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In Cerca Di Morte

Pochi anni or sono, in un vecchio palazzo della via Recourse a Londra, conosciuto sotto il nome di Game of chance house (casa dei giuochi di rischio), convenivano ogni sera tutti i giovani eleganti del quartiere così detto di Reckless-men, per azzardarvi qualche migliaio di sterline al whist o al tarocco, ma più specialmente al diamonds-game (giuoco dei quadri).

I fashionables, i zerbini di quel quartiere, dopo aver cavalcato lungo i viali di Regent's park, o tirato di sciabola nelle sale di Mr. Wooden, il celebre schermitore, o gareggiato nelle corse dei boats sul Tamigi, provavano spesso degli assalti di spleen tormentosi, degli orribili istanti di noja; di quella noia fredda, piena, profonda, mortale, che non può essere provata che dagli inglesi, e che ha tanta analogia col loro cielo, colle loro pioggie, e colle loro nebbie perenni. Era naturale che essi sentissero quindi il bisogno di scosse più vive, di emozioni più eccitanti, e che non potendo procurarsele altrimenti, venissero a chiederle al giuoco. Il carattere degli inglesi è freddo e pacato, ma nel fondo del loro cuore vi è sempre qualche cosa di palpitante e di vivo; essi lo sentono e subiscono spesso, loro malgrado, il predominio della loro natura lenta e inflessibile: le maggiori eccentricità inglesi non segnano sovente che il limite estremo dei maggiori sforzi che essi hanno fatto per dominarla e per vincerla. E se è vero che l'affetto del danaro costituisce una delle loro passioni più tenaci, il giuoco che uno dei mezzi più solleciti per moltiplicarlo o per perderlo, deve offrir loro naturalmente una fonte di emozioni energiche e grandissime.

Ecco perchè i giovani del quartiere di Reckless-men si raccoglievano volentieri nelle sale di Game of chance house, nelle lunghe sere d'inverno--per scuotere la loro anima paralizzata dall'atonia, per ritemprare in qualche modo la loro sensitività coll'attrito dei dadi del whist, o col giuoco pericoloso dei quadri.

Abbiamo detto i giovani, chè nei vecchi inglesi la mania delle emozioni è trascorsa, il periodo delle eccentricità è superato: un inglese a quarant'anni è la personificazione del positivismo, è l'incarnazione vivente del calcolo: i giovani soltanto possono azzardare sull'asse o sul fante d'una carta una eredità vistosa, una fortuna accumulata in lunghi anni di speculazioni e di lavoro.

E quante fortune non furono perdute o menomate in tal guisa! quanti di quei giovani eleganti che alla sera entrarono nella sala del palazzo in Recourse-street, ricchi d'una bagattella di centomila sterline, ne uscirono più poveri dell'ultimo operaio di Londra, e s'imbarcarono all'indomani sul postale delle Indie con un posto pagato di terza classe per tentare di ricostruirvi la loro fortuna perduta! Si osserva appunto ciò di singolare nei giuocatori inglesi, che non arrischiano come noi una piccola somma, una porzione meschina della loro proprietà, ma mettono anche nel giuoco dell'ardimento e del senno.--Ecco una carta sulla quale si sono posti centomila franchi--una, due, tre; una, due, tre; il sette di fiori e la dama di cuori, l'asse di quadri, e il re delle picche--perduto; si raddoppia la posta--perduto; la si triplica ancora--perduto: sta bene! All'indomani si va a Hang-king o a Calcutta; vi si va fiduciosi, imperturbati, tranquilli; vi si negozia nella gomma, nei datteri, o nei chiodi di garofano; s'impianta una manifattura di conterie, si perfeziona un tessuto, s'inventa una macchina, si acquista a metà prezzo un carico di coloniali, e la fortuna è rifatta. Allora si rimpatria e si dice: io sono quell'inglese che, otto anni or sono, ha sciupata la sua proprietà al giuoco dei quadri; oggi ritorno col mio capitale raddoppiato, e con un forte credito all'estero; i miei rapporti commerciali mi assicurano in pochi anni l'accumulazione di un capitale importante.

A questo punto della sua vita, l'inglese non giuoca più, non va in cerca di nuove emozioni; rientra nella famiglia e nell'ordine, frequenta la borsa, si fa eleggere membro di qualche associazione democratica, e trasmette a' suoi eredi legittimi un patrimonio di un mezzo milione di ghinee.

Paese singolare, dove tutto è grande e straordinario; dove anche nel vizio si rinvengono le traccie di virtù non comuni, dove è riverito il genio e santificato il lavoro; dove in ogni uomo vi ha parità di diritti, parità di doveri e consonanza di aspirazioni. Più volte considerando i caratteri de' miei connazionali, studiando le loro qualità e le loro tendenze, al confronto del tedesco grave e malinconico, dell'inglese dotto e laborioso, del francese facile e colto, ho dovuto arrossire della generale frivolezza degli italiani.... Oh perchè non sono nato sotto quel cielo severo e melanconico dell'Inghilterra, dove gli uomini crescono liberi, nobili e dignitosi!

Non sono molti anni che in Game of chance house fu perduta al giuoco una delle più ricche fortune d'Inghilterra.--Era una sera triste e piovosa, le strade di Londra erano deserte, i teatri chiusi, i clubs poco frequentati; e il giovine barone di Rosen, non sapendo come schermirsi dal tempo e dalla noia, era rientrato, suo malgrado, in quella casa dove aveva già dissipate somme considerevoli, e dove aveva risolto pochi giorni innanzi di non porre più piede. Ma i proponimenti dei giuocatori sono labili come quelli degli amanti: tra il giuoco e l'amore corrono dei rapporti ben definiti; l'amore non è che un giuoco, il giuoco non è che amore di danaro--amore e danaro costituiscono le due passioni più ardenti dell'anima umana, e partecipano entrambi nella stessa misura, di tutte quelle debolezze che sono proprie della nostra natura.

Il barone di Rosen era dunque ritornato in una di quelle sale e s'era seduto ad un tavolo già occupato da buon numero di avventori. In quella stanza regnava un silenzio assoluto, non interrotto che dal rotolarsi alternato dei dadi o dallo sfogliarsi delle carte, o dal crepitio della fiamma del caminetto; i sigari e le pipe esalavano nubi di fumo, tra le quali apparivano confusamente le fisionomie calme e impassibili dei giuocatori.

L'arrivo di Rosen non fu avvertito che dal lieve scricchiolio d'un'altra sedia che venne a posarsi da un lato del tavolo; i vicini alzarono gli occhi, salutarono accennando del capo, e continuarono il loro giuoco. Si sarebbe detto tuttavia che essi attendessero qualche grosso guadagno da quel nuovo arrivato, poichè lo sbirciavano di traverso colla coda dell'occhio, e parevano aspettare che egli chiedesse le sue carte per l'intera somma che era collocata sul tappeto d'innanzi al direttore del banco. La doveva essere infatti una triste sera per Rosen. La posta era d'un migliaio di sterline: egli trasse di tasca un portafogli, ne tolse alcuni biglietti, e deponendoli sul tavolo, e indicandoli col dito, chiese:--carte!

Il banchiere ne diede tre a lui, e tre a sè stesso.

Rosen le esaminò spiegandole con una sola mano, che l'altra teneva costantemente nella saccoccia, e poichè l'avversario ebbe rovesciate le sue, disse:--perduto; e collocando nuovi biglietti sul vassoio, aggiunse:--raddoppio.

Gli furono date nuove carte, ma la fortuna tornò ad essergli sfavorevole. Il barone vuotò le sue saccoccie sul tavolo, e ripetè collo stesso suono di voce:--raddoppio.

Gli spettatori si radunarono in circolo; il giuoco incominciava ad assumere qualche interesse, e a scuotere in qualche modo quella loro natura impassibile. La fisionomia del banchiere appariva, benchè s'adoprasse a nasconderlo, visibilmente alterata: il barone di Rosen aveva rimessa una mano nella saccoccia, e coll'altra spremeva la punta del suo sigaro, cui non era ancora riuscito a dar aria.

Talora l'impassibilità nel giuoco può condurre a grandi risultati, ma talora anche non giova--la fortuna ha le sue predilezioni, e non le smentisce sì spesso,--in quella sera Rosen era predestinato--perdette ancora.

Successe un momento d'indugio; fu verificata la somma, erano trecento mila franchi. Il vincitore guardò il barone con uno sguardo che voleva dire: si continua? Questi accennando col dito al portafogli che vedevasi vuoto sul tappeto, guardò dal canto suo il banchiere, in atto di chiedere: si fa credito?

Allora quegli avendo accennato del capo in segno di acconsentimento, il barone di Rosen levò la mano dalla saccoccia, sfogliò il sigaro colle dita, e gettandolo a terra, e appressando la propria sedia al tavolo, disse: vada tutta la posta.

Furono gettate ancora le carte: erano pari, nulla di fatto. Rosen si drizzò di tutta la persona, e come animato da una inspirazione infallibile, disse: vada due volte la posta.

Furono ridate le tre carte; il banchiere aveva un sette e due fanti, l'altro una dama e due assi--Rosen aveva perduto.

Egli ricadde sulla sedia, stette un istante pensieroso, poi riaccendendo un sigaro, disse: vediamo se la fortuna avrà migliore costanza di me; giuoco la mia proprietà di Littleford contro la somma che è depositata sul banco.

A questo punto il suo avversario parve esitare, alcuni amici gli si appressarono e dissero: Rosen, moderatevi; ma la buona stella di Rosen era tramontata: anche questo colpo doveva essergli sfavorevole--la sua proprietà di Littleford fu perduta.

Successe una viva emozione negli astanti. Il banchiere assumendo quell'aspetto mortificato e increscevole che è proprio dei vincitori di giuoco, disse con parole interrotte e esitanti: vedo che la fortuna delle carte vi è contraria, nè io vorrei approfittarne di troppo... se voi desiderate desistere, o mutar giuoco.... tentare i dadi, o il tarocco, o....--La mosca, interruppe Rosen.

--La mosca, disse l'altro in suono di adesione. E raccogliendo le somme deposte sul tavolo, e rialzandosi, entrarono in un'altra camera.

Il barone e il suo avversario si sedettero, e chiesero due tazze di birra doppia, che furono loro portate assieme con un vaso ripieno di tavolette di avorio.

Quanto per ciascuna? chiese il rivale di Rosen.

Mille sterline l'una! rispose l'altro. E poichè se l'ebbero divise in parti uguali, versarono d'innanzi a sè una goccia di birra di pari grandezza, appoggiarono i gomiti sul tavolo, la testa tra le mani, e dissero al cameriere: siamo a tempo.

Il cameriere avendo allora fatto osservare che le goccie erano d'uguale dimensione, e la luce favorevole in un modo ad entrambi; e avvertiti i giuocatori di non alterare il respiro, e gli astanti di astenersi da qualunque movimento, pena il pagamento della posta, mosse un cordone che pendeva lungo la parete, e fece agitare una ventola, al cui movimento le mosche che coprivano a nubi il soffitto se ne distaccarono, e vennero a posarsi in parte sul tavolo--le altre continuarono a volare per la stanza ronzando.

Allora un'ansietà profonda si dipinse sopra ogni volto, gli occhi di tutti seguivano con impazienza le varie direzioni delle mosche. Tre di esse avevano già incominciato ad aleggiare intorno alla goccia di Rosen, e parevano volervisi arrestare, quando, mutando divisamento, passarono dal lato opposto, e si posarono su quella del suo avversario.

Era una fatalità disperante: il barone diede al vincitore tre tavolette di avorio. Il cameriere, dopo aver agitata una frasca di felce sulla tavola, disse: si ricomincia; e scosse di nuovo la ventola.

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