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Il Re prega: Romanzo
by Ferdinando Petruccelli della Gattina
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Public-domain ebook sourced from Project Gutenberg #28888.
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The opening · free to read
Don Diego Spani.
Sulla strada di Napoli alle Calabrie, in mezzo alla catena degli Apennini, a qualche miglio dal passo di Campotenese, trovasi un grosso borgo chiamato Lauria.
Il borgo, addossato alla montagna, ha due piani: Lauria inferiore, nera, immonda, dalle strette viuzze, dai casolari screpolati, si accoccola nella valle. Lauria superiore, più moderna, si attacca quasi alle vette della montagna, là dove passa la strada consolare. Questa parte del borgo è più aristocratica. Le piccole case del popolo grasso, la chiesa, il palazzo del vescovo, le locande, il convento dei cappuccini, la casa municipale giacciono quivi, e tutto ciò è nuovo, gaio, netto, con delle pretese architettoniche. Un sentiero angusto, pericoloso, ai lembi di un precipizio, riunisce le due braccia del villaggio sul dorso della montagna, mediante un piccolo ponte traballante, gettato sul torrente. Giù poi, nella valle, le due Laurie sono congiunte da una strada pietrosa che fa un lungo circuito.
La montagna è nuda e scarna: un agglomeramento di pietre grige e di argilla rossastra dall'aspetto desolato. Non alberi, non terra coltivabile, non giardini. Alcune capre etiche si disputano qua e là i tristi ciuffi di ginestro e le macchie di cipresso. Lontano, altre montagne ugualmente nude o rivestite di pini selvaggi e di frassini, dei precipizi violentemente trambustati, delle gore che divengono torrenti; e più lontano ancora, un'aria azzurrastra e vaporosa: il mar Tirreno.
L'aspetto degli abitanti non è guari più prospero di quello del borgo. Bronzati, squallidi, vestiti di fustagno o panno bruno--filato, tessuto, tinto in casa dalle femmine della famiglia--essi hanno il portamento grave e la solennità dei vecchi mastini.
All'estremità del borgo inferiore, vicino al letto del torrente, sorgeva una casetta isolata, di un sol piano, coverta di tegole rosse pizzicate di muschio. Un muro di pietre senza cemento, coronato di rovi, inquadrava questa povera e nera dimora, e proteggeva un pezzetto di giardino di un paio di jugeri, cui il proprietario aveva disputato al torrente. Qualche alberi fruttiferi, dei cavoli, dei finocchi, delle radici, ed altri legumi spuntano dal suolo accuratamente pettinato. Un sentieruolo coverto da una pergola correva lungo la casa; due vialuzzi dividevano il giardino a croce.
Una porta dell'abituro sporgeva sulla strada; un'altra, di rincontro, sul giardino: ambo si aprivano in una larga sala.
Il fumo aveva annerita questa stanza, la quale serviva nel tempo stesso di tinello, di cucina, di salone, di legnaia, di credenziera, di forno, di tutto--eccetto di camera da letto. Due altre cellucce, alle due estremità della sala, avevano questo ufficio. Due grossi alari di ferro sostenevano i ceppi del focolare dal vasto mantello ed impedivano ai tizzoni di rotolare sulla pignatta che bolliva innanzi al fuoco.
Un maiale terminava il suo pasto della sera in un angolo della sala. Esso brontolava, si avvicinava di tempo in tempo al camino ove andava a scomodare un cane steso tutto di lungo. E questo, così rimescolato da quel figliuolo viziato della casa, se gli slanciava alle orecchie, lo mordeva, e lo rimandava al suo truogolo. Un piccolo gatto grigio e macilento, mezzo cacciato nelle ceneri, sollevava allora la testa per contemplare il cattivo umore di quei signori, e spazzolava col suo zampino i suoi baffi un po' arrostiti. Alcuni polli dormivano di già, accoccolati su degli stecchi al disopra del maiale. Ai neri assiti della sala pendevano ancora qualche brani del predecessore di questo animale petulante, ma esso non vi badava, perocchè, modesto come un seminarista, non levava giammai gli occhi al cielo a mo' de' poeti e dei devoti.
Al mantello del camino restava appeso traversalmente un archibugio a pietra, sur una fila di fusi, rigonfi dal filo di canape, cui la massaia di casa destinava alla confezione delle camice, e dell'altra biancheria della famiglia. Ad un lato del camino, bilicava su tre banche attortigliate un guindolo festonato di matasse a mettere in gomitolo. Dall'altro lato, sopra una tavoletta conficcata nel muro, giacevano un breviario ingrassato e affumicato, e vari volumi, meglio appropriati: Hegel, Machiavello, Orazio, Omero in greco, Goethe, Victor Hugo, il Don Giovanni di Byron, i Conti di Hoffmann, Rabelais....
La porta sulla strada era chiusa; quella sul giardino, aperta. Di dentro, nessuno. I due abitanti della casa erano nel giardino. La porta del giardino, a vetri e cancello in su, rischiarava la sala. Una piccola finestra si apriva sul verziere, a mezza vita, ed inondava di luce il focolare.
La mediocrità al coperto dello stretto bisogno, la parsimonia coraggiosa, l'attenzione febbrile di nasconderla agli sguardi mordaci della gente della provincia, la quale addiziona le patate che mangiate, i bicchieri di vino che bevete, le lenzuola e le camice che possedete... ecco la fisonomia generale dell'abituro. Un osservatore perspicace non avrebbe guarentito che colà vi fosse dell'ordine,--il padre della ricchezza;--ma egli avrebbe constatato un sistema di vita dalle abitudini monastiche, quel tutto a posto, che talvolta è quel disordine in cui i monomani sanno rinvenirsi. L'indifferenza alle comodità traspirava da tutti i dettagli--dalle sedie in legno e del vasellame smussato, dal fumo che si librava constantemente nell'appartamento, dalle fessure delle finestre che fischiavano, dalle fanfare del vento, dai vetri rotti, dal suolo mal mattonato, dagli alari zoppi, dal candeliere di ottone ossidato di glutine verde, dalla promiscuità degli uomini e delle bestie, da tutto infine. Nulla di assolutamente necessario non mancava, tutto aveva l'aria ad un dipresso pulita, ma in tutte le cose si sarebbe potuto correggere qualche difetto che urtava la delicatezza, il comodo, il meglio. Mettete lì dentro un fanciullo che tocca a tutto, e voi avrete una dirotta.
L'_ave maria_ suonava al convento dei cappuccini. Il tempo era grigio, ma si vedeva di lontano, dietro le montagne, quel tuono rosso che indica un buon tramonto sul mare e che promette bel giorno per l'indomani. Delle nuvole vaporose si ammonticchiavano sulla montagna e si stendevano placidamente nel cielo. Un rovaio freddo agitava l'aria, e lacerando qua e là il nugoleto, scopriva la pupilla ammiccante di una stella. Nel giorno aveva piovuto--quella specie di pioggia a metà rappresa, che non è più l'acqua e che non è ancora la neve, cui la gente della contrada addimanda acqua fradicia. I contadini ritornavano dalla campagna bagnati fino all'osso. E' si avviluppavano nei loro mantelli corti e stretti, detti cappuccio, di panno bianco sporco, il beschetto ribattuto sul volto. Portavano sul dorso la zappa e l'accetta ed un ramo di legno, mentre le loro femmine, la gonna rimboccata fino al ginocchio, senza calze, portavano sul capo la culla di un figliuolo o una manata di sterpi. I più ricchi si menavano innanzi un asino magrissimo, carico di legna raccolte alla foresta, che si vende ai borghesi per qualche soldo. I più miserabili si tiravano dietro una nidiata di bimbi e di bimbe sporchissimi, tutti rossi dalla fatica o dal freddo, carreggiando ciascuno il suo piccolo ciocco, le figliolette i piedi nudi, come la madre, i garzoncelli calzati di un pezzo di cuoio, incordato attorno alla gamba, che proteggeva la metà davanti del piede e lasciava a nudo i talloni. Li si chiama scarponi.
Tutte quelle povere genti, passando di presso al muro del giardino, salutavano umilmente il borghese che vi passeggiava, con un: Sia lodato Gesù e Maria! Ma quel borghese, distratto, il mento affondato nel petto, non rispondeva al loro saluto.
Don Diego Spani era un uomo di una quarantina d'anni, forte, alto, trascinando delle grosse scarpe con fibbia di ferro ed una cattiva giubba che gli ballocciava sul ventre. Indossava calze nere, brache di velluto di cotone, al collo un collare di cartone coperto di stoffa azzurra, orlato di bianco, un corpetto a bottoni di ferro imbrunito. La sua giacchetta di panno bleu era stata fabbricata e cucita in casa della lana filata da sua sorella. Tutto ciò era frusto, rattoppato, bruciato da qualche pezzetto di esca caduto dalla sua pipa, lercio del tabacco caduto dal suo naso, sciupato; ma non un bottone che mancasse, non uno squarcio che sbadigliasse.
Don Diego si teneva le mani in tasca e camminava lentamente, ma a passo fermo, come un uomo assorto; si dondolava come qualcuno che non guarda ove cacci il piede. Fumava una pipa di terra rossa, a tubo di canna ricurvo, o piuttosto serrava quell'infetto utensile fra i suoi denti, poichè il caminetto ne era spento.
Egli aveva la testa nuda, la parte culminante del cranio completamente calva, dal fronte all'occipite, mentre le lunghe ciocche di capelli alle tempia spaziavano al vento. Il vaiuolo aveva butterato alquanto il suo largo viso, e gli stigmati onde esso lo aveva forellato riflettevano la luce in un modo più vivo, rialzavano il tuono del colore della faccia. Egli aveva quel bruno che va sul giallo proprio dei temperamenti biliosi, il quale, nella collera, diviene livido o bianco pallore a seconda dell'intensità della passione. I muscoli del suo viso magro disegnavano delle protuberanze e dei solchi, e gli davano l'aria d'un uomo cui delle forti contenzioni dell'anima avevano devastato. Ma non bisogna confondere ciò con le macerazioni della vita ascetica nè con la consunzione della meditazione. Queste due ultime cause smungono altresì una faccia umana, rilevandone i lineamenti; ma esse le danno nel tempo stesso quel certo che di luminoso che emana dall'anima, dall'aspirazione verso l'alto dei santi e degli scienziati.
Sull'aspetto di colui che passeggiava nel giardino si delineavano passioni più umane. Vi si vedeva il riflesso di un fuoco interiore che faceva bollire il cuore prima d'infiammare il cervello. Le rughe irregolari che screpolavano la sua vasta fronte si armonizzavano con quel sembiante abbaruffato, con quelle labbra carnute, ma smorte, con dei denti acuti e giallastri, con un mento sporto in su e un naso fieramente aquilino dalle narici ovali, aperte, irritate, con delle sopracciglia aggrottate, lucenti e nere, tendenti a ravvicinarsi. Queste altere sopracciglia non temperavano punto il bagliore di due pupille piccole e nere, d'altrettanto più petulanti che erano fisse--direi quasi rapprese--sopra due globi, il cui bianco aveva del giallo di avorio con delle piccole serie rosse ed azzurre. Il tuono affoscato dell'orbita augumentava la profondità di quello sguardo di acciaio, immobile e ghiacciato come quello del tigre, una profondità iscandagliabile. L'insieme di questa testa esprimeva la violenza animale contenuta dalla volontà, degli appetiti feroci repressi dalla dignità del pensiero, l'ambizione accasciata sotto il mantello di piombo della rassegnazione--un essere abortito infine a causa degli ostacoli sociali che lo avevano retrospinto in lui stesso.
Non occorreva di vedere i residui del suo abbigliamento per indovinare che Don Diego Spani era prete.
Questo fatale carattere lo aveva afferrato nella sua morsa inesorabile e l'aveva contraffatto o fatto a suo modo.
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