieria è piena di pelli di volpe. Da lungo tempo se n'erano stati a cavallo al muro, ora si trovarono avere posto tutte e due le gambe da una parte sola: come rimediarvi? Che cosa fare? Gittarsi di un salto all'opposto lato era tardi; quelli che a caso, o per inerzia rimasero fedeli non li avrebbero accolti, o se accolti trattati come servi fuggitivi. Gli Svelti deliberarono mettersi in traccia di un nuovo mondo d'ipocrisia, e con certi metodi di cui avevano appreso il segreto coltivare le contrade scoperte e ricavarne nuove e copiose derrate buone al trono, buone all'interesse, buone alla pietà, buone alla istruzione, e mescolate con qualche prodotto religioso non nato dal vero grano di religione, ma di una cotale veccia religiosa acconcia a farne pane in tempo di carestia,--e così presentarsi ben provvisti al mercato, offrendo alleanza utile ad ambedue. Gli Svelti riuscirono, perchè gl'ipocriti puro sangue, quantunque volessero usare loro il tratto dei formicoloni alle formiche, conoscendo pericolosa la impresa, deliberarono abbracciarli a braccia piene, e baciarli con immenso strepito di labbra, e chiamarli amici e fratelli. Per comune consentimento tolsero per divisa il motto: _concordi lumine maior_--e il genio dei Tartufi li coperse tutti all'ombra dello immenso suo manto.

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