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L'ultima primavera: Romanzo
by Memini
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Public-domain ebook sourced from Project Gutenberg #60905.

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The opening · free to read
Ritta, immobile dinanzi al grande specchio a tre comparti, Marina Negroni aveva testè compiuta la sua elegante acconciatura di passeggio. Ma la giovane si indugiava, pensosa, dinanzi alla propria immagine.
Sul volto suo, nessuna traccia di vanità, nè di compiacenza intima, non il sorriso trionfante della bellezza che si ravvisa. Pure, ell'era bellissima, Marina Negroni.
Alta, di forme decise, tendenti alla maestà del tipo giunonico. Bionda, d'un biondo acceso, quasi fulvo. Fattezze armoniche, regolarissime, un bello palese, non mutevole, invariabilmente sereno. Se Marina avesse avuto dei nemici, questi, parlando di lei, avrebbero potuto insistere su quell'eccessiva immutabilità della sua bellezza. Avrebbero potuto dire altresì, che ella dimostrava tutti quanti i suoi venticinque anni. Ma non altro appunto avrebbero potuto movere all'aspetto di quella fanciulla. Nè maggiore appiglio avrebbero offerto alla loro critica il carattere ed il contegno di lei. Somigliavano, per l'appunto, alla sua formosa bellezza. Erano, al pari di questa, invariabilmente calmi e sereni.
Ella dunque non si ammirava, si studiava soltanto.
Era, non era ciò che doveva essere quel giorno, per quella data circostanza?
La circostanza era grave, e Marina lo sapeva. Si passò coscienziosamente in rivista. Qualche ritocco ancora, qua e là; una ciocchettina di capelli un po' ribelle da rimovere, più assestata sul fianco la falda della giacchettina, meglio stretta al collo la striscia di finissima trina che s'alzava oltre il goletto alto dell'abito.
Dopo un momento e stando sempre davanti allo specchio, Marina cominciò la sua esercitazione di sorrisi.
Ne eseguì parecchi, leggiadri tutti e discreti, una scala semitonata, progressiva di sorrisi per bene. Uno fra essi non riesciva a modo suo, lo ripetè pazientemente, sinchè riescì a fissarlo, determinato, sulla fisonomia. Doveva significare una serenità intima con un'ombra di meraviglia, quasi un accenno al destarsi di un vago interessamento. Poi susseguì il sorriso più palesemente animato e subito dopo, con una abile, rapida transazione di espressioni, il ritorno alla perfetta calma della fisonomia, quella calma grandiosa che dava all'aspetto di Marina Negroni qualcosa dell'immagine di una Dea che, assorta in divini pensieri, movesse a diporto sulle nubi di un Olimpo.
Un momento, tutto ciò venne meno. Marina tralasciò di esercitarsi. Aggrottò le ciglia e sorrise, ma sinceramente, involontariamente, per conto suo. E quel sorriso non narrava una lieta storia.
Un lampo di stanchezza, d'intimo disgusto passò nei grandi occhi azzurrini, tutta la persona ebbe una espressione accasciata e piena di sconforto.
— Ancora... sempre!... — mormorò la fanciulla. — E sempre per nulla. Son certa... lo sento che anche stavolta...
Ebbe un piccolo brivido. La lunga serie dei disappunti, dei tanti falliti tentativi, tornò, crudele, alla sua memoria.
Ma subito crollò le spalle.
— Sciocchezze, tutto ciò! E ad ogni modo bisogna tentare. Una volta o l'altra, oggi o domani, la cosa deve pur accadere!
Gettò sullo specchio un ultimo sguardo, si vide qual'era, bella, forte, risoluta. Ebbe un moto energico di approvazione. Prese un fine ombrello inglese (minacciava di piovere), il manicotto ed escì.
La cameretta di donna Marina Negroni era al terzo piano del palazzo d'Accorsi. Il duca d'Accorsi, uno straricco gentiluomo napoletano, aveva sposata la madre di donna Marina, vedova del conte Negroni, morto giovane e non ricco. Il secondo matrimonio della madre aveva fatto alla giovane Negroni, in casa d'Accorsi, una posizione speciale, non facile, ch'ella sosteneva con dignità, a dispetto di certe ardue complicazioni. Molti la invidiavano, ed ella non sconosceva i vantaggi materiali della sua posizione. Ma pensava risolutamente a farsene un'altra.
Donna Marina scese, per l'altezza di due piani, una stretta scala di servizio e giunse sul pianerottolo di un grande scalone di marmo bianco. Aprì uno dei grandi usci di noce riccamente intagliati, e si trovò in un'ampia e fastosa anticamera. Un piccolo crocchio di domestici avvertì il passaggio della fanciulla. S'alzarono, salutando rispettosamente, ma senza sperpero di umile ossequio. Ella rispose con un piccolo cenno del capo e passò, sollevando da sola la greve portiera di velluto che metteva alla sala vicina. Ne attraversò parecchie, ricchissime tutte, addobbate ed ornate colla più raffinata eleganza artistica. Celebre infatti, a Firenze, l'appartamento di gala della Duchessa d'Accorsi, splendide le feste da ballo che ella soleva dare e delle quali erano avidamente ricercati gli inviti. E così scelte... per l'appunto!
Donna Marina gettò, passando, uno sguardo su una pendolina in Vieux Sèvres, e affrettò il passo. Non percorse tutto l'appartamento, ma svoltando a destra, ed evitando la sala da ballo, riescì in una specie di salotto-serra, piena d'azalee in fiore e di piante esotiche. Giunta ad una porticina a vetri, quasi celata da uno splendido drappeggio di stoffa orientale, s'arrestò, e battè sul vetro, discretamente, due colpi.
Una voce non fresca, quasi roca, rispose: — Avanti.
Donna Marina entrò nel salotto ove stava sua madre.
Una strana fantasia quel salotto, la prima impressione n'era quasi funebre. Molto raso nero con un profluvio di trine bianche. E quasi a correttivo di quelle tinte macabre, un'invasione audace, pressochè brutale, di mobili e di tendaggi di damasco rosso, chiaro, splendido, un colore di sangue appena spicciato.
La Duchessa sedeva allo scrittoio, un mobile antico, di stile Luigi XIV. Lo spazio n'era quasi tutto ingombrato da gingilli e da ritratti.
Alzò il capo e depose la penna, interrompendo la lettera che stava scrivendo.
Una donna sui quarantacinque, forse più. Non bella, non simulante la bellezza, non mascheratrice della propria età. Grande, un busto stupendo, questo sì. Due occhi grigi saettanti, pieni di fuoco, forti della scienza della vita. La bocca grande, sensuale, potente, il naso lungo, arcuato, colle nari larghe, palpitanti dei cavalli di razza. Nulla di leggiadro, di dolce nella fisonomia, ma una strana forza d'espressione. Violenti, perversi, forse, ma certo irresistibili, i voleri di quella donna. E sulla fronte ampia, il riflesso di un diadema invisibile; il bacio della cieca fortuna!
Donna Marina venne lentamente a mettersi di fianco allo scrittoio della Duchessa e sostenne senza parlare, senza batter palpebra, l'esame che la Duchessa fece tosto, con un acuto, lungo sguardo, subire all'aspetto di lei.
— Non c'è male — disse finalmente la madre, con quella sua voce roca, che si faceva talvolta stridente, ma che possedeva una infinita varietà di eloquenze — non c'è male davvero, sei veramente ad hoc.
La giovane ebbe un freddo sorriso.
— Ti pare?
— Oserei persino dire una cosa. Come al solito, sei troppo bella.
Donna Marina alzò alquanto le spalle.
— Non è colpa mia — disse con lieve accento ironico — ed è il mio genere.
— Infatti. Ma pare che pel momento non sia quello degli altri.
La giovane non rispose, una piccola piega, duretta, anzi che no, si disegnò all'angolo destro della sua bocca.
— La tua sviscerata amica tarda alquanto a venire — osservò la madre dopo un istante.
— Oh! verrà! — disse Marina tranquillamente, essa non manca mai ad una promessa.
— E questa cosa le sta molto a cuore, nevvero?
— Pare.
— Veramente è curiosa... Non so affatto comprendere la cagione di queste sue manie matrimoniali.
— No? — ribattè Marina con una singolare, pacata ironia. — E se fosse semplicemente perchè mi vuol bene? La cosa sarebbe strana, lo ammetto. Pure...
— Un affetto gratis... vuoi dire? Ebbene, infatti, perchè no? È capace di tutto quella contessa Elisa. Ti accerto che le sono riconoscentissima. E lo sarò più ancora se riesce nel suo pietoso intento, trovandoti cioè un marito. Il che dovrebbe esser fatto da parecchio tempo. Hai venticinque anni, mia cara figliuola.
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