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Un Giorno Di Natale

Gran bella mattinata davvero! Chi direbbe che siamo in dicembre e quasi alle porte di gennaio, vedendo questo cielo azzurro e questo sole in gran pompa di raggi? È molto se l'aria frizzante fa pensare a novembre, e pure la neve è raccolta qua e là a monticelli nel cortile, ed i diacciuoli si appendono con civetteria alle grondaie e riflettono i colori dell'arcobaleno entro i nidi deserti delle rondini.

Gran bella mattinata davvero, perchè annunzia un giorno ancora più bello — il Natale.

Per le vie è un gran silenzio, ma un silenzio dolce, il silenzio della gioia, assai più profonda e più pura quando tace che quando schiammazza. Non uno strider di ruote, non uno scalpitar di cavalli, e nemmeno quel sordo mormorio lontano, che segnala il ridestarsi della vita cittadina. Gli è che la vita della città è oggi la vita del focolare; gli è che migliaia di uomini, i quali forse fino ad ieri non ebbero se non buone o cattive passioni, si ricordano d'essere padri, mariti, fratelli, e di aver degli affetti: gli è che la società e la famiglia — due mondi che spesso roteano in un'orbita differente — si sono incontrate.

Qui, nel cortile in cui ci siamo introdotti, la segreta vitalità del silenzio si indovina meglio; fra le alte mura che separano questo luogo dal resto del mondo, e gli danno aria d'un chiostro, lo spirito è un maliardo più attento, l'immaginazione un cavallo di battaglia più focoso.

Noi ci sentiamo qui padroni del segreto di Asmodeo, e ci trastulliamo a scoperchiare le case per ritrovarvi i diversi aspetti d'una stessa gioia, per udirvi le stesse vocette infantili che confrontano i doni del Bambino che è venuto, e si anticipano le dolcezze di quelli dei Re Magi, che hanno ancora da venire, fantasticandone il reame di confetti e di cavallucci.

È la stessa nota da per tutto: due labbruzzi che interrogano, un volto sereno di madre che guarda amorosamente, e mille domande, e mille risposte che si compendiano alla stessa maniera — un bacio sopra una guancia color di rosa.

La reggia ed il tugurio sono pieni della stessa dolcezza: l'infanzia che schiamazza, la vecchiaia che sorride.

Da per tutto è la festa del focolare; il tizzo che arde nel camino scoppietta allegramente per rispondere alle ciancie dei vecchi fanciulli che si scaldano al suo fuoco; però che oggi più di ieri ogni uomo si senta vicino all'infanzia — e non gli state a dire che egli non crede ai Re Magi, è facile che non vi dia ascolto.

Accanto a queste gioie, vi è il dolore, vi è di peggio: la noia; — accanto ai felici che specchiano il loro sorriso nelle papille attonite dei bambini, vi ha chi dorme fino a tardo mattino un sonno greve, agitato dalle nauseabonde immagini dell'orgia della vigilia, e nondimeno più dolce del ridestarsi che lo attende; vi è la casa che non ha teste ricciute e bionde; vi è il cuore vuoto d'affetti e sordo agli echi d'una gioia tranquilla.... Ma l'Asmodeo che ci ha confidato il suo segreto non ci ha dato la sua malignità, e noi vogliamo pure illuderci che alcuna miseria non oscuri il sole di questo giorno, se per ciò non occorre altro che chiudere bonariamente gli occhi.

Ritorniamo al cortile ingombro di mucchi di neve.

È più di un'ora che un uomo va su e giù, rasentando la muraglia col capo basso e le braccia penzoloni. Quante volte ha misurato la larghezza dello spazio? Forse egli lo sa, poi che a vedere con qual aria severa e con quanto scrupolo attende alla sua bisogna, senza affrettare il passo mai e senza voltare mai un pollice prima, si direbbe che egli abbia prefisso un numero inesorabile alle sue misteriose evoluzioni, e che dalla esattezza dipendano le sorti di un disegno occulto.

Non vi ha viaggio che, coll'aiuto della Provvidenza, non abbia presto o tardi un termine; tutto sommato quello del nostro incognito è ancora dei più brevi, perchè ha durato un'ora, dieci minuti ed un certo numero di secondi di cui non terremo conto per non essere più scrupolosi dell'enorme orologio che ci sta in faccia, il quale ha due sole frecce, — una per le ore, l'altra per i minuti — nè per ciò si crede un orologio da poco.

Quell'infaticabile camminatore s'arresta di botto colla precisione d'un automa, solleva il capo, gira lo sguardo intorno e muove difilato verso una porticina a vetri, senza badare ai mucchi di neve nei quali inciampa ad ogni passo gettandosi innanzi un polverio luccicante; gira la gruccetta di ottone e sparisce chiudendosi l'uscio alle spalle — non però così presto da impedire il passaggio a chi avesse la buona volontà di tenergli dietro, come l'abbiamo noi.

Appena il nostro sconosciuto ha posto il piede nella stanza, una voce cavernosa e tremante, ma raddolcita ed assottigliata ad arte, lo saluta per nome:

— Buon giorno, babbo Jacopo.

— Buon giorno, figliuolo mio.

— Hai dormito bene, babbo?

— Benissimo, grazie.

La voce infantile tace, ed il signor Jacopo passa oltre, tirandosi dietro la più bizzarra creatura che si possa immaginare. È un vecchio curvato, assottigliato, rimpicciolito dagli anni, ma tuttavia alto più del comune; ha capelli bianchi, cadenti in ciocche arruffate sulle spalle, e cammina a piccoli passi saltellanti, sforzandosi evidentemente di dare ai suoi modi un'apparenza bambinesca. Il viso scolorito e scarno ed il corpo mingherlino lo fanno somigliare ad una gigantesca pergamena. — Non domandate la storia di questa pergamena vivente. Non chiedete quali avvenimenti ha enumerato il cuore di questo uomo in settant'anni. E sono proprio settanta? Poi che egli se n'è dimenticato, poi che il suo cuore non invecchia, può essere che la canizie mentisca. Se i fanciulli sono prima di tutto creature ingenue ed innocenti, mastro Paolo è il miglior fanciullo che noi conosciamo; e nessuna volgare considerazione ci tratterrà dal chiamarlo Paoluccio, come egli vuol esser chiamato.

Il signor Jacopo e Paoluccio formano un contrasto piuttosto bizzarro, come ognuno può immaginare, e nondimeno le molte persone radunate in quell'ampia sala non sembrano darsene alcun pensiero, e continuano a seguire con raccoglimento le fasi d'una partita di carambola, giocata con molto maggior gravità che di solito non se ne richiegga per simile occupazione, da due atleti fatti più formidabili dalla rivalità.

Oltre il cerchio compatto che si stringe attorno al biliardo è uno spazio vuoto, con panche e tavolini lungo le pareti, e nel mezzo una stufa enorme. Qui ritroviamo alcuni volti curvi sopra i giornali della vigilia.

— Badi, dice uno levando gli occhi furbi dal giornale, per guardare maliziosamente il signor Jacopo e Paoluccio, i quali si scaldano in silenzio accanto alla stufa, badi alla faccia di mastro Paolo; che cosa ci legge lei?

— Nulla, risponde il vicino spalancando due occhietti grigi attraverso i vetri degli occhiali.

— La natura le ha posto gli occhi in fronte per burla... si capisce... non fu che un pretesto per farle portare gli occhiali, anzi gli occhiali sono un pretesto trovato bene per far credere che gli occhi ce li ha.

— Ce li ho, ribatte l'altro, levandosi gravemente gli occhiali e passando una mano sugli organi calunniati, come per accertare la cosa.

Il calunniatore sorride in aria compassionevole, e si affretta a confortare il suo vicino assicurandogli che ha voluto fare una celia: poi ritorna alla prima indagine.

— Crede lei che abbia messo fuori la scarpetta?

L'interrogato si accontenta di ridere fra sè e sè, ma non risponde.

Ma l'interrogato sembra aver paura di arrischiare le sue credenze e s'inabissa in una riflessione molto profonda, che minaccia d'essere altrettanto lunga.

— A che pensa, reverendo?

A questo titolo che gli ricorda il suo carattere sacro, una mistica luce sembra animare il viso del pensatore, il quale immagina di rispondere direttamente alla domanda col primo versetto latino dell'orazione domenicale.

Questa furberia liturgica non è però molto fortunata e fa una meschina figura in faccia al sorriso laicale dell'altro.

— Reverendo, dice costui, è furbo lei!

— Le pare, professore?

— Se mi pare! interrompe cattedraticamente il professore, se mi pare! Ma ci è ben altro che mi pare! E prima di tutto ci è che mastro Paolo ha messo fuori la scarpetta, un demonio di scarpetta, che se non fosse scarpetta potrebbe essere una barca...

— Proprio?

— Proprio.... e contenere una mezza dozzina di barcaiuoli, a due remi, in tutto dodici remi, senza contare il timoniere.

— È curioso.

— È vero.... In secondo luogo ci è che la scarpetta deve avergli fornito le pasticche di menta per tutto il mese, a masticazione continua; ed eccolo appunto che incomincia.

— È vero.

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