Storieta
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A Corinna

O spirito gentile, Che nel silenzio a visitarmi scendi; E a un angelo simile La più ascosa del cor favella intendi:

Dimmi, qual luce è questa Che splende alla deserta anima mia? E qual memoria desta L'amica del pensier malinconia?

Luce è d'amor, che move Dall'ignota virtù de la bellezza; Malinconia, che piove La segreta del pianto alma dolcezza! —

In tempo lieto io vidi La tua sembianza, e ancor mi sei presente; E ancora mi sorridi, E all'arcano tuo raggio arde la mente.

La tua fronte serena È quasi all'alma trasparente velo; E l'occhio che balena Par che dica alla terra: Io son del cielo!

Diva solinga e pura, Questi adunque ti sacro umili fiori; Prole di zolla oscura, Da te cercan la vita ed i colori.

Li colsi sull'aurora, Nè perduta avran forse ogni fragranza; V'è una lagrima ancora: È la lagrima pia della speranza!

Marzo, 1839.

LIBRO PRIMO.

1. Con due ale sollevasi l'uomo da terra, cioè con la semplicità e con la purità: semplicità dev'essere nell'intenzione, purità nell'affezione. — Non è creatura così piccola e vile che non rappresenti la divina bontà.

2. Il cuor puro trapassa il cielo e l'inferno.

Tommaso da Kempis.

PROLOGO.

Non è poesia senza verità e senza virtù. Se la Musa non veste il semplice manto della Verità; se la Virtù non le insegna il suo casto e tranquillo sorriso, le creazioni della poesia saranno indifferenti, o vane; poichè l'arte non è solamente figlia dell'inspirazione, ma anche della sapienza. Allora il poeta non avrà il suo più dolce premio, quell'intimo assenso ch'è la risposta dell'anima; non troverà nessuno che consacri a lui un pensiero, un affetto. — Il cuore poi ha sempre bisogno d'amare; esso sente bensì e gusta quanto accarezzi la sua parte di creta, ma intende e ama ciò che solleva la sua parte più bella, la coscienza.

Per chi studia il cuore e le sue migliori affezioni, che nutrono le virtù semplici e domestiche, anche la vita della più umile creatura, anche la storia segreta dell'anima più modesta, sono una lezione sublime, quant'è il meditar sulla sorte dell'uomo grande e caduto, sull'età delle nazioni, sui fatti terribili e sanguinosi degli uomini.

E noi, deh! non vogliamo crederci e parer peggiori di quello che siamo: le grandi virtù son rare, e per questo appunto son grandi; ma la virtù modesta, la virtù docile e vera abita in mezzo di noi. E tu, sempre che la cerchi, ad ogni passo puoi incontrarti in essa; e la ritrovi ne' piccoli e ne' potenti; e più spesso forse nella casa che nel palazzo, perchè, se non foss'altro, i più vivono nelle case, i pochi ne' palazzi. — Ond'io penso, che una fedele pittura della vita onesta e innocente sia studio più gentile e miglior pascolo dell'anima, che non la trista notomía d'una società fattizia e malata, di che grandemente si compiacquero molti; poichè, mentre questa non fa che serrarti il cuore e stillarti nell'anima il dubbio, lo sconforto e l'egoismo, quella invece nutre l'amore e procaccia l'esempio.

L'innocenza poi ha in sè stessa un incanto di semplicità così vero, una dolcezza di vita e di costume sì schietta, che l'anima più severa e restia non può a meno di sentirne la bellezza, di donarle grazia, amicizia, o se non altro, di dimostrarle rispetto. Egli è ciò che v'ha in terra di più celeste!

Ma anch'essa, questa virtù tutta sorriso e fiducia, è fuggitiva e pellegrina nel mondo. Dapprima il cielo, il sole, la bella natura, la contentezza dell'oggi e del dimani, tutto è per lei. Essa cerca l'amore, senza invidia e senza sospetto; è felice, e ha bisogno che gli altri sieno felici con essa. — È il fanciullo, il quale non conosce che suo padre e sua madre, e ama chiunque folleggi con lui e gli compiaccia; i suoi pensieri son lieti, come una fresca corona di rose sulla sua testa infantile.

Se non che, troppo presto il pianto domanda il suo diritto, e l'alba della vita dura per poco. Dice un filosofo, che l'uomo è sì grande, che la sua grandezza appare anche in ciò, ch'egli si conosce misero. Così, quand'esso sente il peso de' suoi dolori, trova in sè medesimo una forza novella: la speranza. Questa gli dona la consolazione dell'amicizia, la dolcezza dell'amore; ed egli, incapace di sprezzar sè medesimo, sente pur sempre d'esser capace del bene. Allora l'amore solleva il cuore, consiglia la fede, suscita la volontà; e così tutti i nostri giorni fossero come quelli in cui veramente amiamo!

Ma il cammino della vita è difficile. Il potere degli avvenimenti, dell'opinione, del costume crea nell'uomo, per dir così, una seconda natura; e questa, il più delle volte, soggioga la prima. Onde i più fortunati son coloro che, senza fallire la via, toccano alla meta, e che hanno saviezza abbastanza per vivere in pace con sè stessi, o coraggio abbastanza per soffrire.

E anch'essa, la debole creatura che solo nacque per amare o per piangere, anch'essa, che vide morirsi d'intorno i più bei fiori della vita, conserva nel cuore un tesoro, la sua rassegnazione e la sua fede. L'angustia del dubbio, il languore dell'abbandono logorano la sua fragile esistenza; pure essa sostiene le prove della sventura, che son lunghe e dolorose, perchè la sventura è fedele. Ella è sola quaggiù, ma Dio è sopra di lei! E l'ultimo sacrifizio che fa un'anima innocente, è il più bello, il più sublime testimonio della virtù abitatrice della terra. — Così la storia d'una vita semplice e giusta può esprimersi in tre parole: innocenza, amore e sacrifizio.

I.

UNA DOMENICA.

Chi vede un'alba di primavera nella nostra bella Italia, in questo cielo così quieto e trasparente della Lombardia, e non sente aprirsi libero il cuore e l'anima sollevarsi leggiera e serena, come al respirare un'aria che la nutre, ch'è la sua, non ebbe certamente, nè avrà mai, quel senso divino, che Dante, con sublime verità, chiamava intelletto d'amore. Questo sentimento così grande e puro non è gioia, nè maraviglia; non è nemmeno un'estasi; è l'intimo affetto della bellezza della natura, è vera poesia.

Se tu hai contemplato qualche volta una di queste aurore, là sulle rive beate del lago di Como, dimmi, non ti nacque nell'anima un pensiero almeno, che la vita vi può esser più felice, gli anni più lenti e men gravi, il cuore più giusto, più in pace? E non pregasti allora, che Dio rendesse migliori i figli di questa dolce patria, dove si piacque di crear così bella e benedetta la natura? — Se tu non facesti questo voto, io lo feci per te!

Era una mattina piena d'incanto. — La primavera cominciava appena; la limpidezza dell'aria e lo splendore del cielo, l'armonia della vita e della natura, tutto era bellezza e mistero. È il bel tempo, che il poeta sogna la gioventù del mondo, i giorni della creazione, quando terra e cielo forse non avevano che un nome; è il bel tempo, che rinnova que' miracoli della produzione, i quali all'uomo semplice e saggio si manifestano nelle grandi provvidenze della materia e della forza; che al ricco ozioso ristora la stanca complessione, e al povero contadino fa la promessa d'una buona annata. Allora noi sentiam più forte il bisogno d'amare i nostri fratelli, d'amar la terra dove nascemmo, i luoghi dove il nostro cuore apprese tanti cari nomi, fece tanti bei sogni nell'innocenza e nell'amore, e dove anche abbiam dovuto gustare i primi dolori, e piangere la prima volta!

O nostra patria! — Ecco il sole, che nella pienezza della sua luce suscita l'allegrezza nel cielo, sparge la fecondità nelle campagne, la tranquillità nella vita, e l'amore nell'anima di tutti! Ecco interminate pianure, su cui l'occhio si perde; ecco laghi che ripetono il sereno del cielo, e fiumi maestosi, e acque irrigatrici; ecco campagne verdeggianti di gelsi, fiorenti di messi; colline liete d'una perpetua ubertà; monti che un'assidua coltura rivestì di vigneti e di pascoli, di casolari e di borgate! Qui la bellezza del cielo e della terra, la frequenza degli uomini, la leggiadria delle donne... È la terra de' nostri padri, dell'antica nostra religione, delle poche sante memorie che ancora ci rimangono. Non si cerchi di più. Il giovine ha bisogno della gloria, e della felicità, e ne vuole almeno la sembianza!

Quel giorno era una domenica. — Dalle sponde e per le costiere de' monti che coronano le acque tranquille del lago di Como, s'udiva a intervalli ripetersi per l'aria e confondersi, a cento distanze, quasi in allegro accordo, uno scampanare di festa dai paesetti, de' quali è seminata quella beata parte di terra.

Il più bello di quella scena, la ridente prospettiva di tanti villaggi che illuminati dal sole si specchiano nelle onde, quel misto di luce e di colori, quelle indefinite temperanze di vapori e d'ombre, tutto ciò sfida del pari il pennello del pittore e la magia della parola. Non son altro che poveri casali sparsi qua e là, sul dosso d'una collina, sulla costa d'un monte, o a fior dell'acqua; spicca solamente fra essi qualche casa più alta dell'altre, dipinta di bianco e circondata da una vite verdeggiante, o protetta dal bizzarro fogliame di qualche albero antico. Eppure sono i luoghi che t'accontentan l'occhio e il cuore, e che, veduti una volta, non sai più dimenticare.

Al solo volger dello sguardo, su d'ogni punta che si prolunga nell'acqua, vedi bei villaggi distendersi a lungo della sponda, l'uno più dell'altro pittoresco e ameno, che sembrano sorti fuor del lago per incantesimo: su di ciascuna riva, su di ciascun'erta, arrestano la tua attenzione nobili e vasti palazzi degni di principi, a' quali ascendi per un ampio ordine di scaglioni; villette solitarie ed eleganti, che s'elevano al piede o sul fianco della montagna, ricinte di giardini tutti in fiore, adorne di piante rare e strane, consolate d'ombre perenni; più in su, la meschina casupola del montanaro e l'angusto suo campicello; poi la costiera si fa più ripida; spesseggiano gli arboscelli, e salendo ancora, non discerni che larghi strati bigiognoli d'ardesia, erbe grame che ne tappezzano i fianchi, e il saltellare d'acque montane. — Dall'una all'altra parte ti si presentano innanzi, ad uno, a due, a tre, i paesetti, quale sopra una pendice boscosa, quale sopra un ciglione tagliato a perpendìcolo, o in un seno di lago, o a cavaliere d'una roccia nuda e sporgente; mucchi di case, che ti sembran colà annidate per un giuoco dell'uomo: e se sollevi gli occhi fino a' vertici più alti, vedi disegnarsi nell'azzurro del cielo i contorni d'un'antica chiesa votiva, ch'è solitaria custode delle valli sottoposte.

Eccoti in faccia un bel promontorio, coronato d'alcuni gruppi di pini, ove dal poggio fino alla scesa siede il più vago paese che ti si dipinga alla veduta; scena pittoresca di case modeste e tranquille, d'ombrosi vigneti e d'orti aprichi; pacifico asilo che seduce e invita nel suo seno l'uomo stanco delle cose di quaggiù. E dietro a questo superbo spettacolo d'acque, di piante e d'abitari, vedi altri monti; e dietro a quelli, altre cime, le Alpi; poi tutto l'orizzonte lucido e fiammeggiante, il sole che sparge una luce infinita, purissima sull'inquieta superficie del lago, e regna nel mezzo del cielo in tutta la solennità del suo splendore, come lo sguardo di Dio che si riposa sulla terra per risvegliarla alla vita. — Oh! per dire una sì gran maraviglia ci vuol ben altro che la mia povera penna.

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